BBC News ha scritto una pagina nel giornalismo digitale

Sta girando molto velocemente sui social media un’inchiesta incredibile di BBC News (grazie Arcangelo Rociola per la segnalazione). La storia è raccapricciante: sette soldati del Cameroon trascinano due donne e due bambini in una radura e li uccidono. Storie orrende, storie che capitano tutti i giorni purtroppo, storie che molto difficilmente conosceremmo.

Ma la cosa veramente incredibile è che i giornalisti di  sono riusciti ad utilizzare una grande quantità di informazioni disponibili online per smascherare i colpevoli (nomi e cognomi), individuare il luogo dove si è svolto il fatto, la data presumibile in cui  è successo.

Il tutto narrato direttamente su Twitter in un thread che potete leggere qui. La location è stata individuata combinando le soffiate di informatori con le foto di Google Maps dal satellite e foto da terra. I soldati sono stati individuati tramite Facebook, le divise e le armi riconosciute come dotazioni ufficiali dell’esercito.

Il governo del Cameroon, che all’inizio ha provato a smentire la notizia dicendo che era falsa, alla fine ha dovuto ammettere il contrario ed annunciare che 7 soldati sono indagati per l’eccidio. C’è solo da sperare che giustizia sia fatta e che BBC non molli la presa tenendoli sotto pressione.

Ripostate gente, ripostate.

Warning: i contenuti sono pesanti.

 

 

 


La nuova era del retail sta nascendo in Cina non in Silicon Valley

Non si parla mai abbastanza delle tech company Cinesi, aziende che stanno sviluppando modelli di business completamente nuovi e totalmente diversi da quelli nati nel mondo occidentale e nella Silicon Valley. E’ anche vero che è più difficile avere informazioni sul mercato digitale in Cina, chiuso dietro i firewall che lo isolano dal resto del mondo e lo rendono un’ecosistema a sé stante.

In questo Ted Talk da ‘mascella per terra’ Angela Wang – consulente di BSG sul retail in Cina – trasmette chiaramente come il retail del nuovo millennio stia nascendo in Cina più che in Silicon Valley o a Seattle. Le mega tech company Cinesi come Ali Baba e Tencent sono gruppi integrati che mescolano al loro interno retail, contenuti, piattaforme, gaming, comunicazione, messaging, social. Sono anche i principali venture capitalist Cinesi, e stanno finanziando decine di nuovi Unicorn. Queste aziende che solo pochi anni fa non esistevano sono i prossimi candidati a diventare trillion dollar companies dopo Apple e Amazon.

Tutto nasce così anche perchè la Cina sta vivendo un momento unico sulla terra che al contempo combina la nascita di una gigantesca classe media e benestante con la massiva digitalizzazione dell’economia. Tutto sta succedendo molto rapidamente: nel giro degli ultimi 5 anni, 500 milioni di consumatori hanno iniziato a comprare online in Cina. Un numero che è pari alla somma della popolazione di USA, Germania e UK messi insieme.

Ma soprattutto è una nuova generazione di consumatori che è mobile only e paga esclusivamente digitalmente. Il punto di ingresso e di uscita per ogni acquisto è lo schermo di uno smartphone.

Questo fenomeno ha implicazioni impressionanti sull’esperienza d’acquisto e il vissuto che i clienti hanno con i prodotti, ma si ripercuote anche pesantemente sulla logistica e sulla produzione stessa.

Hema è forse il condensato più avanzato di cosa questo significa. Il concetto di ‘omni-channel’ per come lo viviamo qui in Europa qui è radicalmente diverso. Non ci sono casse: acquistare da casa, dalla metro, in una sessione di chat o nel punto vendita sono esattamente lo stesso processo. Gli acquisti avvengono sempre e solo con un click sulla app o una scan del barcode al negozio.

I punti vendita sono centri logistici ed esperienziali in cui i commessi aiutano semplicemente i clienti, raccolgono la merce e completano la packing list . Ogni negozio serve un raggio di un paio di chilometri e gli ordini vengono consegnati entro 30 minuti indipendentemente dal fatto che siano avvenuti in negozio o in mobilità.

Altro piccolo dettaglio non banale: Hema è a break even.

Forse più che omni-channel questa modalità retail andrebbe chiamata in modo più appropriato uni-channel.

