Bene lo startup act, ora il focus è sulla filiera del venture

Si è conclusa alla Camera la presentazione e il dibattito in merito alla valutazione dello Startup Act Italiano, condotta da OCSE e Bankitalia. A fare gli onori di casa l’Onorevole Luca Carabetta, che sta conducendo l’iniziativa del Governo sul tema delle startup. C’erano praticamente quasi tutti gli operatori principali dell’ecosistema Italiano, molti amici e colleghi e una certa curiosità in sala rispetto a quello che è uno dei temi non secondari dell’agenda politica del momento.

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Vorrei fare subito una premessa: personalmente ho trovato la presentazione dello studio e il dibattito del panel che ne è seguito estremamente interessante e mi sono trovato a condividere praticamente la totalità delle considerazioni che sono state fatte sul palco da persone ben più autorevoli di me. Speravo di poter aggiungere qualcosa di originale al dibattito ma francamente quello che  è stato detto rappresenta molto bene secondo me la situazione, le luci le ombre dello stato attuale dell’ecosistema.

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Si è anche parlato delle linee che il Governo intende seguire ma senza grandi annunci o anticipazioni, se non due-tre punti chiave che sono i cardini dell’azione che il Governo intende intraprendere.

Innanzitutto una considerazione che ha fatto Nick Johnstone dell’OCSE: non capita di frequente nemmeno all’OCSE di essere chiamati dai Governi a farsi dare le pagelle sulle proprie policy. E questo è un punto a favore dello Startup Act, che già al momento del suo varo da parte del Governo Monti è stato pensato per poter essere misurato e analizzato in termini di risultato e di impatto.

Non voglio dilungarmi sullo studio, anche perchè è disponibile online, ognuno può scaricarlo e farsi una sua opinione dei dati e delle analisi contenute. In sintesi condivido quanto è stato detto che sembra emergere dai numeri.

Lo Startup Act ha raggiunto alcuni obiettivi: ha dato voce ad un fenomeno – quello delle startup – che prima di allora giaceva sottotraccia nell’agenda politica ed economica Italiana. Ha creato un contesto normativo (il registro startup) che ha consentito di varare intorno ad esso quasi una ventina di policy per rendere il contesto operativo delle startup più fluido, competitivo e per creare le basi del cosiddetto ecosistema. Grazie a questo, la policy è stata poi negli anni ripresa in vari punti, aggiornata ed arricchita praticamente da tutti i Governi che sono seguiti e dopo un inizio un pò in sordina comunque oggi conta quasi 10.000 startup con un valore aggiunto, occupazione diretta e indiretta con numeri a contorno non irrilevanti.

Il dato che più mi ha colpito è stato che questa policy ha avuto un costo assolutamente irrisorio pari a 30 milioni di Euro. Praticamente nulla se rapportato all’impatto non solo diretto ma anche in termini di esternalità – ancora più importanti.

Da questo punto di vista quindi la policy per quanto migliorabile e con tutte le sue imperfezioni è stata indubbiamente un successo in termini di costi benefici.

Su una cosa lo Startup Act ha fallito clamorosamente. Non ha smosso il mercato dei capitali, non ha creato un’infrastruttura di venture capital in grado di competere con l’estero, non è riuscito a far affluire risorse significative alle startup.

Non ha fatto fare come è stato detto quel click necessario a incidere veramente sul tessuto economico Italiano. E questo nonostante l’impegno – che purtroppo è rimasto sostanzialmente solitario –  di Cassa Depositi e Prestiti, che attraverso Fondo Italiano e un manipoli di coraggiosi investitori istituzionali, ha messo praticamente la stragrande maggioranza delle risorse in equity che negli ultimi cinque anni sono arrivate alle startup Italiane tramite il venture capital Italiano.  Ma nemmeno questo sforzo è stato sufficiente a smuovere l’industria dei capitali istituzionali, l’unica in grado veramente di far partire il mercato del venture capital in Italia. Assente il corporate venture e inesistente l’impegno delle grandi corporation Italiane.

