Startup Roma, il Barcamper arriva nella capitale

Il Barcamper sarà a Roma dal 5 al 13 Novembre, stiamo caricando sul sito le diverse location ed è possibile prenotarsi. Inizia lo scouting di Startup Roma,  il progetto di accelerazione lanciato dal Tecnopolo, incubatore della Camera di Commercio di Roma (Asset Camera). La prima tappa del tour sarà in LUISS il 5 novembre. Seguiranno poi altre tappe il 6 novembre presso l’Università Roma Tre, il 12 Novembre presso l’Università La Sapienza e il 13 novembre di fronte al Tempio di Adriano, per la finale di Working Capital.

Il Barcamper farà lo scouting di startup che sono interessate a partecipare alla selezione. I venti migliori team saranno ammessi alla TechWeek, per due settimane di lavoro duro con tutto il team di dpixel e diversi amici, mentor, ispiratori e istigatori. Per raffinare e focalizzare il proprio business plan e preparare la documentazione per gli investitori. Il progetto si completerà con un Techgarage a inizio 2013, in cui i 10 migliori team potranno incontrare gli investitori. La TechWeek è gratuita, le due settimane si svolgeranno dal 26 al 30 novembre e dal 10 al 14 dicembre presso il Tecnopolo. La seconda settimana sarà fortemente centrata sui modelli metrici e i financials.

Ci si prenota appuntamento di mezz’ora con il team di dpixel direttamente online sul sito del Barcamper. Oppure sul sito di Startup Roma, sul quale è anche possibile trovare il regolamento.


Capitolo 6: semplificazione e riduzione dei costi di avvio e liquidazione

Nel decreto sviluppo ci sono una serie di aspetti ulteriori, che riguardano le startup:

– nelle startup, le SRL potrenno emettere classi di quote, cosa che nel Codice è riservata oggi alle Spa. Inoltre viene consentita l’assegnazione di diritti collegati alle classi di quote, inclusi i diritti di voto. E’ una disposizione molto utile per semplificare la governance, attribuendo alle diverse quote diritti differenti. Tali quote possono essere anche oggetto di offerta pubblica, anche attraverso i portali di crowdfunding;
– le startup possono pagare servizi dei soci soci e di terzi con proprie quote. I redditi derivanti da quote ricevute da dipendenti, amministratori, soci, terzi non concorrono alla formazione del reddito dei soggetti stessi. Le plusvalenze derivanti sino tassate con il regime ordinario.
– nella gestione della crisi aziendale è possibile posticipare la messa in liquidazione, così come la decisione di reintegro del patrimonio netto di un anno;
– la startup, finchè rimane tale non deve pagare l’imposta di bollo, l’iscrizione alla Camera di Commercio e gli oneri camerali annuali.


Capitolo 5: il crowdfunding

Il capitolo più importante del provvedimento sullo Sviluppo riguarda il crowdfunding. La legalizzazione di questo strumento è il principale elemento di novità ed è inoltre l’unico provvedimento in grado di apportare risorse fresche allo sviluppo. Negli Stati Uniti, questo è un cardine del JOBS Act di Obama, il provvedimento con cui il Presidente Americano intende affrontare il tema dello sviluppo creando nuovi posti di lavoro. Una volta convertito il decreto, la Consob dovrà varare la regolamentazione e definire i requisiti per consentire alle aziende di finanziarsi direttamente online attraverso i social media.

Ma la possibilità di raccogliere capitali online sarà limitata alle startup, secondo la definizione del provvedimento stesso. La prima cosa che colpisce è che le piccole e medie imprese siano escluse da questa possibilità. Ne discutevo a pranzo con Jason Best a New York recentemente. Io come lui sono su Kiva da diversi anni. Ho finanziato con il microcredito online 15 piccole aziende. Un negozio di vestiti in Perù e uno in Nicaragua. Un salone di parruccheria in Tanzania, un negozio il Bolivia e un punto vendita di beni sportivi negli USA. Ho anche finanziato un negozio di frutta e verdura in Kyrgyzstan per fare alcuni esempi.

In America il JOBS Act è principalmente indirizzato alle piccole imprese, le cosiddette PMI. Verranno finanziati hotel, ristoranti, negozi, “dry cleaners” my dice Jason.

Perchè questa limitazione? Perchè posso finanziare con microcredito online un ristorante in Rwanda e non posso finanziare la trattoria Napoletana, sotto casa da cui vado spesso a cena di cui apprezzo il cibo, la simpatia e prezzi onesti? Perchè non estendere il crowdfunding anche alle PMI? Anch’esse startup ma diciamo così “non innovative”?