 

 

 

 

 


Startup Europe: connecting the dots

I had the opportunity recently to partecipate in a policy workshop from the Startup Europe team in Barcelona. We have in Europe the infrastracture to build a significant innovation rainforest, I personally think that what we mainly need to do, is to start connecting the dots and watch it flourish to a next level. For those that want to partecipate: engage in the Startup Manifesto.

 


Benvenuti nel ‘garlic belt’

Questa settimana ho parlato con il partner di un importante fondo di venture US (il fondo di venture di Peter Thiel) che è uno dei pochi fondi Americani ad occuparsi di venture capital internazionale. Gli dicevo che sono pochi gli investitori anche Europei che guardano all’Italia. Mi ha confermato che a Londra parlando con il manager di un grande fondo UK, gli ha detto che “we don’t look at the garlic belt”. Ovvero non si occupano minimamente di cercare investimenti in Spagna, Portogallo, Italia, Grecia.

A parte il nomignolo vagamente offensivo che denota una certa patina di pregiudizio e velato razzismo e mi fa schiumare di rabbia, (non è da meno peraltro l’acronimo PIGS con cui queste nazioni vengono chiamate in nord Europa), la verità è che questa è la situazione generalizzata. E’ inutile che ce la meniamo tanto, capitali di rischio stranieri qua in Italia non ne arrivano. Punto.

L’Italia è considerata un pig, centro del Garlic Belt, un luogo dove non ha senso neanche mettere il naso per un operatore che guarda al mondo come territorio di investimento. Per quanto possiamo suonarcela e cantarcela, questa è la verità. Nel campo delle startup e venture capital, siamo considerati un paese del tutto marginale, probabilmente anche molto meno interessanti di paesi Sudamericani o Africani, dove almeno ci sono economie in crescita.

Quando ho postato su Facebook questo aneddoto si è scatenata una discreta discussione che vale la pena riprendere e provare a schematizzare.

Ci sono gli ottimisti, come Luca “Li faremo ricredere! ; )” o Pietro che dice “continuiamo a muovere i nostri passi con passione, con le nostre idee ed i nostri capitali… L’affermazione internazionale sarà una conseguenza. C’è bisogno che incubatori, università, fondi e imprenditori facciano cerchio e collaborino, la direzione é giusta.”

Ci sono i realisti. Come dice giustamente Massimo Banzi “come biasimarli?”

In fondo vista dall’estero la classe dirigente Italiana appare per quello che mediamente è: mediocre, provinciale, rissosa, inaffidabile e troppo spesso corrotta, con una politica incomprensibile che tollera, convive con ed avalla situazioni e personaggi che in un paese mediamente civile sarebbero probabilmente finiti in galera già da un bel pezzo e in ogni caso gente a cui non affideresti nemmeno la gestione di un condominio.

Come dice Maurizio “Italiani …fanfaroni pizza e mandolino!….

Eppure quanto sostiene Marco Bicocchi Pichi è vero: non avremmo bisogno di capitali esteri per lanciare high-tech e startup in Italia. “Abbiamo abbastanza capitali in italia per finanziare una valanga di startup il problema è che siamo noi i primi a non credere in noi stessi”. A partire dalle nostre istituzioni aggiungerei io, che nonostante le parole non investono nel settore delle startup. Come al solito in Italia, grande supporto a parole, ma poi quando bisogna passare ai fatti tutto si vaporizza. Inoltre come sottolinea giustamente Marco “quello che manca è capitale di RISCHIO che vuol dire avere cuore e palle, ed in Italia mi sembra prevalere la mentalità della rendita. Se mancano i finanziamenti è perchè i soldi sono indirizzati a finanziare il debito pubblico oppure gli Italiani preferiscono essi stessi investirli fuori Italia”

Ma cosa possiamo fare per cambiare questo pregiudizio e cominciare a diventare un posto in cui anche gli investitori Europei (non dico gli Americani per i quali non siamo nemmeno sulla cartina geografica) cominciano a frequentare il nostro ecosistema e lasciare giù capitali?

Ci sono alcuni ordini di problemi che andrebbero affrontati e risolti, a mio modesto parere, per cambiare questo odioso trend:

1) creare un ambiente favorevole all’imprenditoria. Le classiche cose che sento dire dai nostri politici da sempre e da sempre sono il fulcro di tutte le campagne elettorali di tutti i nostri beneamati partiti: semplificare, ridurre la burocrazia stupida, avere un sistema giudiziario funzionante. etc. Bene ho 46 anni e da quando sono nato sento questi discorsi senza vedere nessun vero cambiamento. I soliti Italiani tutte chiacchere e distintivo, incapaci di fare e di incidere. Ho smesso di crederci ed in ogni caso per far succedere qualcosa di questo tipo serviranno decine di anni. E non abbiamo tanto tempo.

