Andras Forgacs presents Modern Meadow

I thought that Organovo was already pretty disruptive, when Andras Forgacs a fellow friend venture capitalist told me he was to take on the position as CEO of a new tissue engineering company: Modern Meadow.

Tissue engineering that combining 3d printing technology and biological ink can develop leather and edible meat. Jawdropping. Printers that can print burgers or jackets.

In this video Andras explains what we are talking about.

And his father, scientist behind Organovo and Modern Meadows technology. Eating a printed steak at TedMED.

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Come accendere i neuroni

Ted talk, jaw-dropping.

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Talk sul funzionamento delle cellule

Da vedere su Ted.com

 

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Im3D lancia a Torino Im3D Clinic, centro di screening oncologico

Si inaugura oggi Im3D Clinic, un centro oncologico di nuova generazione. Presso la Clinic una serie di radiologi specializzati effettueranno le diagnosi in teleradiologia di esami raccolti sul territorio ed inviati a Torino via larga banda da Biella, Vercelli e a seguire Novara e Verbano Cusi Ossola per lo screening preventivo relativo al tumore al seno. La Clinic sarà a Torino all'Università di Torino, in via Nizza, 52 presso il Dipartimento di Biotecnologie e coordinerà anche Proteus, il primo screening preventivo di massa per il tumore del colon realizzato via CAD (computer aided diagnostics).

Im3D Clinic nasce dalla collaborazione tra Università di Torino, Fondazione Edo e Elvo Tempa ed Im3D, azienda nel campo dell'imaging medicale e bioinformatica di cui sono co-fondatore.


Hacking life: è nato il primo essere vivente generato da un computer


DNA sharing: dai, metti il tuo genoma su Internet, è divertente!

Mi sono iscritto a 23andme, il servizio di mappatura del proprio genoma anche se a dire il vero non sono ancora sicuro di voler fare il test.

Con poco più di 300 dollari, l’azienda ti spedisce un kit, ci sputi dentro, lo rimandi indietro e il database del tuo genoma viene analizzato, messo online con corredate una vasta serie di informazioni più o meno interessanti ed utili relativamente alla propria predisposizione o al rischio di avere determinate malattie (tumore alla prostata, parkinson, diabete, psoriasi, etc) e in relazione alla propria provenienza ancestrale.

L’azienda è famosa anche perchè fondata dalla moglie di Sergey Brin e finanziata oltre che da lui stesso anche da Google.

La cosa più intrigante però di tutta la vicenda è che il servizio ha un’opzione di ‘sharing’ del proprio DNA che consente di condividere queste informazioni con un altra persona per analizzare la similarità.

In base alla teoria evoluzionistica tutti noi discendiamo da una stessa scimmia nata nell’est del continente africano, ed ogni essere umano condivide con un altro il 99,5% del proprio genoma. Perciò nello studio di quello 0,5% di differenze si può ad esempio capire se la propria discendenza proviene da un ceppo cinese o svedese.

Lo sharing del DNA consente quindi una volta individuato qualcuno del tuo stesso ceppo di condividere anche informazioni varie sulla propria storia ancestrale conosciuta e specialmente su quella non conosciuta e in buona sostanza ci consente di capire chi siamo e perchè siamo così.

E’ decisamente un giochino divertente e affascinante. Tuttavia l’idea che un’entità privata come Google oltre alla già estesissima quantità e profondità di dati personali voglia aggregare anche il database genetico di tutti noi ha dei risvolti inquietanti.

Alcune riflessioni emergono ad esempio leggendo il privacy statement. Ovviamente i dati raccolti da 23andme sono personali ma possono essere ceduti a partner commerciali con il proprio consenso (ad esempio per fare ricerca scientifica) oppure all’autorità giudiziaria anche senza il proprio consenso laddove sia richiesto per legge.

E qui sta il punto. Ne sappiamo qualcosa di più degli Americani su questo aspetto noi Italiani. Nel senso che governi, parlamenti, abbronzati, fannulloni, dittatori, leggi e regolamenti vanno e vengono, talvolta cambiano e dalle nostre parti a volte anche in senso retroattivo.


The Foundry: una fabbrica per trasformare concetti in aziende

Questa settimana mi trovo a Palo Alto per lavoro e ho avuto modo di visitare un incubatore americano. L’incontro è stato organizzato dal validissimo team dell’Ambasciatore Americano in Italia Roland Spogli nell’ambito del programma Partnership for Growth.

The Foundry è un incubatore nel settore dei medical device, frutto della genialità e della competenza del suo fondatore – Hanson Gifford (sotto nella foto) – che nel 1998 ha cominciato a sviluppare i primi concept di prodotto e a coinvolgere i migliori talenti nella ricerca medica.

