Bene lo startup act, ora il focus è sulla filiera del venture

Si è conclusa alla Camera la presentazione e il dibattito in merito alla valutazione dello Startup Act Italiano, condotta da OCSE e Bankitalia. A fare gli onori di casa l’Onorevole Luca Carabetta, che sta conducendo l’iniziativa del Governo sul tema delle startup. C’erano praticamente quasi tutti gli operatori principali dell’ecosistema Italiano, molti amici e colleghi e una certa curiosità in sala rispetto a quello che è uno dei temi non secondari dell’agenda politica del momento.

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Vorrei fare subito una premessa: personalmente ho trovato la presentazione dello studio e il dibattito del panel che ne è seguito estremamente interessante e mi sono trovato a condividere praticamente la totalità delle considerazioni che sono state fatte sul palco da persone ben più autorevoli di me. Speravo di poter aggiungere qualcosa di originale al dibattito ma francamente quello che  è stato detto rappresenta molto bene secondo me la situazione, le luci le ombre dello stato attuale dell’ecosistema.

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Si è anche parlato delle linee che il Governo intende seguire ma senza grandi annunci o anticipazioni, se non due-tre punti chiave che sono i cardini dell’azione che il Governo intende intraprendere.

Innanzitutto una considerazione che ha fatto Nick Johnstone dell’OCSE: non capita di frequente nemmeno all’OCSE di essere chiamati dai Governi a farsi dare le pagelle sulle proprie policy. E questo è un punto a favore dello Startup Act, che già al momento del suo varo da parte del Governo Monti è stato pensato per poter essere misurato e analizzato in termini di risultato e di impatto.

Non voglio dilungarmi sullo studio, anche perchè è disponibile online, ognuno può scaricarlo e farsi una sua opinione dei dati e delle analisi contenute. In sintesi condivido quanto è stato detto che sembra emergere dai numeri.

Lo Startup Act ha raggiunto alcuni obiettivi: ha dato voce ad un fenomeno – quello delle startup – che prima di allora giaceva sottotraccia nell’agenda politica ed economica Italiana. Ha creato un contesto normativo (il registro startup) che ha consentito di varare intorno ad esso quasi una ventina di policy per rendere il contesto operativo delle startup più fluido, competitivo e per creare le basi del cosiddetto ecosistema. Grazie a questo, la policy è stata poi negli anni ripresa in vari punti, aggiornata ed arricchita praticamente da tutti i Governi che sono seguiti e dopo un inizio un pò in sordina comunque oggi conta quasi 10.000 startup con un valore aggiunto, occupazione diretta e indiretta con numeri a contorno non irrilevanti.

Il dato che più mi ha colpito è stato che questa policy ha avuto un costo assolutamente irrisorio pari a 30 milioni di Euro. Praticamente nulla se rapportato all’impatto non solo diretto ma anche in termini di esternalità – ancora più importanti.

Da questo punto di vista quindi la policy per quanto migliorabile e con tutte le sue imperfezioni è stata indubbiamente un successo in termini di costi benefici.

Su una cosa lo Startup Act ha fallito clamorosamente. Non ha smosso il mercato dei capitali, non ha creato un’infrastruttura di venture capital in grado di competere con l’estero, non è riuscito a far affluire risorse significative alle startup.

Non ha fatto fare come è stato detto quel click necessario a incidere veramente sul tessuto economico Italiano. E questo nonostante l’impegno – che purtroppo è rimasto sostanzialmente solitario –  di Cassa Depositi e Prestiti, che attraverso Fondo Italiano e un manipoli di coraggiosi investitori istituzionali, ha messo praticamente la stragrande maggioranza delle risorse in equity che negli ultimi cinque anni sono arrivate alle startup Italiane tramite il venture capital Italiano.  Ma nemmeno questo sforzo è stato sufficiente a smuovere l’industria dei capitali istituzionali, l’unica in grado veramente di far partire il mercato del venture capital in Italia. Assente il corporate venture e inesistente l’impegno delle grandi corporation Italiane.

Sono arrivate ingenti risorse finanziarie (rispetto all’equity) dal debito tramite il fondo garanzia per i prestiti alle startup innovative. Ma il debito come si vede anche dallo studio dell’OCSE è ben diverso dall’equity in termini di effetti e di impatto. E non consente di capitalizzare come necessario la punta avanzata delle startup: le cosiddette scaleup ad alta crescita ed alto impatto. Anzi la raccomandazione OCSE su questo punto è stata di monitorare con attenzione nei prossimi anni l’andamento di questo stock vista il suo peso relativo sull’ecosistema oggi.