2) creare le condizioni perchè i capitali privati Italiani possano essere investiti sul suolo Italiano utilizzando la leva della detrazione fiscale per compensare lo svantaggio competitivo e il rischio maggiore. In parte è quello che è stato fatto nel Decreto Sviluppo anche se in maniera molto timida e tutto sommato poco incentivante

3) sviluppare un ecosistema locale funzionante, in grado di fare da solo. In grado di generare successi visibili e tangibili. Nel momento in cui questo comincerà a succedere sono sicuro che i Francesi, Tedeschi e Inglesi probabilmente cominceranno a mettere il naso in Italia. Magari non saranno i first tier, ma sicuramente qualche fondo second tier o emergente comincerà a capire che qui in Italia c’è una concreta opportunità di business. Questo è fattibile ma occorre una determinazione e una competenza nella nostra classe dirigente che attualmente ancora non si vede (basta vedere alla legge sulle startup che è stata fatta).

4) organizzare attività di promozione delle migliori esperienze di successo in termini di startup e venture nei mercati chiave Europei. Anche questo sarebbe fattibile ed anche relativamente poco costoso. Ma fino ad adesso abbiamo visto solo baracconi e ‘gite scuola’, niente di significativo.

Sintomatico l’aneddoto raccontato da Augusto Coppola:

qualche anno fa ricevetti una skype call da parte di un importante fondo tedesco.

“Mi dicono che sei un tipo in gamba con una tecnologia fica, ho poco tempo adesso, ma mi chiedevo se riesci ad essere a Francoforte dopodomani mattina alle 11.00 così ne parliamo di fronte ad un caffe?”

Risposi subito: “Certo!”Incontrai il tipo a Francoforte, stretta di mano, convenevoli, poi lui mi fissa e mi chiede “Coppola…Coppola…è un cognome italiano?”

Io “Sì, italianissimo”

Lui “Ah! E da quant’è che hai lasciato l’Italia?”

Io “Ma veramente io vivo in Italia, a Roma!”

Lui “A Roma? E come fai a seguire la startup da Roma?”

Io “Basta andare in ufficio tutti i giorni, anche la startup è a Roma”

Lui “Ah! Allora mi dispiace, investiamo solo in Europa”

L’aneddotto dice tutto. Allora, classe dirigente Italiana, vogliamo restare pigs nel cuore del garlic belt, oppure vogliamo uscire da questo pantano? Datevi una mossa!

 


Re-making e le olimpiadi del riciclo

Costruire una casa completa, partendo da un cumulo di spazzatura. Remaking a Helkinki.


Aalto Fablab

Nel cuore delle miglior entrepreneurship University in Finlandia, (Aalto, Helsinki) c’è un Fablab super-attrezzato, che si innesta su una già diffusa Maker culture nel paese.


Ouishare Festival, the Barcamper arrives in Paris

If in the future factors of production will be accessible to anyone, anywhere. Hardware, software and know-how will be open sourced and constantly grown and adapted by large distributed communities of developers and makers. If all this know-how will be shared online. If finance will be democratized through crowdfunding and peer to peer lending.

How much faster would innovation go? How more efficient would it be? How much more sustainable?

It would certainly be a different kind of society. Ouishare Festival in Paris is about the collaborative economy.

The Barcamper went to take a look at what’s going on at the Fest. It’s going to be the last stop in France and then we’ll start heading north.


L’ecosistema innovativo Irlandese

Il mio amico e collega Will Prendergast, co-fondatore di Frontline Venture Capital, ha creato questo documento che è la mappa più completa ed aggiornata del sistema dell’innovazione in Irlanda.

The Irish Tech Startup Guide from Frontline Ventures

New York City’s digital roadmap

E’ il titolo del report sull’agenda digitale di Micheal Bloomberg che racconta lo stato dell’arte nelle iniziative che la città di New York ha sviluppato negli ultimi 4 anni per lanciare la città come distretto tecnologico leader negli Stati Uniti. E’ innanzitutto importante premettere che tutte queste policy sono state definite con delle calls for proposal aperte al pubblico e in qualche maniera quindi sono state indirizzate ‘dal basso’, dalla città stessa.

