Investire in startup non è a fondo perduto, anzi è tutto il contrario

Scorsa settimana è uscito su Il Fatto Quotidiano (solo cartaceo), firmato da Virginia Della Sala un articolo intitolato “L’Agenzia Spaziale ora fa l’investitore a rischio nelle startup” che parla di Primo Space, il fondo di venture capital sulla new space economy a cui stiamo lavorando da due anni con Primomiglio. Nel pezzo un una gran quantità di informazioni false e imprecisioni montate fondamentalmente per screditare Roberto Battiston (ex presidente dell’ASI), gettare ombre sull’iniziativa e chi la propone (ovvero la nostra SGR ed io in particolare). Con tanto di mia foto e didascalia ‘Il businessman’ (con quel retrogusto dispregiativo tutto vetero comunista all’Italiana).

Per fortuna esiste in Italia l’articolo 8 della legge 47/1948 e in questi casi l’editore è tenuto a pubblicare una rettifica. E’ così Il Fatto Quotidiano ha pubblicato una prima rettifica relativa al professor Battiston domenica e una seconda rettifica rispetto a Primomiglio SGR ieri. Ovviamente queste rettifiche, sono una riparazione molto parziale del danno, anche perchè l’articolo, è uscito in un giorno molto specifico,  in cui venivamo prese importanti decisioni amministrative in merito.

Va sottolineato che la giornalista non si è presa cura di verificare le informazioni scritte, che dice di aver preso da Internet e probabilmente da qualcuno interessato ad incidere negativamente sul progetto per ragioni che non so spiegarmi. Non mi ha contattato, nè il professor Battiston, nè tantomeno l’Agenzia Spaziale Italiana da quanto ne so e ha pubblicato le sue idee senza verificare le fonti. Tant’è che il suo giornale ha dovuto rettificare le tante notizie errate che erano alla base della sua tesi.

Ma facciamo un passo indietro.

Da due anni in Primomiglio SGR stiamo lavorando per far partire Primo Space un fondo di venture capital che investe su spinoff accademici, startup e PMI Italiani in campo spaziale. Il progetto nacque dopo aver fatto una partnership con l’Agenzia Spaziale Italiana che espresse il proprio interesse a partecipare – a certe condizioni – all’iniziativa, tra cui la nostra capacità di raccogliere una quota importante del fondo da investitori terzi e da investitori privati. Il CdA dell’Agenzia Spaziale Italiana, dopo aver sentito i pareri necessari degli organi competenti, all’unanimità ci espresse la propria intenzione a partecipare al fondo.

Dopo due anni di duro lavoro e costi sostenuti (chiaramente a nostro carico), abbiamo trovato il supporto di investitori Italiani e tra questi molto rilevante, l’investimento di 30 milioni di Euro da European Investment Fund (gruppo BEI), nell’ambito di una strategia della Commissione Europa per sviluppare l’innovazione in campo spaziale, raggiungendo le condizioni richieste all’Agenzia Spaziale Italiana per confermare il proprio intento di partecipare al fondo.

Il progetto è stato ritenuto strategico e in linea con le policy del Governo, come confermato in due delibere del Comint (Comitato Interministeriale per il settore spaziale) e  dal Governo in una recente intervista al Sole 24 Ore del Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri
Segretario del Consiglio dei ministri con delega al settore spaziale Riccardo Fraccaro.

Da diversi mesi il fondo è pronto a partire, salvo che l’Agenzia Spaziale Italiana deve completare il proprio iter burocratico amministrativo e prendere una decisione in merito all’investimento a livello di CdA. Scorsa settimana questo processo era nelle fasi finali e proprio nel giorno di uscita dell’articolo venivano discussi questi temi presso i Ministeri competenti. Tempistica chirurgica.

Ora non so quali conseguenze tutto questo possa avere, ma mi interessa entrare nel merito di alcune opinioni della giornalista, suffragate evidentemente dal suo editore.

L’articolo si apre dicendo: “La visione non è nè giusta nè sbagliata: il giudizio dipende da quale idea si ha dello Stato e della sua partecipazione in investimenti ad alto rischio e a fondo perduto.