D’altra parte, è stato detto, la policy non è stata pensata per sviluppare il mercato dei capitali. E non sono certo 30 milioni di Euro una dimensione finanziaria credibile per pensare che questo potesse avvenire. E d’altra parte i numeri degli investimenti sono li a testimoniare la situazione drammatica, che per fortuna quest’anno ha cominciato a mostrare segni di inversione di tendenza.

Tutti sul palco concordavano su una cosa. Siamo entrati in una fase due, una fase in cui il focus è di far partire il mercato del venture capital in Italia. Come ha giustamente ricordato Carlo Mammola, AD di Fondo Italiano d’Investimento SGR il venture è una filiera. Servono risorse finanziarie, certamente ma serve anche la sensibilità di capire come sviluppare in modo organico questa filiera. Serve capire i gap di mercato e individuare strumenti adatti in grado di colmarli senza distruggere una macchina delicata e complessa come l’ecosistema dell’innovazione. E’ necessario sviluppare strumenti ‘di mercato’ in grado di funzionare nel lungo termine.

L’Onorevole Carabetta ha dato alcune indicazioni di quella che sarà l’azione del Governo nei prossimi mesi. Innanzitutto da adesso inizia una fase d’ascolto in cui verranno sentiti tutti gli stakeholder e verrà razionalizzato il pensiero in modo da avere una visione completa dei punti di vista nel mercato. Verrà privilegiata l’azione indiretta nello sviluppare una piattaforma in grado di attivare il mercato. Quindi direi chiaro che non si sta parlando di fare un fondo pubblico di investimento diretto come qualcuno ha detto, ma un’operazione più organica che sia in grado di catalizzare i grandi capitali istituzionali attraverso un’azione di moral suasion e attraverso come ha proposto Mammola policies di ‘bastone e carota’. Parole che possono sembrare eteree per chi non conosce questa industry ma che in realtà tracciano linee guida abbastanza chiare di come intende muoversi il Governo.

Si respirava un’aria positiva oggi alla Camera, non so se fosse solo una mia sensazione, un dibattito tutto sommato abbastanza condiviso, un segno di maturità dell’ecosistema, forse questo il più importante output dello Startup Act.  Vedremo ora se e come si passerà delle intenzioni.

(Photos by Roberto Magnifico)


Nuovi modelli di sviluppo per la gig economy

Airnb ha mandato una lettera di richiesta alla SEC, nella quale chiede di modificare le norme sulle securities and in particolare la regola 701 secondo la quale un’azienda quotata (si stima che oggi Airbnb valga 38 miliardi di dollari, in pratica una manovra finanziaria dello Stato Italiano) può vendere azioni solo ad investitori o ai propri dipendenti. Airbnb vuole dare azioni anche ai propri host, per due ottime ragioni:

  • marketing. Poter dare azioni agli host aumenterebbe in modo significativo la fedeltà alla piattaforma;
  • remunerazione. Consentirebbe agli host di ricevere un’ulteriore forma di compensazione per il proprio impegno;

Se la SEC autorizzare e l’IRS (il fisco americano) fosse d’accordo questa soluzione aprirebbe una strada nuova per lo sviluppo della gig economy. Analoghe tipologie di richieste sono state fatte da Uber e da altre aziende della gig economy. Questa impostazione consentirebbe di immaginare una possibile soluzione a molti dei problemi che limitano oggi lo sviluppo radicale della sharing economy.

Potrebbe essere esteso il concetto anche al welfare. In altri termini un lavoratore di Deliveroo potrebbe ricevere nel tempo tre diverse forme di compensazione: remunerazione per le consegne e l’efficienza del proprio lavoro (fissi e variabili) + profit sharing sul successo complessivo della piattaforma + accantonamenti e contribuzioni defiscalizzati per la costruzione di un monte pensionistico.

Andando oltre nell’immaginazione, una classe di quote ad hoc per i contributori esterni potrebbe essere anche dotata di diritti di governance speciali, magari esercitabili online direttamente dalla piattaforma, consentendo agli host o ai lavoratori di prendere parte a decisioni aziendali.

