Immuni: libertà di scelta ai cittadini

Come prevedibile le polemiche su Immuni si sprecano e a guardare sui social ci sono due tipologie di polemisti:

  • gli pseudo guru tecnologici, che non vedevano l’ora di usare l’occasione di polemica aggratis per ottenere due like in più sui social e fare gli splendidi;
  • i veri geek che conoscono profondamente la materia tecnica e hanno giustamente le loro idee su temi come la privacy, la gestione dei dati, la sicurezza, il consorzio DP3T piuttosto che PEEP-PT, e così via;

Dei primi onestamente non me ne curerei, mentre rispetto ai geek, ammiro le loro competenze (che non pretendo minimamente di avere) conosco il loro modo di pensare, apprezzo le loro posizioni.

Tuttavia comunque la giriamo rimane un tema di fondo. Siamo tutti in quarantena da due mesi, la cosa non è sostenibile in questi termini a lungo e prima che avremo gli strumenti medici per risolvere il problema dovremo trovare un modo di convivere con il virus.

Qualcuno dovrà prendere una decisione su come implementare Immuni, e queste scelte, che non verranno prese da tecnici informatici, dovranno trovare un punto mediano tra la più totale tutela dei dati personali (impossibile qualunque protocollo si utilizzi) e la massima tutela dei cittadini sotto il profilo sanitario che richiede profonde incursioni nei dati dei cittadini.

La decisione dovrà fare delle scelte e dovrà considerare qual’è il bene superiore della collettività.

E qual’è questo bene? Un livello ragionevole di tranquillità nel tornare a vivere, lavorare, prendere la metropolitana, andare a fare la spesa. E per gestire la situazione che dovremo affrontare occorrerà avere a disposizione dati, informazioni e poterli gestire in casi di emergenza.

Leggo di scandalizzati per la combinazione di bluetooth e GPS. Ma di cosa stiamo parlando? Cosa proponete di fare se serve rintracciare rapidamente dati epidemiologici di massa per intere città o comunità? Oh..peccato non li abbiamo perchè troppo invasivi sulla privacy, cento morti in più e tutti in zona rossa, scusate.

Sono uno di quelli felice di cedere un pò della propria privacy che peraltro è già compromesssa da centinaia di app che utilizzo normalmente, pur di stare tranquillo che non sto mettendo la mia comunità a rischio perchè sono entrato in contatto con COVID positivi e non lo sapevo. Magari sono diventato a rischio, dovrei stare in quarantena e non lo sapevo trovandomi dopo sulla coscienza amici e familiari. E non venite a dirmi che è più tutelante dare i miei dati GPS a Google che non allo Stato Italiano che.è un argomento ridicolo e inaccettabile.

Per cui direi: a tutti voi che non volete usare Immuni: non usatela, ma poi non pretendete di usare la metropolitana. Se non volete accettare il contact tracing perchè ritenete violi la vostra insindacabile necessità di privacy, la vostra posizione è rispettabile, non siete obbligati a usare l’applicazione, prendete la bici e difendete i vostri principi.

Il vostro sacrosanto diritto alla privacy non potrà prevalere contro il diritto della maggioranza degli Italiani che vogliono potersi tutelare il più possibile con i pochi strumenti che possono aiutarci in questa fase.

Immuni dovrebbe avere dei meccanismi di engagement ed incentivazione all’utilizzo, per cui chi accetta di rilasciare i propri dati ne otterrà dei vantaggi in termini di accesso a luoghi pubblici, possibilità di spostarsi, prendere treni, lavorare. E se parliamo di meccanismi di questo tipo ancora più di prima sono convinto che gente come Bending Spoons sono la miglior scelta che potevamo fare per assicurarci un profondo e ampio utilizzo dell’applicazione.

Quando saremo tutti vaccinati potremo cancellare Immuni dai nostri smartphone e tutti i suoi dati dai server.

 

 

 


Immuni ma non dall’ignoranza

Monta la panna delle polemiche su Immuni, l’applicazione fondamentale che ci dovrà aiutare a riprendere una vita semi-normale in attesa che la ricerca medica faccia il suo corso. Le due notizie principali sono che il Copasir (il Comitato Interparlamentare che vigila sui servizi segreti) ha aperto un’indagine sull’assegnazione del bando e che maggioranza e opposizione richiedono un voto parlamentare sull’uso dell’applicazione.