Perchè se due ragazzi vogliono aprire un ristorante, non posso finanziarli online come per le startup?

Investire in startup è sicuramente necessario, ma sono aziende più rischiose di una PMI (che so, un negozio, un hotel, un nuovo servizio ad esempio). Anzi a dire la verità il JOBS Act è stato principalmente pensato per queste, visto che in America esiste già un ricco tessuto di investitori per le startup innovative. In questo caso ci si aspetta che le comunità locali finanzieranno il piccolo business locale. Un contesto tra l’altro in cui probabilmente sono gli stessi clienti a finanziare i piccoli imprenditori. Clienti che probabilemte usano e sono contenti del servizio che ricevono e magari conoscono direttamente i titolari.

Inoltre ci sono degli aspetti tecnici che potrebbero essere migliorati. La combinanzione di un ‘holding period’ delle azioni acquistate online di due anni (in America è di uno, dopo il quale le azioni della startup sottoscritta possono essere rivendute), con il fatto che non si potrà distibuire i profitti, rendono molto meno attrattiva questa categoria di investimento. Che invece è comunque un investimento produttivo, che stimola positivamente l’economia.

Moltissimo dipenderà dalla regolamentazione tecnica, che dovrà essere effettuata dalla Consob, ma ci sono molte questioni che potrebbero essere specificate nella legge stessa, in modo da renderla più organica nella visione e più efficace nell’implementazione. Ci sono almeno una decina di macro temi rilevanti che potrebbero essere approfonditi.

Si è parlato di questi tema al convegno Crowdfuture, tenutosi recentemente a Roma. E’ possibile vedere online tutti gli interventi.

In un recente articolo, Alessandro Fusacchia, che ha diretto la task dorce ha cominciato a fornire dei chiarimenti sul provvedimento e ha espresso la volontà del governo di migliorare il testo. E’ un’ottima notizia. Tra l’altro è confermato che verrà rafforzato il Fondo Italiano, con un apporto di almeno 50 milioni fino ad un massimo di 100. Che verranno investiti in startup.


Decysion/Ecce Customer raccolgono 15 milioni di dollari da un fondo di private equity americano! Bum!

E’ stato appena annunciato il più grosso round di venture capital su una startup Italiana da parte di un investitore Americano negli ultimi 10 anni. 15 milioni non sono noccioline, neanche qui negli States. Nuovi capitali, investitori e management team sono adesso pronti far per fare il grande salto ad una delle più interessanti startup Italiane nel campo del big data e social CRM.

E’ una notizia molto importante, una vera pietra miliare per l’ecosistema Italiano, che dimostra a tutti il potenziale che abbiamo per dire la nostra come Italia nel campo dell’high tech e del digitale.

Il bello di questa storia è anche il fatto che nasce da una serie di iniziative, che negli ultimi anni sono state cruciali per la nascita e lo sviluppo del movimento delle startup Italiane. Il mio coinvolgimento con Ecce Customer nasce in seguito al programma Fullbright BEST, nell’ambito del quale sono stato mentor di Cosimo Palmisano, il fondatore. Fin dal primo momento era chiaro che il progetto di Cosimo aveva gambe per correre. L’idea era di analizzare il grafo sociale delle Fan Page aziendali su Facebook per individuare i principali influenzatori di un brand ed indirizzare verso di loro le campagne social, trasformandoli in amplificatori e promotori di marche, prodotti e servizi.

Cosimo, Pugliese, fin da subito mi aveva colpito per la sua straordinaria capacità professionale e profonda conoscenza delle dinamiche dei social media. Ma anche per la sua intelligenza, positività, tenacia e vision. Il suo progetto assolutamente di frontiera in anni in cui il termine Social CRM non era ancora stato neanche coniato. Caratteristiche fondamentali per essere ammessi al programma BEST. Veniva da dieci anni di esperienza in FIAT nel campo della business intelligence e aveva mollato il suo lavoro per fondare Ecce. Il suo focus era quello di raccogliere ed analizzare il grafo sociale, fornendo un dashboard ai marketing manager che consentisse di individuare, targettizzare e gestire la relazione con i più importanti influenzatori sui social del proprio brand.

Per realizzare il suo progetto Cosimo fece un accordo con il fondatore di Decysion, azienda sofware di Latina, leader nella business intelligence. Franco Petrucci, il suo fondatore, ha subito creduto nel progetto di Ecce, mettendo a disposizione il proprio motore e tool di analisi, oltre alla propria rete commerciale che si è occupata di commercializzare il prodotto come upsell della propria offerta di base. E uno stipendio che ha consentito a Cosimo di campare e lavorare al suo progetto.