Andiamo verso un mondo in cui le transazioni saranno sempre più intermediate da piattaforme, non solo gli acquisti, le vendite di beni e servizi, ma anche del proprio lavoro e prestazioni, dei propri oggetti, del denaro e del proprio tempo. E’ evidente che dovremo trovare nuove soluzioni per affrontare temi come i diritti, le regole, i doveri, il welfare. Questa è certamente una strada praticabile.

 

 


La nuova era del retail sta nascendo in Cina non in Silicon Valley

Non si parla mai abbastanza delle tech company Cinesi, aziende che stanno sviluppando modelli di business completamente nuovi e totalmente diversi da quelli nati nel mondo occidentale e nella Silicon Valley. E’ anche vero che è più difficile avere informazioni sul mercato digitale in Cina, chiuso dietro i firewall che lo isolano dal resto del mondo e lo rendono un’ecosistema a sé stante.

In questo Ted Talk da ‘mascella per terra’ Angela Wang – consulente di BSG sul retail in Cina – trasmette chiaramente come il retail del nuovo millennio stia nascendo in Cina più che in Silicon Valley o a Seattle. Le mega tech company Cinesi come Ali Baba e Tencent sono gruppi integrati che mescolano al loro interno retail, contenuti, piattaforme, gaming, comunicazione, messaging, social. Sono anche i principali venture capitalist Cinesi, e stanno finanziando decine di nuovi Unicorn. Queste aziende che solo pochi anni fa non esistevano sono i prossimi candidati a diventare trillion dollar companies dopo Apple e Amazon.

Tutto nasce così anche perchè la Cina sta vivendo un momento unico sulla terra che al contempo combina la nascita di una gigantesca classe media e benestante con la massiva digitalizzazione dell’economia. Tutto sta succedendo molto rapidamente: nel giro degli ultimi 5 anni, 500 milioni di consumatori hanno iniziato a comprare online in Cina. Un numero che è pari alla somma della popolazione di USA, Germania e UK messi insieme.

Ma soprattutto è una nuova generazione di consumatori che è mobile only e paga esclusivamente digitalmente. Il punto di ingresso e di uscita per ogni acquisto è lo schermo di uno smartphone.

Questo fenomeno ha implicazioni impressionanti sull’esperienza d’acquisto e il vissuto che i clienti hanno con i prodotti, ma si ripercuote anche pesantemente sulla logistica e sulla produzione stessa.

Hema è forse il condensato più avanzato di cosa questo significa. Il concetto di ‘omni-channel’ per come lo viviamo qui in Europa qui è radicalmente diverso. Non ci sono casse: acquistare da casa, dalla metro, in una sessione di chat o nel punto vendita sono esattamente lo stesso processo. Gli acquisti avvengono sempre e solo con un click sulla app o una scan del barcode al negozio.

I punti vendita sono centri logistici ed esperienziali in cui i commessi aiutano semplicemente i clienti, raccolgono la merce e completano la packing list . Ogni negozio serve un raggio di un paio di chilometri e gli ordini vengono consegnati entro 30 minuti indipendentemente dal fatto che siano avvenuti in negozio o in mobilità.

Altro piccolo dettaglio non banale: Hema è a break even.

Forse più che omni-channel questa modalità retail andrebbe chiamata in modo più appropriato uni-channel.

 

 

 

 

 


Venture capital nella space economy

Oggi annunciamo come Primomiglio SGR una nuova iniziativa nel venture capital, l’obiettivo è lanciare a fine anno un fondo di investimento tecnologico specializzato sulla new space economy. Il fondo avrà un target di raccolta di 80 milioni di Euro e annunciamo il supporto del progetto da parte dell’Agenzia Spaziale Italiana come cornerstone investor.

Lo spazio è un settore in grandissima crescita.  Ha toccato i 327 miliardi di dollari nel 2017 ed è destinata a crescere in modo estremamente significativo nei prossimi trent’anni fino a raggiungere i 2700 miliardi nel 2045. Negli ultimi anni il settore ha iniziato un processo di trasformazione e accelerazione, sono nate nuove aziende private come ad esempio Space-X (Elon Musk), Blue Origin (Jeff Bezos) e Virgin Galactic (Richard Branson). Le innovazioni trecnologiche, che stanno investendo tutta la filiera industriale – dalla drastica riduzione dei costi di lancio alla disponibilità di grandissime quantità di dati prodotte da diverse costellazioni di satelliti – stanno aprendo il settore a nuove startup.