Gli investimenti in startup NON sono a fondo perduto ed un fondo di venture capital, non è un distributore di soldi omaggio a non meglio precisati beneficiari. Al contrario un fondo di venture capital opera con una precisa strategia di investimento, supportando startup altamente selezionate, portatrici di alta innovazione e potenzialità economica attraverso una gestione professionale vigilata e sotto rigida compliance di Bankitalia. Sono investimenti a rischio? Certamente, come è a rischio mandare nello spazio razzi che costano centinaia di milioni di Euro. Ma il nostro mestiere non c’entra nulla con le donazioni e anzi si pone l’obiettivo di fornire rendimenti finanziari significativi ai propri investitori pubblici e privati.

Ognuno è libero di avere le sue opinioni sul fatto che lo Stato e le sue partecipate debbano investire nel mondo delle startup ma forse vale la pena ricordare che il Governo e l’apparato statale hanno lanciato diverse iniziative pubbliche e partnership pubblico-private per aumentare gli investimenti in startup, innovazione ed alta tecnologia e da diversi anni. Ultima delle quali il Fondo Nazionale Innovazione, un fondo di fondi da oltre 1 miliardo di Euro, per rafforzare l’infrastruttura del venture capital e degli investimenti in startup che è in fase di attivazione, sotto la gestione di Cassa Depositi e Prestiti.

Ma forse no, meglio usare i fondi pubblici per sovvenzionare settori decotti, imprese in cassa integrazione e settori tradizionali, piuttosto che investire in innovazione ed alta tecnologia, fondamentali per consentire all’Italia di competere in settori come quello spaziale e creare posti di lavoro sostenibili nei settori emergenti dell’economia.

La giornalista, poi dice che il problema è che “l’operazione porterebbe 10 milioni di Euro pubblici a ingrassare un fondo di venture capital destinato a finanziare startup” operazione “opinabile e anche poco trasparente con le amministrazioni coinvolte – l’ente e i ministeri che devono valutarlo” anche perchè quelli delle startup “sono soldi a rischio“.

L’ASI ha un budget di spesa e investimenti di circa un miliardo l’anno, e con un eventuale partecipazione in Primo Space si prenderebbe l’impegno a sottoscrivere il capitale di circa una trentina di startup innovative e spinoff universitari ad alta tecnologia per circa 1 milione di Euro l’anno per dieci anni, che è la normale durata di un fondo di venture capital. In cambio ne otterrebbe l’accesso a tecnologie altamente innovative e se siamo capaci come gestori un rendimento finanziario.

L’investimento eventuale di 10 milioni di Euro in dieci anni non ingrasserebbe nessuno, visto che tolte le sacrosante fee necessarie per la gestione decennale di un fondo, i soldi finirebbero a finanziare i piani di sviluppo di startup e tecnologie spaziali prodotte in Italia. Roba che a me sembra pienamente in linea con gli scopi e gli obiettivi di un’agenzia pubblica come l’ASI. Ma anche qui siamo nel campo delle opinioni.

Cari startupper se poi ci chiediamo da quindici anni perchè in Italia è così difficile fare innovazione, la storia di questo articolo del Fatto Quotidiano contiene una bella sintesi dei pregiudizi, la scarsa informazione, gli interessi di parte che remano contro al vostro lavoro tutti i giorni. E nessuno vi può biasimare se ve ne scappate da questa nazione che vi è ostile, questo è l’atteggiamento culturale con cui ci dobbiamo confrontare continuamente.

Grazie per il servizio Virginia Della Sala, anche da parte di tutte le startup Italiane, che oggi sono oltre 10mila, ma su una cosa sono profondamente in disaccordo. Investire in startup non solo non è a fondo perduto, ma al contrario è  una priorità strategica per rinnovare in Italia il tessuto imprenditoriale, generare posti di lavoro ad alta specializzazione specie tra i giovani e aumentare il livello di competitività del nostro sistema economico.

E indipendentemente dal fatto che un fondo di venture generi dei profitti per i suoi investitori, questi si che sono interessi pubblici.