Il Decreto Sviluppo che vorrei: 10 idee di miglioramento alla parte startup

La prossima settimana si insedia la Commissione del Senato che dovrà occuparsi dell’iter Parlamentare del Decreto Sviluppo per la sua traduzione in legge dello Stato. Se ho capito correttamente il relatore per la Commissione sono gli Onorevoli Senatori Filippo Bubbico (PD) e Simona Vicari (PDL). Il tempo in cui potrà essere modificato è limitato, visto che dovrà essere convertito entro Natale e forse considerando la difficoltà con cui è stato portato a compimento il Decreto stesso è possibile che modifiche troppo sostanziali rispetto al testo licenziato dal Governo non siano facilmente praticabili.

Detto tutto questo, ci sono alcune modifiche al Decreto che inserirei se avessi la bacchetta magica e potessi aprire il libro dei sogni. Modifiche in grado di migliorarne in modo significativo l’impatto e l’estensione. Prima di descrivere le modifiche, vorrei ricordare la premessa iniziale su cui questo Decreto è nato, che si propone  di “favorire la crescita sostenibile, lo sviluppo tecnologico e l’occupazione giovanile”.

Abbiamo oggi 3,5 milioni di giovani disoccupati in Italia, il Decreto dovrebbe occuparsi in modo prioritario di rimetterli a lavorare, da subito.

Bene, se questo è l’obiettivo, la stesura attuale del Decreto è estremamente limitativa, in quanto parte da un perimetro di definizione di startup molto stretto: sono startup società di capitali (anche cooperative e le forme definite come ‘societas europea’) non quotate, con la maggioranza del capitale detenuto da persone fisiche, operante principalmente in Italia, costituite da non più di quattro anni ed con un valore della produzione inferiore ai 5 milioni di euro.

Fin qui tutto bene, ma poi iniziano i problemi:

– devono avere come oggetto sociale esclusivo lo sviluppo di prodotti innovativi e non devono nascere da fusioni, scissioni o cessioni di ramo d’azienda.

– devono NON aver distribuito utili e non possono distribuirne per continuare ad essere startup.

deve avere almeno uno di questi tre: spese di ricerca e sviluppo di almeno il 30% del minore tra ricavi e valore della produzione, impiegare per il 30% Phd o ricercatori, disporre di diritti di privativa industriale.

Insomma il focus del Decreto è per le ‘startup innovative’, definendole peraltro in un modo che secondo me non fotografa la vera realtà di una startup innovativa, ma incorpora molti ‘stereotipi, (il discorso brevetti, oppure quello dei ricercatori o delle spese di ricerca e sviluppo). Per come la vedo io una startup innovativa è quella che dimostra di essere in grado di crescere rapidamente. Inoltre il Decreto taglia espressamente fuori le PMI. In altre parole se 3 giovani imprenditori vogliono fondare un bed & breakfast, sono fuori dal perimetro oppure devono ‘taroccare’ la realtà per rientrarvi.

Premesso che si tratta evidentemente di una scelta ben precisa, e come tale assolutamente rispettabile, così scritto il Decreto rischia di avere un impatto molto limitato sulla disoccupazione e tradursi in un atto lodevole ma un pò di ‘facciata’, poco in grado di incidere sulla situazione purtroppo grave in cui  l’Italia si trova oggi.

Quindi se avessi la bacchetta magica il Decreto che vorrei sarebbe più o meno basato su questi punti:

1) aggiungerei alla definizione di startup un quarto punto tra quelli alternativi: la startup è stata fondata ed è posseduta da giovani sotto i 35 anni. In modo da ampliare la base di partecipazione alla legge e di focalizzare meglio il tema giovani. Eliminerei il tema dei profitti e delle spese in ricerca che per come la vedo io non hanno molto senso in linea generale. Introdurrei invece un parametro basato sul business plan (vedi sotto).