 

 

Il settore commerciale sta sviluppandosi in modo molto rapido e con esso gli investimenti. Dei 6,3 miliardi investiti in startup spaziali negli ultimi vent’anni, l’80% sono avvenuti ultimi tre.

Gli ambiti di investimento riguarderanno sia ‘upstream’ ovvero tecnologie, servizi e startup che operano nello sviluppo delle infrastrutture spaziale, sia ‘downstream’ ovvero applicazioni terrestri abilitate da infrastrutture spaziali. In questo contesto le tecnologie di osservazione e rilevazione terrestre sono in fortissima crescita ed abilitano un numero crescente di nuovi servizi nei campì più differenti tra cui ad esempio logistica, agricoltura, trasporti, telecomunicazioni, nelle auto a guida autonoma e meteorologia.

 

L’ASI, tra i fondatori e terzo contributore dell’ESA (European Space Agency) è attiva in moltissimi ambiti: robotica spaziale (Cassini, Mars Express, Rosetta, Venus Express, Dawn, Juno), lanciatori (Vega e Ariane 5), osservazione della terra, osservazione dello spazio, navigazione, telecomunicazioni, volo umano, volo suborbitale anche in partnership con diversi operatori leader (NASA, Israele, India, Cina) e istituzioni accademiche, private e di ricerca.

Il team di investimento guidato da Matteo Cascinari e Giorgio Minola, sarà supportato nelle attività di scouting e advisory dalla Fondazione E. Amaldi, attiva nella new space economy e che ha lo scopo di promuovere e sostenere la ricerca scientifica finalizzata al trasferimento tecnologico, partendo dal settore spaziale, come strumento fondamentale per lo sviluppo economico del Paese e come fonte di innovazione per il miglioramento della competitività, della produttività e dell’occupazione.

 

“L’Agenzia Spaziale Italiana crede molto nel venture capital per sviluppare la space economy”, ha detto il Presidente dell’ASI, Roberto Battiston. “Al nostro sistema, che da sempre detiene eccellenze scientifiche, tecnologiche e industriali, mancava la quarta ed importante gamba dei nuovi strumenti finanziari, che insieme al modello delle partnership pubblico private, sono il futuro della new space economy”.

Nuove infrastrutture, satelliti e sensori spaziali rimandano sulla terra Terabyte di informazioni sull’osservazione terrestre, che possono oggi essere elaborate con tecnologie big data e di intelligenza artificiale per abilitare nuove soluzioni e tecnologie.

Ogni giorno interagiamo 36 volte con dati di derivazione spaziale e L’Italia in questo settore è da sempre un’eccellenza essendo il sesto al mondo nella produzione di ricerca scientifica in ambito spaziale, il terzo contributore in Europa al budget e alle missioni dell’European Space Agency e uno dei pochi paesi ad avere la filiera industriale completa. E’ un mercato la cui crescita nei prossimi anni sarà esplosiva offrendo agli investitori un opportunità di diversificazione ed al mondo delle start up Italiane ed Europee una fonte sviluppo del sistema”

L’Italia è stata la terza nazione al mondo nel lanciare in orbita un satellite, ed oggi il settore aerospaziale produce in Italia 1,6 miliardi di euro di fatturato, su 250 aziende operative in tutta la filiera. Fornisce un notevolissimo contributo di ricerca ed innovazione a livello internazionale, ma poca di questa innovazione viene trasferita sul mercato anche a causa della scarsità di investitori specializzati.

L’iniziativa di Primomiglio SGR nasce da queste considerazioni e si pone l’obiettivo di valorizzare e potenziare questo importante patrimonio qui ben descritto dal Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana Roberto Battiston, alla festa dei trent’anni di ASI.