L’indagine Copasir pare riguardi l’assegnazione del bando e “l’architettura societaria”, ovvero chi sono i soci di Bending Spoons, Sant’Agostino e Jakala, cosa che sta scatenando un sacco di dietrologia, allarmi complottisti, sospetti speculativi, roba da mettere in ballo addirittura appunto i servizi segreti. Ben venga per carità, ma occhio alle conseguenze.

Questo tipo di cosa è un classico Italiano, perchè siamo culturalmente predisposti a pensare che c’è sempre dietro una fregatura e se non c’è nessuna fregatura, non c’è niente da fare: la dobbiamo cercare, immaginare e spesso e volentieri costruire artificiosamente. Conosco molte delle persone coinvolte: imprenditori e investitori seri e sono certo abbiano sviluppato l’applicazione perchè come molti di noi vogliono dare il loro piccolo contributo per la società: tutta gente che non ha certo bisogno di speculare o di guadagnare da Immuni.

Il problema è che tutta questa dietrologia da social network, aprirà il varco ad un sacco di polemiche inutili, non necessarie e fuorvianti dai temi veri, polemiche che daranno fiato ai ‘partiti’ (non parlo di quelli politici) ma i partiti di quelli che sono contro o a favore per definizione, senza conoscere i temi e le loro implicazioni. Il classico polverone all’Italiana. E tutta questa polemica fomentata dalla disinformazione di massa provocata dai social rischia di essere grandemente dannosa per tutti noi: creare sfiducia e basso utilizzo di Immuni.  Un classico esempio di profezia che si auto-avvera.

Poi c’è il tema della privacy. Anche qui un altro campo minato del tutto simile a quello precedente. Si assiste sui social ai dibattiti più assurdi perchè il tema della privacy è divisivo, si presta bene a creare schieramenti di quelli che sono per la privacy e contro la privacy. Tutta gente che poi usa Facebook, Linkedin, Instagram, Zoom, Google Maps, Gmail, iPhone e quant’altro e spande in lungo e in largo i propri dati (in questo caso molto sensibili) ad aziende private, straniere che ci montano sopra business mostruosi e profitti esteri ingentissimi. Tutta gente che poi è tutta contenta di polemizzare sul fatto che la privacy è un diritto fondamentale e inalienabile.

Infine c’è il tema del codice aperto o chiuso, della documentazione del software e dell’infrastruttura, del protocollo da utilizzare, di quanta decentralizzazione e quanta centralizzazione, dei falsi positivi e dei falsi negativi, dei sistemi di sicurezza da implementare e così via.

Questi sono i temi veri, ma hanno un grandissimo difetto: sono molto poco sexy, sono relativamente poco divisivi, richiedono profonde competenze di dominio verticale e soprattutto necessiteranno di fare delle scelte.

Mentre dibattere delle grandi teorie e polemizzare dei massimi sistemi e facilissimo, fare delle scelte invece è difficilissimo perchè ci sarà sempre quello pronto a criticare qualunque scelta venga fatta.

Questo dibattito invece sarà quello meno seguito, peccato che è quello veramente importante e deciderà veramente le sorti di milioni di persone nei prossimi mesi e dell’economia nei prossimi anni.  Per cui al team di Immuni e a chi dovrà fare delle scelte nelle prossime settimane vorrei riportare una frase di Lao Tzu che mi ha ricordato una cara amica: “preoccupati di ciò che pensano gli altri e sarai sempre loro prigioniero”.

 


Immuni ma non dalle maldicenze

Il Governo ha scelto la app che verrà utilizzata per il social tracing nella fase due di gestione della crisi. Arcuri ha scelto Immuni, sviluppata da una coalizione di eccellenze:

– Bending Spoons, startup bootstrappata dai fondatori che si è affermata la #1 nelle app in Italia e una delle migliori al mondo nel suo settore. Un fiore all’occhiello tra le startup Italiane di cui andare fieri.

Centro Medico Sant’Agostino, una bellissima iniziativa di cliniche a basso costo super efficienti, finanziate dal miglior fondo di social venture Italiano, Oltreventure e guidata da uno dei CEO più smart e illuminati che conosco, Luca Foresti. Luca peraltro è stato il primo che con le sue analisi dei dati ha messo in evidenza che i morti sospetti nei piccoli paesi Lombardi indicano che il COVID ha colpito ben oltre le statistiche ufficiali.