Sono arrivate ingenti risorse finanziarie (rispetto all’equity) dal debito tramite il fondo garanzia per i prestiti alle startup innovative. Ma il debito come si vede anche dallo studio dell’OCSE è ben diverso dall’equity in termini di effetti e di impatto. E non consente di capitalizzare come necessario la punta avanzata delle startup: le cosiddette scaleup ad alta crescita ed alto impatto. Anzi la raccomandazione OCSE su questo punto è stata di monitorare con attenzione nei prossimi anni l’andamento di questo stock vista il suo peso relativo sull’ecosistema oggi.

D’altra parte, è stato detto, la policy non è stata pensata per sviluppare il mercato dei capitali. E non sono certo 30 milioni di Euro una dimensione finanziaria credibile per pensare che questo potesse avvenire. E d’altra parte i numeri degli investimenti sono li a testimoniare la situazione drammatica, che per fortuna quest’anno ha cominciato a mostrare segni di inversione di tendenza.

Tutti sul palco concordavano su una cosa. Siamo entrati in una fase due, una fase in cui il focus è di far partire il mercato del venture capital in Italia. Come ha giustamente ricordato Carlo Mammola, AD di Fondo Italiano d’Investimento SGR il venture è una filiera. Servono risorse finanziarie, certamente ma serve anche la sensibilità di capire come sviluppare in modo organico questa filiera. Serve capire i gap di mercato e individuare strumenti adatti in grado di colmarli senza distruggere una macchina delicata e complessa come l’ecosistema dell’innovazione. E’ necessario sviluppare strumenti ‘di mercato’ in grado di funzionare nel lungo termine.

L’Onorevole Carabetta ha dato alcune indicazioni di quella che sarà l’azione del Governo nei prossimi mesi. Innanzitutto da adesso inizia una fase d’ascolto in cui verranno sentiti tutti gli stakeholder e verrà razionalizzato il pensiero in modo da avere una visione completa dei punti di vista nel mercato. Verrà privilegiata l’azione indiretta nello sviluppare una piattaforma in grado di attivare il mercato. Quindi direi chiaro che non si sta parlando di fare un fondo pubblico di investimento diretto come qualcuno ha detto, ma un’operazione più organica che sia in grado di catalizzare i grandi capitali istituzionali attraverso un’azione di moral suasion e attraverso come ha proposto Mammola policies di ‘bastone e carota’. Parole che possono sembrare eteree per chi non conosce questa industry ma che in realtà tracciano linee guida abbastanza chiare di come intende muoversi il Governo.

Si respirava un’aria positiva oggi alla Camera, non so se fosse solo una mia sensazione, un dibattito tutto sommato abbastanza condiviso, un segno di maturità dell’ecosistema, forse questo il più importante output dello Startup Act.  Vedremo ora se e come si passerà delle intenzioni.

(Photos by Roberto Magnifico)

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BBC News ha scritto una pagina nel giornalismo digitale

Sta girando molto velocemente sui social media un’inchiesta incredibile di BBC News (grazie Arcangelo Rociola per la segnalazione). La storia è raccapricciante: sette soldati del Cameroon trascinano due donne e due bambini in una radura e li uccidono. Storie orrende, storie che capitano tutti i giorni purtroppo, storie che molto difficilmente conosceremmo.

Ma la cosa veramente incredibile è che i giornalisti di  sono riusciti ad utilizzare una grande quantità di informazioni disponibili online per smascherare i colpevoli (nomi e cognomi), individuare il luogo dove si è svolto il fatto, la data presumibile in cui  è successo.

Il tutto narrato direttamente su Twitter in un thread che potete leggere qui. La location è stata individuata combinando le soffiate di informatori con le foto di Google Maps dal satellite e foto da terra. I soldati sono stati individuati tramite Facebook, le divise e le armi riconosciute come dotazioni ufficiali dell’esercito.