Monete complementari, monete virtuali, monete funzionali

Questo weekend ho avuto il piacere di ritrovare tanti amici
alla Blogfest di Rimini e partecipare a tre panel. Uno di questi si
è occupato di monete complementari e monete virtuali (consiglio a
tutti di leggere l’e-book su Bitcoin di Luca
Mercatanti
che mi ha aiutato finalmente a capire Bitcoin)
e sulle monete virtuali. E’ sempre difficile provare a spiegare
questo settore, principalmente perchè siamo abituati a concetti
come moneta, ricchezza, interessi, credito, finanza come oggetti
fissi e definiti. Talmente definiti da non poter essere messi in
discussione. Mi sono avvicinato a questo mondo, grazie
all’investimento in Sardex, azienda di cui
siedo nel consiglio di amministrazione. Il credito Sardex non
genera interessi e il circuito non richiede garanzie specifiche per
erogare il proprio credito, se non il fatto che i beni e servizi
offerti da chi partecipa alla community sono effettivamente utili,
necessari e richiesti dagli altri appartenenti. In effetti Sardex
non è una moneta, ma una camera di compensazione, che utilizza una
moneta virtuale per regolare le transazioni che avvengono dentro la
rete. Per questo più che di monete complementari preferisco parlare
di monete funzionali. Viste sotto questo profilo allora si possono
categorizzare tutte le monete come oggetti che definiscono delle
specifiche funzioni. In questo senso allora anche i punti fragola
Esselunga o le Millemiglia sono una moneta funzionale, il cui unico
scopo è la fidelizzazione del cliente. Le monete che noi conosciamo
da sempre, come l’euro o il dollaro incorporano due grandi
funzionalità: da un lato regolano le transazioni tra persone
(fisiche o giuridiche) e dall’altro consentono anche
l’accumulazione di ricchezza, fungendo da riserva di valore. Due
funzioni che in effetti sono in opposizione l’una con l’altra.
Siamo in mezzo ad una crisi economico-finanziaria profonda che ha
tante ragioni ma alla base di tutto c’è una enorme scarsità di
liquidità e grande difficoltà per le aziende ad ottenere credito.
Chi detiene moneta ha pochi incentivi a prestarla e farla ‘girare’
con la conseguenza che la funzione di ‘riserva di valore’ sta
comprimendo in maniera impressionante quella di generare
transazioni, che in ultima analisi sono ciò che determina veramente
lo sviluppo economico e quindi la ricchezza. Sappiamo che c’è una
relazione diretta tra i tassi di interesse e lo sviluppo. Più bassi
sono i tassi di interesse e maggiore è la crescita economica,
perchè tassi bassi aumentano gli investimenti, impattando sui
redditi e quindi sul consumo. Ma ormai i tassi di interesse sono
talmente bassi (in alcuni casi vicini allo zero) che questa leva di
sviluppo è diventata un’arma spuntata, soprattutto nel contesto
della crisi economica attuale. Quindi come fare a far ripartire
l’economia? Siamo abituati a pensare che la moneta debba generare
interessi, ma questo concetto è legato al fatto che guardiamo alla
funzione di riserva di valore. Nelle monete complementare infatti
esiste il concetto di demurrage, ovvero un tasso di interesse
negativo. Una sorta di inflazione programmata tale per cui la
moneta detenuta e non messa in circolazione perde valore. Questo documentario sulle monete
complementari spiega molto bene questi concetti. Incluse le tante
diverse funzionalità che possono essere applicate, ad esempio nel
no-profit.


La domanda che mi sorge spontanea quindi è: cosa
succederebbe se si applicasse il demurrage al credito
interbancario?
Ovvero cosa succederebbe se la banca
centrale cominciasse a prestare alle banche commerciali moneta che
perde valore giorno dopo giorno se non viene immessa sul mercato
del credito commerciale? Succederebbe che probabilmente questa
particolare ‘moneta funzionale interbancaria a tasso negativo’
avrebbe come unico scopo quello di circolare e fungerebbe da grande
stimolo per far ripartire l’economia, perchè incentiverebbe le
banche ad erogare il credito e non avrebbe senso utilizzarlo per
ripianare posizioni finanziarie. Lo abbiamo visto con i mille
miliardi che la banca centrale europea ha distribuito per salvare
le banche recentemente. Quei soldi hanno effettivamente salvato le
banche dal default, e quindi hanno assolto ad una funzione
assolutamente positiva e necessaria per la società, ma per contro
non sono arrivati alle aziende, non hanno fatto ripartire la
produzione e non hanno avuto impatto sullo sviluppo economico.
Insomma se il tema è far ripartire l’economia, perchè non disegnare
monete specifiche a questo scopo cominciando ad immaginare più che
una singola moneta ‘fits for all’ un ecosistema di monete, ancorate
all’euro ma disegnate per raggiungere diversi scopi specifici e
funzionalità?


A day to remember. Equity crowdfunding is regulated in Italy, here is how the market will work

Consob (the Italian SEC) has published today the final regulation to operate an equity crowdfunding portal. From today Italian startups (first in the world) will have a regulated instrument to really enter the market and realize their projects, fundraising online.

