Torino

Non torno mai abbastanza spesso nella mia amata Torino. Le ultime settimane sono state devastanti. Fisicamente ed emotivamente. L’occasione di respirare un pò di aria fresca, era l’invito di Dario Pejrone, una delle persone che hanno creduto in dpixel e ci hanno consentito di partire.

A Palazzo Graneri (provare per credere! Toglie il fiato) ho partecipato alla presentazione di Startup Nation. Libro uscito ora in Italiano, di cui ho avuto la fortuna di conoscere uno dei due autori, a Gerusalemme, nella mia prima visita all’amico Saed Nashef.

Un altro libro da mettere nella reading list, per chi di questi tempi vuole farsi la punta al cervello sui temi dell’innovazione di sistema. Il centro del libro è di nuovo il petri dish, che gli autori hanno descritto perfettamente.

Ricetta che fa girare il più denso distretto di innovazione tecnologica del pianeta. In Israele l’investimento pro-capite di venture capital è il maggiore al mondo. Con più società quotate al Nasdaq di tutta l’Europa messa insieme. Alla faccia dei fondi ‘POR e PIR’.

Come mai? Qual’è la ricetta degli Israeliani che fa funzionare la macchina dell’high tech in questo modo? Macchina di posti di lavoro, che impiega giovani altamente specializzati. È come ci riescono con una popolazione comparabile a quella di Napoli e dintorni?

Innanzitutto i fattori culturali, di una società pragmatica, orientata al risultato. Una società che si sente assediata, e che ha reagito sviluppando una propria industria militare potentissima, con mille derivazioni. Dal software al medicale. Alimentata da centri di ricerca di eccellenza.

Israele si trovò ad un certo punto con una massiccia immigrazione dall’Est, una popolazione di centinaia di migliaia di ingegneri. Che incorporavano nelle proprie sinapsi le conoscenza tecnologiche Russe. E che erano disoccupati.

Il servizio militare è obbligatorio per tutti e questo porta molti giovani Israeliani, a doversi confrontare con situazioni di combattimento. Situazioni critiche in cui le capacità creative, manageriali e di leadership sono vitali.

Yozma fund fu creato su questi presupposti umani e infrastrutturali. Colmando una lacuna che era assolutamente fondamentale. Mancavano sofisticate competenze di venture capital.

I fondi di venture finanziati da Yozma, dovevano avere team con specifiche caratteristiche, tra cui almeno un partner estero. Con un duplice effetto: importare competenze di investimento da mercati come la Silicon Valley o Boston e creando istantaneamente una rete globale, fortemente connessa con i mercati tecnologicamente più avanzati.

A Napoli è nata Splinder per anni una delle migliori piattaforme di blogging sul web. Ciaopeople, Fanpage di Gianluca Cozzolino.

L’Italia è uno dei principali mercati di Facebook al mondo. E i Napoletani hanno inventato la socialità, ne hanno intriso il DNA, Zuckerberg l’ha solo ingegnerizzata. Talenti, ingegneri, creativi e disoccupati abbondano. Mancano solo gli investitori. Quelli competenti, intendo.

Napoli potrebbe essere una delle capitali del social media al mondo. Ma sfiderei Zuckerberg a sopravvivere con la sua startup per più di qualche mese.

Che vogliamo fare?

Torino, aria fresca, senso di comunità seminato da 40 anni di TOXI, dal Politecnico, dalle decine di centri di ricerca e di eccellenza tecnologica. Imprenditori. Come mio padre, come mio nonno. Torino che si reinventa, produce musica, street culture. I Linea 77 e le sucai. Ingegneri, il Poli, i Subsonica e gli mp3.

Quando un venture capital fa fundraising, non ‘cerca soldi’. Deve convincere investitori di aver individuato un mercato. Un modo di operare, un team e una capacità di execution. Come una startup. Anzi peggio. Perchè i modelli metrici giocano contro.

Deve convincerli ad ‘allocare’ alcune proprie risorse sulle startup. Per ogni milione investito un vc costa una percentuale del 2,5%. In media. Molto spesso le startup non capiscono che ogni euro investito è costato un fundraising lungo e difficile. E stressante. (Ragazzi, di nuovo scusatemi).

E che spesso nel venture, se i capitali sono scarsi e difficili, si determinano vincoli assurdi. Territoriali e dimensionali. Che hanno un impatto diretto sul dealflow. Su quello che vorresti fare come vc. E quello che puoi veramente fare.

Mio nonno avrebbe scommesso sui suoi nipotini.

Torino. Che cosa vogliamo fare?

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2 commenti on “Torino”

  1. Gabriele Levy ha detto:

    Sono mezzo israeliano, mezzo torinese e mezzo ingegnere…
    Vi aspetto tutti alla Software University, in via sant’anselmo 8 c a brainstormare.


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