Il governo del Cameroon, che all’inizio ha provato a smentire la notizia dicendo che era falsa, alla fine ha dovuto ammettere il contrario ed annunciare che 7 soldati sono indagati per l’eccidio. C’è solo da sperare che giustizia sia fatta e che BBC non molli la presa tenendoli sotto pressione.

Ripostate gente, ripostate.

Warning: i contenuti sono pesanti.

 

 

 


Nuovi modelli di sviluppo per la gig economy

Airnb ha mandato una lettera di richiesta alla SEC, nella quale chiede di modificare le norme sulle securities and in particolare la regola 701 secondo la quale un’azienda quotata (si stima che oggi Airbnb valga 38 miliardi di dollari, in pratica una manovra finanziaria dello Stato Italiano) può vendere azioni solo ad investitori o ai propri dipendenti. Airbnb vuole dare azioni anche ai propri host, per due ottime ragioni:

  • marketing. Poter dare azioni agli host aumenterebbe in modo significativo la fedeltà alla piattaforma;
  • remunerazione. Consentirebbe agli host di ricevere un’ulteriore forma di compensazione per il proprio impegno;

Se la SEC autorizzare e l’IRS (il fisco americano) fosse d’accordo questa soluzione aprirebbe una strada nuova per lo sviluppo della gig economy. Analoghe tipologie di richieste sono state fatte da Uber e da altre aziende della gig economy. Questa impostazione consentirebbe di immaginare una possibile soluzione a molti dei problemi che limitano oggi lo sviluppo radicale della sharing economy.

Potrebbe essere esteso il concetto anche al welfare. In altri termini un lavoratore di Deliveroo potrebbe ricevere nel tempo tre diverse forme di compensazione: remunerazione per le consegne e l’efficienza del proprio lavoro (fissi e variabili) + profit sharing sul successo complessivo della piattaforma + accantonamenti e contribuzioni defiscalizzati per la costruzione di un monte pensionistico.

Andando oltre nell’immaginazione, una classe di quote ad hoc per i contributori esterni potrebbe essere anche dotata di diritti di governance speciali, magari esercitabili online direttamente dalla piattaforma, consentendo agli host o ai lavoratori di prendere parte a decisioni aziendali.

Andiamo verso un mondo in cui le transazioni saranno sempre più intermediate da piattaforme, non solo gli acquisti, le vendite di beni e servizi, ma anche del proprio lavoro e prestazioni, dei propri oggetti, del denaro e del proprio tempo. E’ evidente che dovremo trovare nuove soluzioni per affrontare temi come i diritti, le regole, i doveri, il welfare. Questa è certamente una strada praticabile.

 

 


La più importante delle riforme: l’educazione

Sono in molti che come me condividono la sensazione che c’è qualcosa che non funziona nel nostro sistema educativo. E non parlo tanto della nostra scuola Italiana, che anzi molto spesso nonostante le difficoltà è un vero baluardo della nostra società.

Parlo del sistema educativo su cui è basato la scuola a livello globale. E’ un sistema basato su concetti che in qualche modo sono figli di una società ormai probabilmente superata dalla tecnologia. Non è un caso se alcuni dei grandi imprenditori digitali si sono dedicati all’educazione o lo stanno facendo. Last but not least il grande Jack Ma, che ha recentemente dichiarato di lasciare la sua creatura Alibaba, per dedicarsi all’education.

O Jeff Bezos che vuole dedicare una parte importante delle sue attività no profit all’educazione nelle comunità più svantaggiate.

In fondo la scuola è basata su modelli che potevano funzionare in un’economia Taylorista, in cui lo scopo dell’istituzione educativa è di formare buoni cittadini, efficienti lavoratori, persone che si possono incanalare nei flussi in qualche modo preordinati di una società in cui ognuno in fondo ha lo scopo di trovare la propria casella.