Avevo conosciuto Franco in uno dei viaggi in Silicon Valley organizzati dall’Ambasciatore Spogli nell’ambito del progetto Partnership for Growth. Voleva far sbarcare Decysion sul mercato Americano e faceva avanti e indietro con Palo Alto dove aveva anche assunto un commerciale in loco, un ex Apple. Entrare in Silicon Valley non è per nulla facile ma ricordo chiaramente Franco che mi raccontava stupito di quanto Ecce Customer, stava diventando un traino importante per vendere Decysion. I clienti volevano Ecce Customer e poi si compravano anche Decysion, anzichè il contrario.

I ricavi cominciano ad arrivare, nel frattempo Ecce entra nel programma di Working Capital e Telecom Italia Grazie all’impegno di Salvo Mizzi, diventa cliente e comincia ad utilizzare la piattaforma nella propria area di social media marketing. Una validazione importante, grazie alla quale cominciano ad arrivare altri clienti importanti, tra cui Benetton.

Ora Decysion ed Ecce sono una sola azienda, nell’ambito di un’operazione che apporta capitali e talento manageriale nuovi, in grado di far decollare in modo significativo il business a livello internazionale. Una svolta, che apre un nuovo capitolo di una storia ancora tutta da scrivere.

E anche la riprova di quanto iniziative come Partnership for Growth, Fulbright BEST e Working Capital (qui il suo video alla tappa di Bari) hanno giocato un ruolo cruciale nel supportare la nascita dell’ecosistema Italiano.


Decreto, capitolo 4: gli incentivi fiscali per chi investe in startup

Il Decreto ha fissato degli incentivi fiscali per chi investe in startup. Sia direttamente (angel investing), sia attraverso fondi gestiti da venture capitalist professionali.

Per le persone fisiche sarà possibile detrarre il 19% dell’investimento dalla propria dichiarazione dei redditi per i prossimi tre anni (2013-2015). Si potrà anche portare avanti la detrazione sulle tre dichiarazioni successive, con un importo massimo di 500.000 euro. Per mantenere il vantaggio fiscale però occorrerà non cedere la partecipazione per almeno due anni.

Lo stesso discorso vale anche per le aziende, che hanno però un’aliquota del 20% detraibile dal reddito d’impresa. Stesse regole, ma il cap della detrazione è a 1,8 milioni di euro.

Per le startup a vocazione sociale e nel cleantech la detrazione è del 25% e 27% rispettivamente per quanto concerne le persone fisiche e quelle giuridiche.

Evidentemente anche questa misura è utile per apportare liquidità al sistema dell’innovazione, quindi si tratta di una misura positiva. E come tale benvenuta. Anche perchè per poter detrarre dalle imposte occorre averle dichiarate, cosa che talvolta ‘sfugge’ al contribuente Italiano. Vedremo quanto sarà stata efficace realmente nei prossimi anni.

Siamo in tempi di ristrettezze economiche, quindi è difficile dire se si poteva fare di più. Se non ricordo male i nostro cugini Francesi hanno a disposizione una detrazione del 30% per investimenti sotto i 100.000 euro e del 70% per investimenti superiori. Si nota subito una certa differenza e forse qui una considerazione andrebbe fatta. In un paese in cui l’evasione è alta come in Italia, non avrebbe senso introdurre un’aliquota superiore per gli investitori più consistenti? Persi per persi, sono soldi che rintrerebbero in circolo nell’economia reale e nella creazione di nuove imprese.

In altri termini, un’aliquota significativa come in Francia (anche con un cap) non farebbe rientrare risorse fiscali sottraendole all’evasione? Eppoi d’altra parte, quanti sono i contribuenti in Italia che sono in grado di detrarre 500.000 euro?

E poi ci sono le aziende. Tutti sempre a lamentarsi che le aziende investono poco in innovazione. Ed è ormai risaputo che le grandi aziende non fanno innovazione. La fanno le startup e i grandi se le comprano esattamente per questa ragione.

Apple ha 230 miliardi di euro in cassa. Le aziende di successo di questi tempi hanno più liquidità dei governi e sono già oggi (all’estero) grandi investitori in startup, venture funds e soprattutto quelli che acquisiscono maggior parte delle startup.

Perchè non incentivare maggiormente quest’area rendendo la nostra economia più dinamica e competitiva?