Jakala, un’altra (ex) startup eccellente Italiana, ormai molto grande, leader nel digital marketing anche qui fondata da uno dei migliori e più illuminati CEO che conosco, Matteo De Brabant tramite Geouniq specializzata nel location based.

– L’avvocato Giuseppe Vaciago, specializzato in digitale, cybercrime e privacy, fellow di Nexa e visiting scholar di Stanford.

Il codice sorgente è stato donato allo Stato Italiano che ora dovrà decidere come usarlo.

Insomma per una volta lo Stato decide molto rapidamente, tramite un comitato di veri esperti, che sceglie tra 300 applicazioni candidate (non oso pensare a quante robe assurde saranno arrivate) quella fatta da un dream team di superstar nei loro rispettivi settori. Quando si parla di merito e di persone giuste al posto giusto, uno come me normalmente è contento, nonostante come tutti non ho visto la app, almeno so di essere nelle mani dei migliori. Dovremmo tutti fare un applauso ad Arcuri per la rapidità del processo e per la scelta fatta che sulla carta non fa una grinza.

E invece no.  Subito si sono scatenati sui social i commenti, pregiudizi, le maldicenze, i sospetti, le dietrologie, quelli che sanno come andava fatta, che l’architettura è sbagliata, la tecnologia era meglio open source, che doveva essere obbligatoria, che chissà quali amici hanno al Ministero, bla, bla, bla.

Questo modo di ragionare è proprio una di quelle cose che meno mi piacciono di noi Italiani che hanno la classica Sindrome del Palio di Siena, autolesionisti e propugnatori dell’erba del vicino sempre più verde. Poi c’è sempre quello che raccogliendo tutti questi malumori se ne esce con articoli come questi.

Per chi desidera avere le informazioni invece che affidarsi alle fake news e alle maldicenze, qui una bella intervista del Corriere sull’argomento a Luca Foresti.


Ripartenza, su quale futuro vogliamo puntare?

Purtroppo il Decreto Liquidità non contiene alcuna misura specifica per contrastare la crisi legata al lockdown che sta attanagliando molte startup, l’appello che abbiamo lanciato con VC Hub insieme ad oltre 70 scale-up Italiane e le interlocuzioni che abbiamo avuto come associazione con diversi esponenti del Governo, dei Ministeri e del Parlamento con 8 proposte concrete di politica economica (non di assistenzialismo di cui parla Iozzia), non ha ancora avuto effetto.

E’ chiaro che in questo momento la pressione di tutti settori economici è fortissima e sono richieste legittime, ma è altrettanto chiaro che la sensibilità rispetto al tema delle startup in Italia deve fare ancora molta strada.

Ma la domanda è lecita e ci è stata posta in diverse occasioni. Perchè le startup meritano dei provvedimenti ad hoc? Lo scrive appunto Giovanni Iozzia, fondatore e direttore di EconomyUp che sostiene che come tutte le altre aziende le startup sono aziende come le altre e devono ‘praticare l’agilità’.

Purtroppo in questo caso l’agilità non c’entra nulla. Il problema, e stupisce che Iozzia dopo anni che scrive di startup non lo ha capito, è che le startup sono diverse dalle aziende ‘normali’ per diverse ragioni, al punto che hanno strumenti finanziari ad hoc (il venture capital ad esempio, che non finanzia PMI), in Italia una normativa specifica, e in tutto il mondo occidentale policy dedicate in quanto ritenute settore strategico. Qual’è la ragione?

Innanzitutto bisogna essere d’accordo su alcune considerazioni di base. Oggi le più potenti aziende al mondo sono ex-startup finanziate dal venture capital. Amazon, Google, Apple, Alibaba, Facebook, Space-X, Tesla sono solo esempi ma guidano i mercati globali e hanno le migliori prospettive perchè sono state in grado di sviluppare prodotti e tecnologie all’avanguardia ed investire. Amazon è famosa per essere stata in perdita per circa un ventennio ad esempio. Le startup tecnologiche non sono solo aziende che ad un certo punto scalano, ma creano un’occupazione sostenibile di alta qualità e ricadute significative in termini di indotto, competitività e sviluppo.

