Decreto crescita, capitolo 2: gli ‘incubatori certificati’

Il Decreto oltre a definire le ‘startup innovative’, introduce una nuova categoria di oggetti: gli ‘incubatori certificati’. Si tratta di società di capitali, residenti in Italia che sono in grado di offrire servizi qualificati alle ‘startup innovative’. Anche qui per evitare di mettere in questa categorie operatori di qualunque tipo, si è scelto un mirino stretto. Infatti in questo “sottobosco delle startup” le tipologie pullulano con animali di tutti i tipi: acceleratori, incubatori, parchi tecnologici, startup hotels, spazi per PMI, spazi di coworking, incubatori universitari, consulenti di tutti i tipi, business plan competitions, startup schools, e così via.

L’incubatore certificato deve disporre di strutture (anche immobiliari) con spazi adeguati e dotazioni come accesso Internet, sale riunioni, attrezzature di prova e test (cioè? di che stiamo parlando esattamente?). E soprattutto deve essere amministrato da persone di riconosciuta competenza in materia di imprese innovative. Deve collaborare con Università, centri di ricerca e istituzioni pubbliche e deve avere adeguate competenze in tema di ‘startup innovative’.

Come nel caso delle startup, l’amministratore deve autocertificare i propri parametri, assumendosene la responsabilità legale e deve depositare l’autocertificazione presso le Camere di Commercio, che hanno il compito di istituire degli appositi registri per le ‘startup innovative’ e per gli ‘incubatori auto-certificati’. Tutti questi dati devono essere resi pubblici ed accessibili e devono essere aggiornati su base regolare.

Su questo punto vorrei fare un plauso al Governo. Che ha scelto un approccio anti-burocratico con l’autocertificazione, e soprattutto ha disposto la trasparenza ed accessibilità dei dati. Bravi, così si fa. L’importante è che poi le Camere di Commercio o chi per esse, si assicurino di fare dei controlli in modo che queste auto-dichiarazioni siano ogni tanto verificate. Altrimenti il rischio è che come al solito, in Italia, gli onesti siano ‘cornuti e mazziati’ dai furbi.

Definito l’incubatore, il Decreto individua nel merito i parametri di riferimento rilevanti per valutare le ‘comprovate competenze’ di chi lo gestisce, parametri che devono rientrare all’interno di valori minimi da definire: numero di dossier candidati, quantità di startup ospitate, di startup ‘uscite’ (in che senso uscite? Parliamo di exits?), di collaboratori (cosa significa ad esempio? Un mentor che contribuisce volontariamente come in 500 Startups è un consulente?), variazioni in termini di numero di occupati, capitale di rischio raccolti, brevetti registrati.

Nel complesso l’idea è buona, nel senso che punta a razionalizzare il mondo degli incubatori che, come diversi studi hanno dimostrato, finora hanno determinato risultati quanto meno discutibili in Italia assorbendo risorse pubbliche molto significative. Il tema vero è però cos’è un’incubatore, a cosa serve e come misurarne l’efficacia e i risultati. E’ un argomento su chi ho lavorato due anni fa, nell’ambito del field project che ho realizzato presso il Kaufmann Fellow Program, dove insieme al collega Aziz Gilani di DFJ e in collaborazione con la Kellogg School of Management abbiamo analizzato circa 200 incubatori ed accelleratori  negli USA e in Europa per individuare un ranking in grado di guidare le startup nella scelta del programma migliore e più adatto alle proprie esigenze. Sono disponibili alcune slide riassuntive di quel progetto qui.

Nella stesura del Decreto si nota un concetto  che privilegia l’idea di un incubatore diciamo “alla H-farm” (non me ne voglia l’amico Donadon, che peraltro ha lavorato molto al decreto nell’ambito della task force). Gli incubatori secondo queste definizioni sono oggetti fisici in cui contano i metri quadri, le attrezzature e la quantità di sedie occupate più del successo di mercato delle startup supportate, l’efficienza ed efficacia del capitale investito ed il valore che viene concretamente generato dal programma. Un concetto insomma in cui contano più i muri (= costi) della qualità dei contenuti (= valore).  Techstars, Y-combinator, 500 startups hanno pochissimi metri quadri e generano montagne di startup di successo e relativi posti di lavoro. Y-Combinator ad esempio laurea 120 startup all’anno e non ha un vero e proprio spazio fisico, se non l’aula in cui viene svolto il programma.

E’ un’impostazione che sicuramente fa giustizia e mette un pò di ordine in un settore in cui effettivamente c’è bisogno di intervenire con dei parametri valutativi. E questo è bene. Colpisce però ad esempio che tra i parametri non è stato inserito l’IRR degli investimenti e dei costi sostenuti. Inoltre non ci sono parametri che prendono in considerazione le failures. Insomma conta più la quantità che la qualità secondo questa impostazione.

Proposte di miglioramento potrebbero essere ad esempio di:

– bilanciare questi parametri inserendo concetti tipo l’IRR generato dagli investimenti effettuati dando un peso alla capital efficiency piuttosto che i costi infrastrutturali.

mancano parametri di efficienza della spesa e degli investimenti: qual’è il costo dell’incubatore in relazione ai posti di lavoro complessivamente generati? Qual’è il ritorno (IRR) degli investimenti effettuati? Qual’è il tasso di successo ed insuccesso delle startup ospitate?

– ridurre il numero di parametri e focalizzarsi sui fondamentali (capitali raccolti, incremento occupazionale, costo per posto di lavoro generato, IRR degli investimenti ed exit generate).

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One Comment on “Decreto crescita, capitolo 2: gli ‘incubatori certificati’”

  1. Michele Petrone ha detto:

    Condivido le ‘preoccupazioni’ sugli indicatori di misurazione dell’efficacia/efficienza di funzionamento degli indicatori.

    Utilizzare esclusivamente ‘indicatori quantitativi’ (numero di candidature ricevute, numero di start-up incubate, numero di start-up uscite), potrebbe essere fuorviante o quantomeno insufficiente. Gli indicatori di efficacia dovrebbero essere i valori creati, e quindi: ‘fatturato cumulato’ delle start-up, ‘Margini cumulati’ delle start-up, accordi commerciali conclusi dalle start-up, depositi e licensing, ‘occupazione generata’, ‘round successivi di finanziamento attratti sull’idea imprenditoriale.

    Poi ovviamente la tipologia di indicatore è anche da correlare al tipo di incubatore: i corporate/venture incubator potranno essere più sensibili ad alcuni indicatori rispetto ad incubatori regionali.

    In ogni caso, gli ‘indicatori che misurano il valore creato’ e non semplicemente il numero di start-up costituite (in questo caso per avere i numeri basterebbe aprire un bando) sono necessari. Pena l’inutilità della certificazione.


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