In the next months several portals will launch in Italy and they will offert this new opportunity. Startups will be able to post their business plans and accounts online, and that the general public will be able to subscribe a small share of their capital online.

Italy is the first country in the world that has a regulatory framework for equity crowdfunding, after having recognized its transformative impact by inserting it in the Economic development decree, issued by the previous Monti government. I think this is something we as Italians should be proud of.

Today is a day to remember, since from now many things can change in the economic outlook of the Italian economy. Some objected that several countries (Australia, UK, Netherlands for example) have equity crowdfunding without the need of any kind of regulation. True, but having one means that since we now have a stable regulatory framework in this business, a lot of people that would not touch the sector are now able to invest.

Regulation is also essential as a mean to protect investors, and therefore necessary to develop an healthy market.

The regulation provides that authorized operators which will be inserted in a special registry, vigilated by Consob, will be able to offer on their portal equity instruments, issued by innovative startups. Such operators will have the role to ensure that documentation and information provided by the issuers is complete, clear and transparent. Crowdfunding portal operators are not allowed to provide any kind of investment reccomendation to the public and will have to ensure that subscribers have understood what they are buying and the risks connected to it, though an online questionnaire.

Portals will have the role to collect orders and send them through authorized intermediaries, that will have a simplified management, as long as the amounts are below 500 euros on a single order and a total of 1000 euros on an annual basis.

The law provides that besides banks and financial intermediaries a new category of managers will be autorized, provided they have specific experience and professional requirements. The important thing will be that such managers will have to operate exclusively for  single portal.

Startups that will want to issue fundraising campaigns, will have to provide the portal operators will all the relevant information, which will be subject to some rules:

– they will have to provide a clear, complete and transparent set of informations about their company and business plan

– subscribers will have the right to cancel their order until 7 days since the order is transmitted

– subscribers will have the right to sell shares back to the company in case of a ‘change in control’ in the company corporate structure

In order for the campaign to be completed, the startup will have to make sure that at least 5% of their offer is subscribed by a professional investor, according to the law provisions. This is an important matter, where Consob has clarified on a topic that has been largely discussed in the past weeks. Startups will be able to issue an offering freely but only such campaign whereas 5% has been subscribed by professional investors will complete.

Consob will keep monitoring key indexes and kpi of the market in the coming months, in order to potentially fine tune the regulation in the next months.

With such instruments the outlook for startups in our country has radically changed today. We are the only country in Europe to have a law for crowdfunding and the first in the world to have regulated environment, injecting a significant dose of innovation in the ecosystem.

It is the beginning of a process of democratization of finance and the means of production and if Consob will be successful in building a large and healthy market, from today everything has changed for startups in Italy.


La terza via dello sviluppo: la moneta complementare

In Svizzera 1,6 miliardi di transazioni commerciali sono regolate ogni anno con il WIR, la moneta complementare nata negli anni trenta a Zurigo. Moltissimi studi hanno dimostrato come la moneta complementare offra soluzioni nuove al problema dello sviluppo locale e che particolarmente in momenti di crisi economica contribuisce fortemente al sostegno di reddito ed occupazione.

In Sudamerica si fa utilizzo di monete complementari e camere di compensazione già da tempo. In Uruguay ad esempio è stata istituita una grande camera di compensazione nazionale in cui una nuvola di progetti di interscambio e tutte le utilities pubbliche effettuano transazioni senza usare la moneta ‘tradizionale’.

Oggi si è tenuto a Cagliari “La Terza Via” (davvero centrato il titolo!) un interessantissimo convegno scientifico su questo argomento, al quale hanno partecipato i massimi esperti economici in Italia della materia (tra cui i professori Amati e Fantacci della Bocconi) oltre ad importanti guru internazionali. E’ stato anche deciso che nascerà in Sardegna un centro studi internazionale interamente focalizzato su questo tema per capirne a fondo tutte le implicazioni scientifiche ed economiche.

La combinazione di digitalizzazione diffusa e della crisi economica finanziaria di questi anni stanno spingendo questo settore con grande velocità ed oggi esistono migliaia di monete complementari di tutti i tipi e le forme.

E’ un mondo completamente nuovo, con logiche, meccaniche, filosofie e modi di pensare profondamente diversi, decisamente più allineati all’economica collaborativa che stiamo solo adesso cominciando a vedere e percepire.