In UK, dove è stato lanciato un appello al Governo,  ci sono ad esempio circa 50.000 startup con 3,3 milioni di lavoratori. In Italia le startup iscritte al registro pubblico sono 11.000 con circa 60.000 occupati. Di queste poi un sottoinsieme ancora più limitato sono ‘vere startup’ secondo la definizione internazionale.

Quando si parla di startup come di futuro del nostro paese e non di presente, non si fa retorica, si raccontano i fatti. L’ecosistema di startup e investitori in Italia è giovanissimo, partito 6-7 anni fa con investimenti ridottissimi rispetto ai paesi occidentali a noi più prossimi in termini competitivi, decine di ordini inferiori rispetto a UK, Francia, Germania, Scandinavia, Israele, senza considerare ovviamente Cina e USA. Abbiamo un ritardo di vent’anni da recuperare ed è qualcosa che non succede in poco tempo anche perchè gli altri negli ultimi due decenni non sono stati a guardare

Le startup non sono PMI. Sono aziende giovani che operano in mercati tecnologicamente sofisticati ed affrontano una competizione globale fortissima.  Nelle startup il fatturato o gli utili non sono necessariamente indicatori per indicarne il valore. Se una startup biotech sta sviluppando una molecola che potrebbe diventare un potenziale farmaco, si troverà per alcuni anni senza avere ricavi, ma se non riesce ad avere i finanziamenti per svilupparlo, se non è in grado di sostenere gli investimenti per i medical trial,  non lo farà mai. Il discorso vale per praticamente qualunque startup che è in fase di sviluppo di un nuovo prodotto o una tecnologia. Un gatto che si morde la coda.

Per queste ragioni servono misure ad hoc per trattare l’argomento startup, perchè le misure standard non si adattano ad oggetti che sono ontologicamente diversi dalle normali e rispettabilissime PMI, che giustamente vanno supportate perchè sono la linfa vitale di qualunque economia. Ma alla stessa stregua non si capisce per quale ragione le startup non debbano essere supportate come le altre aziende. Il problema è che per farlo efficacemente occorre avere policies dedicate.

La misura sui prestiti alle PMI garantiti dallo Stato fino a 25% del fatturato non è una misura adeguata per le startup. La parte di copertura del doppio dei costi del personale 2019 è in linea teorica un elemento che potrebbe essere utilizzabile dalle startup, tuttavia ci sono diversi problemi che di fatto lo renderanno inadatto a supportarle nella crisi attuale.

Innanzitutto ci sono diverse esclusioni per l’accesso al credito se un’azienda è pre-revenues e non ha i requisiti di Ebitda e non può accedere al credito. Le pratiche (salvo quelle micro da 25.000 euro che però non servono per una startup ma possono giustamente essere utilissime a tante PMI) richiedono un’analisi creditizia della banca che comunque si deve accollare il 10% del rischio. La banca dovrà valutare bilanci e business plan di una startup e difficilmente sarà in grado di comprenderli e valutarli e in ogni caso preferibilmente fornirà credito ad aziende con bilanci ‘normali’.

Alternativamente la startup può optare per l’ulteriore garanzia COFIDI che copre il restante 10% ma la cosa richiederà un’ulteriore pratica e tempi aggiuntivi, incompatibile con l’urgenza della crisi di cassa.

In più il fondo di garanzia PMI era lo strumento di garanzia per i prestiti alle startup innovative, ed è presumibile che a questo punto le banche daranno priorità ad altre aziende, asciugando di fatto l’accesso al credito controgarantito che è stato largamente utilizzato negli ultimi anni. Infine c’è la golden power di fatto c’è una sorta di diritto di veto sulle exit del Governo, che certo non aiuta gli investimenti in startup innovative.

Su 60.000 occupati direttamente in startup innovative in Italia, almeno due terzi sono soci fondatori che raramente hanno un contratto di lavoro e una parte significativa di contratti di lavoro atipici, per cui la gran parte degli occupati non sono in grado di accedere alla cassa integrazione.

Questo virus verrà sconfitto e un giorno torneremo ad una vita normale, ma quel giorno dovremo chiederci concretamente su cosa pensiamo di impostare lo sviluppo futuro del nostro paese e se le tech company sono tra le opzioni strategiche che vogliamo perseguire.