Se mancano risorse si possono andare a prendere dai già molto discussi incentivi alla ricerca e sviluppo delle aziende. Si tratta di risorse molto ingenti dall’efficacia molto dubbia. Persino Confindustra si è espressa favorevolmente ad una loro riduzione.


Decreto crescita, capitolo 3: le stock options

Uno dei provvedimenti di pregio del Decreto è il trattamento fiscale dedicato alle opzioni di startup. In sintesi, all’articolo 27 infatti si dice che il reddito di lavoro derivante dall’assegnazione da parte di startup e incubatori certificati agli amministratori, dipendenti o collaboratori continuativi di strumenti finanziari nonchè di diritti di opzione non concorre alla formazione del reddito imponibile di tali soggetti sia a fini fiscali che contributivi  a condizione che siano esercitati dai soggetti stessi.

Questa è una misura fondamentale per i fondatori di una startup, che finalmente ci rimette in linea con i competitor stranieri. Ho notato nelle conversazioni su Internet un sacco di pregiudizi e poca conoscenza di questo strumento, per cui con l’occasione vorrei fare un piccolo sunto sul tema per spiegarne meglio il significato, l’importanza di questo strumento per una startup.

Innanzitutto è fondamentale capire che le opzioni di una startup sono profondamente diverse dalle stock options di una grande azienda. Questa differenza non risiede nel diritto in sé (che è lo stesso), ma nella diversa natura di una startup rispetto ad un’azienda consolidata. L’attribuzione di stock options al manager di una grande azienda infatti è uno strumento di incentivazione alla creazione di valore. A pagare il costo delle opzioni sono gli azionisti, che ne subiscono la diluzione. Ma il trade-off della maggiore diluzione sta appunto nell’incentivo che il management ha nel creare valore aziendale, beneficiando della differenza nel valore dell’azienda tra il momento in cui vengono attribuite e quello di uscita quando vengono esercitate. In una startup però questo valore può essere molto significativo e può essere generato in breve tempo. E nel farlo l’azione del management team e dei fondatori in particolare è assolutamente cruciale e la possibilità di incidere positivamente sulla creazione di valore decisamente superiore rispetto ad una grande azienda già consolidata.

Un buon piano di stock options è quindi uno strumento potente per una startup che può consentire di fare un sacco di cose:

– attrarre management di valore, incentivandolo sul risultato a medio termine e riducendo i costi di stipendi e bonus che impattano nel breve, bruciando cassa preziosa;

– ridurre la diluzione dei fondatori connessa al funding della startup. Le stock options infatti possono andare anche a beneficio dei fondatori stessi (anzi è prassi abbastanza consolidata nel venture capital), in questo modo attutiscono la diluzione del funding iniziale, consentendo in seguito di rientrare in possesso di quote della società;

– incentivare in modo diffuso la partecipazione al rischio e alla creazione di valore dei dipendenti (in Silicon Valley i piani di stock options delle startup sono giustamente aperte a larghe fasce di dipendenti, proprio per la consapevolezza che tutti concorrono fortemente al successo dell’azienda);

– consentire la partecipazione al capitale della società di dipendenti, amministratori e collaboratori senza complicare la governance e i diritti di voto;

– le stock options funzionano sempre a ‘success fee’, nel senso che ha senso esercitarle solo qualora le opzioni risultano “in the money” come si dice. Ovvero solo se effettivamente c’è un delta positivo tra il prezzo di sottoscrizione e lo strike price di esercizio. In questo modo la diluzione si paga solo a risultato conseguito e ovviamente questo vale egualmente per i fondatori e gli investitori.


Decreto crescita, capitolo 2: gli ‘incubatori certificati’

Il Decreto oltre a definire le ‘startup innovative’, introduce una nuova categoria di oggetti: gli ‘incubatori certificati’. Si tratta di società di capitali, residenti in Italia che sono in grado di offrire servizi qualificati alle ‘startup innovative’. Anche qui per evitare di mettere in questa categorie operatori di qualunque tipo, si è scelto un mirino stretto. Infatti in questo “sottobosco delle startup” le tipologie pullulano con animali di tutti i tipi: acceleratori, incubatori, parchi tecnologici, startup hotels, spazi per PMI, spazi di coworking, incubatori universitari, consulenti di tutti i tipi, business plan competitions, startup schools, e così via.

L’incubatore certificato deve disporre di strutture (anche immobiliari) con spazi adeguati e dotazioni come accesso Internet, sale riunioni, attrezzature di prova e test (cioè? di che stiamo parlando esattamente?). E soprattutto deve essere amministrato da persone di riconosciuta competenza in materia di imprese innovative. Deve collaborare con Università, centri di ricerca e istituzioni pubbliche e deve avere adeguate competenze in tema di ‘startup innovative’.