2) distinguerei le startup in due tipologie: a) le startup ‘innovative’ ovvero quelle che hanno un piano di crescita che prevedere di superare un tot di ricavi (diciamo ad esempio 3 milioni di euro) entro un tot tempo (diciamo 4 anni), b) le startup PMI, ovvero quelle che hanno un piano credibile per fare il break even entro 12-24 mesi massimo;

3) a tutte le due tipologie (startup innovative e PMI), consentirei l’accesso al finanziamento tramite crowdfunding, solo che per le startup innovative lo limiterei a quelle che hanno trovato un investitore professionale (come già oggi nel Decreto). Per le PMI consentirei a chiunque di accedere direttamente al crowdfunding, magari usando gli incubatori certificati come elemento di ‘filtro’ per evitare che arrivino al mercato aziende mal strutturate;

4) per quanto concerne tutte le altre semplificazioni normative sulla governance, liquidazione, stock options, sweat for equity, vanno tutte benissimo, sono molto utili, le renderei disponibili anche alle PMI;

5) se servono risorse per allargare la base, eliminerei le agevolazioni sui diritti camerali che tutto sommato mi sembrano superflue;

6) mi assicurerei di scrivere nel testo che la detrazione fiscale per chi investe in startup (entrambe i tipi) vale anche per l’investimento attraverso piattaforme di crowdfunding;

7) rimetterei un pò mano al tema degli incubatori certificati su due direttrici guida: semplificherei ed integrerei i parametri che misurino l’efficacia degli incubatori in termini di (a) creazione di valore (IRR sugli investimenti effettuati) e (b) creazione di posti di lavoro. Eventualmente valuterei di distinguere tra incubatore di PMI e incubatori di startup innovative, misurando i primi essenzialmente sui posti di lavoro creati e i secondi sull’IRR generato.

8) metterei mano nel Decreto per bilanciare meglio il provvedimento inserendo una serie di parametri tra le due tipologie (startup/incubatore innovative e startup/incubatore PMI). Ad esempio fisserei per legge i limiti del crowdfunding tali per cui una startup PMI può raccogliere fino ad un massimo di x (esempio 200.000 euro) tramite crowdfunding e una startup innovativa fino ad un massimo di y (esempio 750.000 euro).

9) metterei mano alla parte sul crowdfunding, assicurandomi di avere nella legge alcuni paletti in modo da dare delle linee guida precise alla Consob per assicurarmi una buona implementazione:

10) Troverei il modo di inserire incentivi per le startup (innovative e PMI) che assumono a loro volta giovani. Incentivi in particolare sulla riduzione del cuneo fiscale del costo del lavoro. In Francia ad esempio se assumi uno sviluppatore non paghi i contributi per 3 anni. Ecco, farei qualcosa del genere. Se mancano risorse (che sia chiaro questa non vuole essere polemica) le andrei a togliere alla Cassa Integrazione Guadagni. Insomma la logica è ridurre i sussidi al NON lavoro, per incentivare quelli all’ingresso nel mondo del lavoro.

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2 commenti on “Il Decreto Sviluppo che vorrei: 10 idee di miglioramento alla parte startup”

  1. federicofratta ha detto:

    Trovo il limite dei 35 anni non idoneo considerando il nostro storico nazionale: si rischia di affossare ancora di più la c.d. generazione perduta ormai falcidiata da 20 anni di politiche miopi.

    Perchè molti hanno vissuto (e stanno vivendo) la stagione ideale dello startupper (diciamo 25-35?) senza la possibilità pratica di poterlo fare con il rischio di trovarsi tagliati fuori dai presunti benefici normativi per decorsi limiti di età una volta che l’iter sarà a regime.

    Se l’obiettivo vuole essere il rilancio dell’occupazione giovanile credo sia sufficiente creare dei sistemi premianti l’impiego di HR under 30 come anche quelli che, pur essendo over 30, si trovano uno storico curriculare non particolarmente felice causa situazione economica pregressa (ci sono un sacco di tecnici la cui professionalità, sino ad ora, è stata violentata dal precariato).

    Discorso PMI, sacrosanto: anche perchè le nuove Eataly e Grom sono aziende che esportano cultura (oltre a creare ricchezza) e benchè non siano la nuova Apple sono esperimenti imprenditoriali la cui formazione dovrebbe essere incentivata.

    Purtroppo però temo che anche questa occasione sia stata sprecata: a partire da un decreto che trovo essere “meglio di niente” ma non certo risolutivo come anche il teatrino di questi giorni sulle cose da fare durante la finestra temporale di conversione in legge del decreto.

    Solo a me sembra che ci sia una sostanziale difformità di direzione operativa da parte delle forze attive sul tema?

    Ad esempio, ammesso di raccogliere questi spunti che trovo sensati, quanto tempo c’è perchè siano integrati (ove economicamente sostenibili)? Penso che ormai i giochi siano fatti.

  2. […] per la sua conversione in legge e alcune modifiche potranno essere apportate. Gianluca Dettori in questo articolo, ed in una serie di precedenti articoli, propone i suoi suggerimenti per […]


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