A maggior ragione è importante, per chi pensa così, firmare l’appello di VC Hub.

 

 

 


Un futuro senza futuro?

E’ la campagna che VChub Italia ha lanciato insieme ad oltre 70 startup Italiane, per fare appello al Governo affinchè anche l’Italia si doti di strumenti di emergenza volti a preservare il nostro ecosistema dell’innovazione. L’appello è uscito oggi sul Corriere della Sera e abbiamo lanciato una petizione online per chi vuole supportare questa iniziativa. Speriamo di trovare ascolto perchè per ogni giorno che si perde c’è una delle 11.000 startup che sta per saltare per aria, disperdendo un patrimonio di know-how, tecnologia e occupazione fondamentale per il nostro futuro.

Sottoscrivi anche tu l’appello su Change.org

futurovchub


Cdp Venture Capital investe 21 milioni nel fondo Primo Space, fondo di venture capital focalizzato sulla new space economy

Sono super contento di poter annunciare che Cdp Venture Capital, attraverso il suo fondo dei fondi VentureItaly, investirà fino a 21 milioni di euro in Primo Space Fund, “il primo fondo italiano focalizzato su investimenti in startup nell’ambito della Space Economy” che abbiamo lanciato con Primomiglio SGR.

CDP Venture Capital posseduta al 70% da Cdp Equity e al 30% da Invitalia ha comunicato l’investimento dopo il consiglio di amministrazione che ha deliberato. Primo Space Fund “investirà prevalentemente in Italia, a partire dalla fase embrionale di sviluppo dei progetti e in round di finanziamento successivi. Il fondo ha un obiettivo di raccolta pari a 80 milioni e conta sul supporto dell’European Investment Fund e di altri investitori istituzionali”.

La strategia di investimento del fondo “nasce dall’esigenza di aumentare gli investimenti nella Space Economy italiana, alla luce di diverse considerazioni: l’Italia è il terzo contributore europeo all’European Space Agency (Esa) e presenta significative attività di ricerca scientifica, nonchè di competenze chiave in tutta la filiera dell’industria dello spazio. Tuttavia, gli investimenti in venture capital nel settore sono limitati, non esistono competitor in Italia e i player internazionali con lo stesso focus di investimento sono limitati”. A livello mondiale, la Space Economy “evidenzia previsioni di crescita significative, da 360 miliardi di dollari nel 2018 a 2.700 miliardi nel 2045, e vedrà lo sviluppo delle tecnologie aerospaziali anche verso applicazioni su tutte le principali industrie, come le telecomunicazioni, l’agricoltura, la logistica e la meteorologia”.

“Con l’investimento in Primo Space – sostiene l’amministratore delegato Enrico Resmini – Cdp Venture Capital ha la possibilità di contribuire al lancio di un fondo d’investimento che rappresenta un unicum nel panorama nazionale per strategia e focus, supportando lo sviluppo di un settore tecnologico fondamentale per l’Italia e l’Europa. Questo investimento è in linea con la nostra strategia operativa che privilegia investimenti indiretti volti a sviluppare l’ecosistema complessivo del venture capital italiano, nonchè a massimizzare l’effetto moltiplicatore sulle raccolte di capitali dei veicoli stessi”.


An army of Italian 3D makers is building 10.000 respirators from snorkeling masks right now!

After the positive testing on the hacked respirators based on snorkeling gear,  a massive movement of Italian makers coordinated by Massimo Temporelli and Isinnova is moving and scaling the project.

An army of innovators has registered to produce the respirators based on the Isinnova specs. Decathlon has donated 10.000 snorkeling masks (we love you guys!) that are being shipped to a list of 3D makers with the proper equipment that are building the hack and delivering the respirators to local hospitals in their own towns.

The number of people recovered in hospitals is still growing fast but what’s most worrying is that it’s is not the northern regions anymore, the virus has spread all over the country in remote regions and in the South, often less equipped and less prepared to manage the crisis.  In the next weeks we might see a massive amount of people with respiratory problems in need of oxygen and this could relief a lot of them saving thousands of lives.

Anybody that wants to enroll in this digital war can do it here. Come on, we need you!

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