Come nel caso delle startup, l’amministratore deve autocertificare i propri parametri, assumendosene la responsabilità legale e deve depositare l’autocertificazione presso le Camere di Commercio, che hanno il compito di istituire degli appositi registri per le ‘startup innovative’ e per gli ‘incubatori auto-certificati’. Tutti questi dati devono essere resi pubblici ed accessibili e devono essere aggiornati su base regolare.

Su questo punto vorrei fare un plauso al Governo. Che ha scelto un approccio anti-burocratico con l’autocertificazione, e soprattutto ha disposto la trasparenza ed accessibilità dei dati. Bravi, così si fa. L’importante è che poi le Camere di Commercio o chi per esse, si assicurino di fare dei controlli in modo che queste auto-dichiarazioni siano ogni tanto verificate. Altrimenti il rischio è che come al solito, in Italia, gli onesti siano ‘cornuti e mazziati’ dai furbi.

Definito l’incubatore, il Decreto individua nel merito i parametri di riferimento rilevanti per valutare le ‘comprovate competenze’ di chi lo gestisce, parametri che devono rientrare all’interno di valori minimi da definire: numero di dossier candidati, quantità di startup ospitate, di startup ‘uscite’ (in che senso uscite? Parliamo di exits?), di collaboratori (cosa significa ad esempio? Un mentor che contribuisce volontariamente come in 500 Startups è un consulente?), variazioni in termini di numero di occupati, capitale di rischio raccolti, brevetti registrati.

Nel complesso l’idea è buona, nel senso che punta a razionalizzare il mondo degli incubatori che, come diversi studi hanno dimostrato, finora hanno determinato risultati quanto meno discutibili in Italia assorbendo risorse pubbliche molto significative. Il tema vero è però cos’è un’incubatore, a cosa serve e come misurarne l’efficacia e i risultati. E’ un argomento su chi ho lavorato due anni fa, nell’ambito del field project che ho realizzato presso il Kaufmann Fellow Program, dove insieme al collega Aziz Gilani di DFJ e in collaborazione con la Kellogg School of Management abbiamo analizzato circa 200 incubatori ed accelleratori  negli USA e in Europa per individuare un ranking in grado di guidare le startup nella scelta del programma migliore e più adatto alle proprie esigenze. Sono disponibili alcune slide riassuntive di quel progetto qui.

Nella stesura del Decreto si nota un concetto  che privilegia l’idea di un incubatore diciamo “alla H-farm” (non me ne voglia l’amico Donadon, che peraltro ha lavorato molto al decreto nell’ambito della task force). Gli incubatori secondo queste definizioni sono oggetti fisici in cui contano i metri quadri, le attrezzature e la quantità di sedie occupate più del successo di mercato delle startup supportate, l’efficienza ed efficacia del capitale investito ed il valore che viene concretamente generato dal programma. Un concetto insomma in cui contano più i muri (= costi) della qualità dei contenuti (= valore).  Techstars, Y-combinator, 500 startups hanno pochissimi metri quadri e generano montagne di startup di successo e relativi posti di lavoro. Y-Combinator ad esempio laurea 120 startup all’anno e non ha un vero e proprio spazio fisico, se non l’aula in cui viene svolto il programma.

E’ un’impostazione che sicuramente fa giustizia e mette un pò di ordine in un settore in cui effettivamente c’è bisogno di intervenire con dei parametri valutativi. E questo è bene. Colpisce però ad esempio che tra i parametri non è stato inserito l’IRR degli investimenti e dei costi sostenuti. Inoltre non ci sono parametri che prendono in considerazione le failures. Insomma conta più la quantità che la qualità secondo questa impostazione.

Proposte di miglioramento potrebbero essere ad esempio di:

– bilanciare questi parametri inserendo concetti tipo l’IRR generato dagli investimenti effettuati dando un peso alla capital efficiency piuttosto che i costi infrastrutturali.

mancano parametri di efficienza della spesa e degli investimenti: qual’è il costo dell’incubatore in relazione ai posti di lavoro complessivamente generati? Qual’è il ritorno (IRR) degli investimenti effettuati? Qual’è il tasso di successo ed insuccesso delle startup ospitate?

– ridurre il numero di parametri e focalizzarsi sui fondamentali (capitali raccolti, incremento occupazionale, costo per posto di lavoro generato, IRR degli investimenti ed exit generate).