Ripartenza, su quale futuro vogliamo puntare?

Purtroppo il Decreto Liquidità non contiene alcuna misura specifica per contrastare la crisi legata al lockdown che sta attanagliando molte startup, l’appello che abbiamo lanciato con VC Hub insieme ad oltre 70 scale-up Italiane e le interlocuzioni che abbiamo avuto come associazione con diversi esponenti del Governo, dei Ministeri e del Parlamento con 8 proposte concrete di politica economica (non di assistenzialismo di cui parla Iozzia), non ha ancora avuto effetto.

E’ chiaro che in questo momento la pressione di tutti settori economici è fortissima e sono richieste legittime, ma è altrettanto chiaro che la sensibilità rispetto al tema delle startup in Italia deve fare ancora molta strada.

Ma la domanda è lecita e ci è stata posta in diverse occasioni. Perchè le startup meritano dei provvedimenti ad hoc? Lo scrive appunto Giovanni Iozzia, fondatore e direttore di EconomyUp che sostiene che come tutte le altre aziende le startup sono aziende come le altre e devono ‘praticare l’agilità’.

Purtroppo in questo caso l’agilità non c’entra nulla. Il problema, e stupisce che Iozzia dopo anni che scrive di startup non lo ha capito, è che le startup sono diverse dalle aziende ‘normali’ per diverse ragioni, al punto che hanno strumenti finanziari ad hoc (il venture capital ad esempio, che non finanzia PMI), in Italia una normativa specifica, e in tutto il mondo occidentale policy dedicate in quanto ritenute settore strategico. Qual’è la ragione?

Innanzitutto bisogna essere d’accordo su alcune considerazioni di base. Oggi le più potenti aziende al mondo sono ex-startup finanziate dal venture capital. Amazon, Google, Apple, Alibaba, Facebook, Space-X, Tesla sono solo esempi ma guidano i mercati globali e hanno le migliori prospettive perchè sono state in grado di sviluppare prodotti e tecnologie all’avanguardia ed investire. Amazon è famosa per essere stata in perdita per circa un ventennio ad esempio. Le startup tecnologiche non sono solo aziende che ad un certo punto scalano, ma creano un’occupazione sostenibile di alta qualità e ricadute significative in termini di indotto, competitività e sviluppo.

In UK, dove è stato lanciato un appello al Governo,  ci sono ad esempio circa 50.000 startup con 3,3 milioni di lavoratori. In Italia le startup iscritte al registro pubblico sono 11.000 con circa 60.000 occupati. Di queste poi un sottoinsieme ancora più limitato sono ‘vere startup’ secondo la definizione internazionale.

Quando si parla di startup come di futuro del nostro paese e non di presente, non si fa retorica, si raccontano i fatti. L’ecosistema di startup e investitori in Italia è giovanissimo, partito 6-7 anni fa con investimenti ridottissimi rispetto ai paesi occidentali a noi più prossimi in termini competitivi, decine di ordini inferiori rispetto a UK, Francia, Germania, Scandinavia, Israele, senza considerare ovviamente Cina e USA. Abbiamo un ritardo di vent’anni da recuperare ed è qualcosa che non succede in poco tempo anche perchè gli altri negli ultimi due decenni non sono stati a guardare

Le startup non sono PMI. Sono aziende giovani che operano in mercati tecnologicamente sofisticati ed affrontano una competizione globale fortissima.  Nelle startup il fatturato o gli utili non sono necessariamente indicatori per indicarne il valore. Se una startup biotech sta sviluppando una molecola che potrebbe diventare un potenziale farmaco, si troverà per alcuni anni senza avere ricavi, ma se non riesce ad avere i finanziamenti per svilupparlo, se non è in grado di sostenere gli investimenti per i medical trial,  non lo farà mai. Il discorso vale per praticamente qualunque startup che è in fase di sviluppo di un nuovo prodotto o una tecnologia. Un gatto che si morde la coda.

Per queste ragioni servono misure ad hoc per trattare l’argomento startup, perchè le misure standard non si adattano ad oggetti che sono ontologicamente diversi dalle normali e rispettabilissime PMI, che giustamente vanno supportate perchè sono la linfa vitale di qualunque economia. Ma alla stessa stregua non si capisce per quale ragione le startup non debbano essere supportate come le altre aziende. Il problema è che per farlo efficacemente occorre avere policies dedicate.

La misura sui prestiti alle PMI garantiti dallo Stato fino a 25% del fatturato non è una misura adeguata per le startup. La parte di copertura del doppio dei costi del personale 2019 è in linea teorica un elemento che potrebbe essere utilizzabile dalle startup, tuttavia ci sono diversi problemi che di fatto lo renderanno inadatto a supportarle nella crisi attuale.

Innanzitutto ci sono diverse esclusioni per l’accesso al credito se un’azienda è pre-revenues e non ha i requisiti di Ebitda e non può accedere al credito. Le pratiche (salvo quelle micro da 25.000 euro che però non servono per una startup ma possono giustamente essere utilissime a tante PMI) richiedono un’analisi creditizia della banca che comunque si deve accollare il 10% del rischio. La banca dovrà valutare bilanci e business plan di una startup e difficilmente sarà in grado di comprenderli e valutarli e in ogni caso preferibilmente fornirà credito ad aziende con bilanci ‘normali’.

Alternativamente la startup può optare per l’ulteriore garanzia COFIDI che copre il restante 10% ma la cosa richiederà un’ulteriore pratica e tempi aggiuntivi, incompatibile con l’urgenza della crisi di cassa.

In più il fondo di garanzia PMI era lo strumento di garanzia per i prestiti alle startup innovative, ed è presumibile che a questo punto le banche daranno priorità ad altre aziende, asciugando di fatto l’accesso al credito controgarantito che è stato largamente utilizzato negli ultimi anni. Infine c’è la golden power di fatto c’è una sorta di diritto di veto sulle exit del Governo, che certo non aiuta gli investimenti in startup innovative.

Su 60.000 occupati direttamente in startup innovative in Italia, almeno due terzi sono soci fondatori che raramente hanno un contratto di lavoro e una parte significativa di contratti di lavoro atipici, per cui la gran parte degli occupati non sono in grado di accedere alla cassa integrazione.

Questo virus verrà sconfitto e un giorno torneremo ad una vita normale, ma quel giorno dovremo chiederci concretamente su cosa pensiamo di impostare lo sviluppo futuro del nostro paese e se le tech company sono tra le opzioni strategiche che vogliamo perseguire.

A maggior ragione è importante, per chi pensa così, firmare l’appello di VC Hub.

 

 

 



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