Le policy del sindaco di New York si fondano su 5 pilastri:

accesso, con l’obiettivo di portare la connettività Internet al 100% dei cittadini entro il 2014 la città ha svolto sia iniziative dirette (ad esempio fornendo la connettività a 72 scuole e 16.000 studenti,  l’accesso Internet nelle linee della metro), sia attraverso partnership pubblico-private (insieme a Verizon portando la fibra al 100% delle case entro il 2014 e con AT&T per portare il wifi in tutti i parchi della città). Ora il wifi verrà portato nelle cabine telefoniche e verrà introdotta una nuova piattaforma tecnologica per i taxi.

educazione, focalizzando l’attenzione sulle scienze applicate con diverse iniziative, alcune di altissimo profilo internazionale:

  • Con il bando “Applied sciences NYC”  la città ha chiesto alle principali istituzioni educative di sottoporre il proprio progetto per sviluppare un nuovo campus nelle scienze applicate e ingegnerie in cui il Comune avrebbe donato la terrà e finanziato il seeding dell’operazione. Da questo bando è nato CornellNYC Tech che sorgerà a Roosvelt Island su un’area di due milioni di piedi quadrati in partnership con l’Università Cornell e l’Istituto Technion. Il progetto prevede anche un fondo revolving da 150 milioni di dollari per finanziare le startup che nasceranno sul campus. 2 miliardi di dollari di investimento.
  • A Downtown Brooklyn nascerà il CUSP, Centro per le scienze urbane e il progresso con il focus sull’urbanizzazione, smart cities, trasporti, risparmio energetico.
  • Academy for software engineering, indirizzata agli studenti delle scuole superiori: un super master per sviluppatori che coinvolge hackNY, Facebook e Fred Wilson.
  • iZone, una piattaforma online che oggi coinvolge 400 scuole della città e supporta le scuole nello sviluppare programmi di apprendimento personalizzati, migliorare la produttività e la collaborazione degli insegnanti e con gli studenti;
  • Mouse, un’organizzazione che si occupa di supportare gli studenti con minori possibilità nello sviluppare la propria carriera nel campo tecnologico

open government. Ad oggi NYC ha rilasciato 900 dataset sul proprio sito. Ha organizzato 15 hackatons coinvolgendo 200 sviluppatori e ricevuto 600 idee nel proprio challenge NYC Bigapps 3.0. Nel frattempo ha varato la legge 11 del 2012, il più grande e significativo pezzo di normativa sull’open government ad oggi negli USA.

engagement. La città si è data degli obiettivi di interazione digitale con i propri cittadini e ad oggi attraverso i suoi vari canali raggiunge circa 5,4 milioni di individui digitalmente ogni mese su oltre 280 canali diversi. Tra queste diverse app (nate da hackaton e challenges). Molto popolare NYC311 con la possibilità di segnalare problemi, fare ed inviare foto e avere informazioni dal Comune e dai vari enti collegati.

industria. Solo nel primo trimestre del 2012 il venture capital ha investito sul territorio di NY 264,65 milioni di dollari in 68 startup. In tutto il 2011 sono stati investiti a New York 2,8 miliardi di dollari di venture capital con una crescita del 41% rispetto al 2010. Come ha detto Fred Wilson, la superstar del venture Newyorkese “non c’è stato un periodo più eccitante nell’high-tech di New York”. Il Sindaco ha visitato personalmente le principali startup della città Foursquare, Etsy, General Assembly, Seamless e Tumblr. Inoltre ha supportato l’espansione della presenza locale di Facebook, Twitter e Yelp. Tra le varie iniziative:

  • NYC tech talent draft, sessioni di incontro sui campus di CEO e CTO delle principali startup cittadine
  • NYC Venture Fellows, un programma che si concentra sulle 20-30 ‘star potenziali’ tra le startup di NY
  • NYCEDC Incubator network. Una rete di 10 incubatori in città focalizzati sulle startup tecnologiche che da soli hanno attratto 83 milioni di dollari di investimenti e creato 500 occupati

Ora… non dico di scopiazzare tutto, molte cose qui in Italia non avrebbero senso o non si potrebbero fare, ma forse una bella visitina a NY per un pò dei nostri amministratori ci starebbe, o no?


NYC la nuova stella dell’high-tech in America

New York sta diventando la nuova capitale dell’high-tech in USA: nel giro di pochi anni si è sviluppato un movimento di startup e venture capitalist tra i più dinamici e creativi al mondo, al punto di fare della Grande Mela la prima scelta per chi vuole startup negli USA fuori dalla Silicon Valley.