La missione della ‘fonderia’ è di mettere a disposizione di inventori nel campo medico scientifico, tutto quello che serve per realizzare le proprie idee e trasformarle in aziende. Negli ultimi 10 anni The Foundry ha sfornato nove aziende che hanno generato 100 brevetti e 2,5 miliardi di dollari di valore per i suoi fondatori e finanziatori: un ‘track record’ impressionante.

Il team permanente è fatto di sole 3 persone: l’amministratore delegato, il capo della tecnologia e il direttore finanziario, per il resto 2.500 metri quadri uffici semi-vuoti, un laboratorio e una serie di ‘cubicles’ che si sono riempiti e poi svuotati nove volte accogliendo il team delle società che sono state fondate e finanziate. Il Consiglio di Amministrazione è fatto di 5 persone: i 3 fondatori e 2 membri nominati dai fondi di venture capital che in questi anni hanno finanziato l’iniziativa.

L’attività di The Foundry è più un’arte che una scienza, ed è un modello non facilmente replicabile, in quanto al centro vi è il talento e la genialità del team e del fondatore. Ma per provare a sintetizzare gli ingredienti chiave di un progetto di successo, secondo Gifford:

– alla fonderia lavorano solo su opportunità di mercato grandi (nel loro caso mercati che potenzialmente possano essere da 1 miliardo di dollari in su);
– una solida base di proprietà intellettuale
– cercano rapidamente di ottenere un concreta validazione delle idee su cui si basa l’azienda
l’elemente più importante di tutti: un team e un amministratore delegato di eccellenza

Ma il vero ingrediente segreto del successo di questa iniziativa è nelle persone che lo gestiscono, nell’approccio utilizzato e nel modo in cui si relazionano tra loro e con le aziende che vengono create. Relazioni basate su pochi elementi essenziali: fiducia e rispetto, creatività accompagnata da una profonda analisi critica e soprattutto allineamento di tutti gli interessi in gioco, quelli dei fondatori, del management e degli investitori.

Quando la fonderia sforna una nuova azienda il primo obiettivo di Gifford infatti è di mettere tutti gli attori coinvolti ‘dallo stesso lato del tavolo’. Negli anni questo ha generato un modo di lavorare che è davvero unico: spesso gli investitori finanziano i progetti (investimenti iniziali di 3-5 milioni di dollari) totalmente a scatola chiusa. The Foundry crea una scatola societaria (a Gennaio è partito newco 10, il decimo progetto), gli investitori sottoscrivono un aumento di capitale, acquisiscono tipicamente una minoranza qualificata dopodichè Gifford e i suoi cominciano a ragionare su cosa fare e si mettono a cercare e discutere idee.

Il processo inizia fondamentalmente dall’analisi di una problematica di grande impatto, ad esempio l’enfisema polmonare. Il team della fornace comincia a esplorare tutti i possibili approcci scientifici per risolvere il problema. In altre parole la soluzione può venire dalla biotecnologie, dai nanomateriali, da nuove procedure mediche. Un approccio ‘dal basso’ per così dire, che non sposa aprioristicamente una tecnologia piuttosto che un’altra.

In Italia ci sono un sacco di incubatori, anzi decisamente ce ne sono troppi.

Ma stiamo parlando di tutt’altra cosa: strutture di emanazione pubblica o para-pubblica che tipicamente sono più simili ai servizi di temporary office: mettono a disposizione degli uffici, linee telefoniche e internet, segreteria, servizi di supporto vario consulenziale (tipicamente mettono a disposizione dei consulenti per aiutare il neo-imprenditore a scrivere un business plan) e danno una mano a fare un pò di networking. A questi investimenti aggiungono un pò di capitale, spesso però insufficiente a pensare a qualcosa di significativo.

Per carità ‘tutto fa brodo’, e in molti casi le intenzioni sono lodevoli, ma probabilmente se andassimo a misurare il rendimento dei denari assorbiti da queste iniziative, ho come la sensazione che ci si renderemmo conto che è un brodo un pò salato.

Tra l’altro curiosamente Gifford ci ha raccontato che l’idea alla base di una delle aziende di successo che hanno costituito, Evalve, nacque della notizia di un chirurgo italiano, il Dr. Ottavio Alfieri del San Raffaele di Milano, che in una situazione particolarmente disperata, aveva applicato una sorta di graffetta al cuore del paziente che poi si era miracolosamente ripreso. Evalve ha appena completato il quarto round di venture capital per 60 milioni di dollari.

Purtroppo una classica storia italiana: abbiamo grandi inventori e innovatori creativi ma raramente riescono a trasformare le loro idee in grandi progetti imprenditoriali.

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