Ma non è facile capire come fare e cosa fare per sfruttare il pieno potenziale di questa innovazione (secondo me) per due ragioni:

– si tratta di un mondo davvero nuovo e differente (d’altra parte nonostante WIR abbia 80 anni, la moneta tradizionale ha ormai alcune migliaia di anni). Un mondo ancora largamente da esplorare;
– il modo di ragionare all’interno di un sistema come ad esempio Sardex è spesso diametralmente opposto a come siamo abituati a pensare di fronte a concetti come moneta, ricchezza, valore, credito. Dentro una moneta complementare queste idee a cui siamo visceralmente attaccati cambiano completamente di significato. Non ha senso accumulare Sardex ad esempio. Il credito non è commisurato alle garanzie, bensì all’utilità che la community ha dal bene o servizio acquistato. E così via. Non è facile spogliarsi di queste nozioni ed entrare nel nuovo paradigma.

Un esempio può aiutare a capire meglio di cosa parliamo. C’è un effetto diretto tra inflazione e disoccupazione, lo sappiamo. Ridurre i tassi di interesse aumenta l’occupazione. Ma come fare se i tassi di interesse (come succede oggi) sono vicini allo zero? Se pensiamo in modo tradizionale ‘siamo al capolinea’, visto che più bassi di così i tassi di interesse non possono andare.

Ma in una moneta complementare spesso ha molto senso introdurre tassi di interesse negativo (ovvero la moneta non utilizzata perde un pò del suo valore ogni giorno). Una specie di inflazione programmata che però ha l’effetto di far schizzare la velocita di rotazione, con la conseguenza di aumentare consumi e investimenti, disincentivare l’accumulo e far girare più rapidamente l’economia creando occupazione.

Peccato che nel modo di pensare ‘normale’ il tasso di interesse negativo non è contemplato.

Perchè? Perchè c’è un bug fondamentale: ovvero che la moneta nel corso della storia ha assunto un valore in se stessa che è superiore a quello che veramente invece fornisce il valore (ovvero i beni e servizi che ci consente di utilizzare). In altri termini il ruolo di accumulazione è largamente sopravanzato quello di essere uno strumento per regolare transazioni economiche. Ed ecco che un sistema che combina moneta ‘tradizionale’ e moneta complementare comincia ad avere tutto un suo preciso significato e ambito di applicazione.

Ci sono alcune migliaia di monete complementari al mondo. E’ un campo molto eterogeneo. Una matrice che combina diverse geografie, regole di funzionamento, scopi e funzionalità della moneta, effetti finali sull’economia. Dalle grandi camere di compensazione tra nazioni largamente utilizzate in Sudamerica, fino alle monete di quartiere che stanno nascendo ad Atene per aiutare i cittadini a campare durante la crisi.

In Italia convivono ad esempio sistemi molto diversi tra loro come BEXB (camera di compensazione nazionale tra aziende), Sardex (credito commerciale per l’economia locale), Scec (no profit per lo sviluppo del turismo di qualità). In aggiunta a tutto ciò con la digitalizzazione e nuove generazioni di sistemi software sarà sempre più semplice aggiungere funzionalità specifiche ad una moneta (cosiddette ‘monete funzionali’) con la possibilità di far viaggiare ed interoperare queste diverse monete sulla rete Internet.

Sono un paio d’anni ormai che ho scoperto questo nuovo mondo grazie ai Sardex, e mi sono convinto che siamo all’inizio di una vera e propria rivoluzione monetaria. In futuro coesisteranno decine, forse centinaia di monete diverse, disegnate ed implementate per raggiungere specifiche funzionalità ed obiettivi. Monete e sistemi che potranno interoperare ed essere gestiti dagli utenti tramite i propri borsellini elettronici. C’è chi sostiene che in futuro ognuno di noi emetterà una propria moneta che sarà scambiata con le altre attraverso marketplace online basati sul trust e valore specifico di ogni emettitore. E’ certamente uno scenario possibile.

A volte pensiamo che le cose possono essere solo bianche o nere. Che dobbiamo scegliere tra la crisi economica e il becero consumismo: tertium non datur. E invece no. C’è una terza via ed abbiamo solo iniziato ad esplorarla. E’ quella dell’economia collaborativa, in cui il ruolo della moneta complementare sarà assolutamente centrale.