A fare da capofila di questo movimento di imprenditori c’è un sindaco illuminato: Michael Bloomberg. Qui il suo programma, un documento che sembra più il business plan di una Google che non il programma elettorale di un sindaco (con tanto di milestones raggiunte nei vari piani di intervento). Un documento che prescriverei come testo obbligatorio su cui essere interrogati, per avere la patente di candidato ad amministratore pubblico in Italia. A vederlo dall’Italia infatti, sembra fantascienza che un sindaco sia in grado di scatenare un rivoluzione imprenditoriale, ma bisogna ricordare che Bloomberg è un imprenditore tecnologico di prima generazione di grande successo, come diremmo in Italia ‘prestato alla politica’. In un paese in cui la ‘politica’ coincide innanzitutto con la buona amministrazione, più che con il conflitto ideologico o pseudo ideologico su una teoria piuttosto che un’altra.

A raccontare questa affascinante vicenda, utile in momenti come questo in cui siamo tutti ad interrogarci sul futuro, sono Maria Teresa Cometto ed Alessandro Piol, con il loro libro “Tech and the City”,  che consiglio assolutamente a chiunque sia interessato nel capire meglio il fenomeno delle startup e l’impatto che un ecosistema dell’innovazione funzionante può determinare su un territorio in termini di sviluppo.

Paradossalmente la rinascita di NY come capitale high-tech coincide con una gravissima crisi: le Torri Gemelle prima, e poi quella economico-finanziaria che portò al fallimento di Lehman Brothers. La finanza – che dava da lavorare ad un terzo dei cittadini – nel giro di un paio di anni bruciò oltre 50 miliardi di capitalizzazione lasciando disoccupati il 25% dei lavoratori del settore finanziario in città. E così Bloomberg per la sua rielezione del 2009 si propose di fare della città una capitale globale del settore high-tech. Il lavoro viene sviluppato insieme a NYCEDC (NY City Economic Department Corporation), una società no-profit alle dirette dipendenze del sindaco. Sono passati 4 anni da allora ed oggi New York è in pieno boom (qualcuno già parla di possibile bolla) dell’industria high-tech: interi quartieri della città sono in fase di ristrutturazione per ospitare le nuove aziende che stanno rapidamente conquistando i mercati globali, il loro indotto e lavoratori. In città l’amministrazione ha organizzato una dozzina di incubatori in tutti i quartieri, che negli ultimi anni hanno sfornato una quarantina di società rilevanti: startup come ad esempio Foursquare, Meetup, Etsy, Kickstarter, Shapeways, Makerbot, Zemanta, Bit.ly, Drop.io e una nuova generazione di venture capitalist come Fred Wilson (Union Square Ventures), Flybridge, Betaworks, First Round Capital, Founder Collective, solo per citarne alcuni.

Tutto questo successo nasceva su un territorio già fertile che aveva comunque alle spalle una forte attività di angels, imprenditori seriali di successo e qualche società di venture capital. Ma bisogna dare credito a Bloomberg per aver messo tutto a sistema e con intelligenti politiche di sviluppo aver fatto da catalizzatore, amplificatore e main sponsor della nuova community di imprenditori cittadini.

E se tutto questo non bastasse la città ha lanciato un nuovo ambiziosissimo progetto, la nascita di una nuova Stanford sulla costa Est: CornellNYC Tech, un investimento di 2 miliardi di dollari, che lascerà un segno nel lunghissimo termine e potrebbe essere l’elemento di svolta con cui NY supererà la Silicon Valley in futuro. A regime il progetto (a metà tra un’università e un acceleratore) avrà 200 docenti e 2.000 studenti, ognuno affiancato da un mentor industriale. CornellNYC Tech creerà 20.000 posti di lavoro per la sua costruzione ed 8.000 permanenti. Dal suo campus  usciranno 600 startup nei prossimi 30 anni che si stima genereranno altri 30.000 posti di lavoro e circa 1,4 miliardi di dollari di introiti fiscali.

Intanto a Brooklin sta sorgendo il nuovo Institute for Data Sciences and Engineering e il Center for Urban Sciences and Progress due iniziative volute dal sindaco sulle scienze applicate. Niente male per un sindaco, che tra le altre cose è il primo a lanciare un top level domain tutto cittadino: il .nyc Altro che smacchiare leopardi, organizzare feste Burlesque e V-Day.

Come direbbe l’assessore alle varie ed eventuali di Roccofritto: fatti non pugnette.