Ma tra robotica e intelligenza artificiale è presumibile che nei prossimi cento anno l”umanità cambierà radicalmente il proprio rapporto con il ‘lavoro’ e con il proprio ruolo nella società. E’ inutile insegnare ai nostri bambini come essere più competitivi dei computer. E’ inutile insegnare ai nostri figli nozioni e conoscenza, al di là delle cose fondamentali. In ogni caso oggi con l’accesso all’informazione disponibile hanno tutti gli strumenti per approfondire quello che gli interessa fino a livelli estremi. Possono imparare a suonare la batteria dai migliori batteristi al mondo, o imparare le frontiere della fisica quantistica dai ricercatori sulle frontiere più avanzate. Inutile insistere sul passare loro e accumulare ‘informazioni’. Queste sono cose che le macchine sapranno fare meglio di loro. Dovremmo insegnare loro pensiero laterale, valori etici, capacità di ragionamento autonomo, forza creativa, abilità nel lavorare in team,

Esattamente quello che il sistema educativo oggi tende a NON fare. Nel 2006 Sir Ken Robinson ha tenuto questo Ted Talk che lo ha reso una vera celebrità tra i cultori di questa istituzione digitale. Nessun talk è riuscito a esprimere con maggior forza questo tema meglio di lui e non lo avete mai visto, questo è un must see.

 

 

 

 

 

 

 

 


La nuova era del retail sta nascendo in Cina non in Silicon Valley

Non si parla mai abbastanza delle tech company Cinesi, aziende che stanno sviluppando modelli di business completamente nuovi e totalmente diversi da quelli nati nel mondo occidentale e nella Silicon Valley. E’ anche vero che è più difficile avere informazioni sul mercato digitale in Cina, chiuso dietro i firewall che lo isolano dal resto del mondo e lo rendono un’ecosistema a sé stante.

In questo Ted Talk da ‘mascella per terra’ Angela Wang – consulente di BSG sul retail in Cina – trasmette chiaramente come il retail del nuovo millennio stia nascendo in Cina più che in Silicon Valley o a Seattle. Le mega tech company Cinesi come Ali Baba e Tencent sono gruppi integrati che mescolano al loro interno retail, contenuti, piattaforme, gaming, comunicazione, messaging, social. Sono anche i principali venture capitalist Cinesi, e stanno finanziando decine di nuovi Unicorn. Queste aziende che solo pochi anni fa non esistevano sono i prossimi candidati a diventare trillion dollar companies dopo Apple e Amazon.

Tutto nasce così anche perchè la Cina sta vivendo un momento unico sulla terra che al contempo combina la nascita di una gigantesca classe media e benestante con la massiva digitalizzazione dell’economia. Tutto sta succedendo molto rapidamente: nel giro degli ultimi 5 anni, 500 milioni di consumatori hanno iniziato a comprare online in Cina. Un numero che è pari alla somma della popolazione di USA, Germania e UK messi insieme.

Ma soprattutto è una nuova generazione di consumatori che è mobile only e paga esclusivamente digitalmente. Il punto di ingresso e di uscita per ogni acquisto è lo schermo di uno smartphone.

Questo fenomeno ha implicazioni impressionanti sull’esperienza d’acquisto e il vissuto che i clienti hanno con i prodotti, ma si ripercuote anche pesantemente sulla logistica e sulla produzione stessa.

Hema è forse il condensato più avanzato di cosa questo significa. Il concetto di ‘omni-channel’ per come lo viviamo qui in Europa qui è radicalmente diverso. Non ci sono casse: acquistare da casa, dalla metro, in una sessione di chat o nel punto vendita sono esattamente lo stesso processo. Gli acquisti avvengono sempre e solo con un click sulla app o una scan del barcode al negozio.

I punti vendita sono centri logistici ed esperienziali in cui i commessi aiutano semplicemente i clienti, raccolgono la merce e completano la packing list . Ogni negozio serve un raggio di un paio di chilometri e gli ordini vengono consegnati entro 30 minuti indipendentemente dal fatto che siano avvenuti in negozio o in mobilità.

Altro piccolo dettaglio non banale: Hema è a break even.

Forse più che omni-channel questa modalità retail andrebbe chiamata in modo più appropriato uni-channel.