Il fattore scarso dell’innovazione

Lavoro nel settore di Internet dal 1995, quando la rete era ancora in bianco e nero e Yahoo! era l’unico elenco di siti web disponibili. Quindici anni fa io, come tanti altri, affascinato dalla rete, giovane e inesperto, avevo preso un abbaglio madornale. Pensavo che Internet fosse una rete di computer, collegati via IP, che grazie a questa lingua franca si potevano parlare tra loro, da qualunque angolo del pianeta. Poi dopo tanti anni un amico, anche lui imprenditore digitale – Salvo Mizzi, ritrovato sul lavoro presso Working Capital – mi fece capire quanto quella visione fosse fuorviante e sbagliata.

La rete è una biosfera. La rete siamo noi. Neanche Facebook  e il social networking con quella visione del mondo ‘positiva’ (Californiana, direi) in cui si può solo dire ‘mi piace’ riusciva a rappresentare correttamente la situazione. E’ vero, è ovvio, e forse era ingenuo pensarla così. Anche se già fin dai primi momenti la rete era ‘community’, era The Onion, Geocities, le prime chat interattive che giravano con pochi Kb di connettività. In effetti Internet non è una rete di computer, ma di esseri umani che oggi sono collegati. Nel bene e nel male.

Si parla di ecosistema dell’innovazione, di startup, di venture capital. Negli ultimi anni ho esplorato in lungo e in largo l’Italia e non solo quella, ponendomi alcune semplici domande. Perchè in Silicon Valley nascono così tante aziende di successo? Perchè diventano così rapidamente grandi e potenti? Perchè generano tutti questi posti di lavoro e conquistano il mondo con le loro tecnologie? E soprattutto perchè tutto questo succede solo in certi posti e in altri no?

Alle domande, sempre uguali dei convegni su questi temi, la mia risposta era sempre la stessa. Perchè non si può fare? In fondo i nostri ragazzi hanno lo stesso DNA di Mark Zuckerberg, che anzi a vederlo da vicino in fondo poi non è esattamente Albert Einstein. Ma uno in gamba, con una grande vision, la capacità e i mezzi per realizzarla insieme ad altri. Uno come tanti altri, come alcuni dei ragazzi che ho conosciuto a Vulcanicamente, a TechNest e a Potenza dove siamo fortemente impegnati a fare scouting e coaching.

In fondo gli ingredienti dell’innovazione imprenditoriale e tecnologica sono semplici: talenti, idee, capitali, sono quello che serve per creare le nuove Amazon, Google e Facebook. Tra i vari esempi illuminanti di Rainforest, uno in particolare mi ha colpito per la sua evidenza. L’esperimento del ‘petri dish‘. Sarebbe facile mettere in un grande petri dish le componenti essenziali della vita: acqua, carbonio e quello che serve nelle dosi giuste. Poi frullare tutto e vedere se magicamente nasce la vita. Ovviamente da quel frullato di molecole non ne uscirà nulla di vivo.

La ricetta dell’innovazione non sta tanto negli ingredienti (peraltro necessari ed essenziali), ma nella ricetta con cui questi vengono messi insieme. Di conseguenza per far funzionare l’ecosistema dell’innovazione Italiana, non è sufficiente avere a disposizione gli ingredienti, ma – cosa ben più essenziale – è fondamentale scoprire la ricetta con cui questi interagiscono e reagiscono tra loro, fino a che da un ambiente arido e scarno, cominciano a nascere piante diverse, animali e nuove specie, che si sviluppano e popolando l’ambiente lo rendono ricco, vitale e unicamente speciale.

Questo è il vero segreto dell’innovazione. Il problema è che non esiste una ricetta unica per ogni ambiente. E’ inutile pensare che scimmiottare la Silicon Valley, copiare il modello Francese, replicare TechHub, imitare Startup Chile,  ci porterà particolari risultati positivi qui da noi, in posti così diversi da Palo Alto, Berlino, Londra, Santigo. Posti come Milano, Roma,  Napoli, Torino, Palermo, Bari. Culture così diverse, ambienti totalmente differenti e assolutamente non comparabili.

In questo momento, come molti, sto riflettendo moltissimo su questi aspetti. Si sta discutendo e forse (speriamo) il nuovo governo, che ha improvvisamente aperto uno squarcio di speranza su questi argomenti, si appresta a varare provvedimenti e leggi per lanciare finalmente l’imprenditoria tecnologica giovanile anche da noi, in Italia. I Ministri Profumo e Passera, sono in prima linea su questo fronte. Il primo ha in mano i la ricerca, l’educazione, gli incubatori, il trasferimento tecnologico. Il secondo decide sui soldi.

E la vera grande domanda è: cosa fare? Quali leggi? Come procedere? Quali provvedimenti?

Quale ricetta?

Alcune azioni sono ovvie e banali. Ovviamente senza gli ingredienti non può succedere niente. Talenti e idee non ci mancano, di questo possiamo stare certi. Mancano i capitali (anche questo non è esattamente vero, ma sicuramente mancano capitali adeguati al fatto che siamo una grande nazione, Napoli ed hinterland da sole fanno circa gli abitanti di tutta l’Irlanda). Ma se stiamo all’analisi che pienamente condivido del VC Hub, serviranno nei prossimi 10-15 anni, almeno 3-5 miliardi di Euro (che probabilmente non abbiamo) ed una lunga serie di misure di accompagnamento e di supporto. Misure che in molti casi all’estero già esistono da un decennio e nuove idee che rapidamente stanno prendendo piede (come la regolamentazione del crowdfunding ad esempio).

Ma tutto questo non basta, non servirà a molto, anzi potrebbe diventare dannoso e controproducente se gli ingredienti saranno mescolati a caso, senza regole, senza aver individuato la giusta ricetta e soprattutto le persone giuste.

Come nel petri dish. Tra i tanti ingredienti che servono per far funzionare il canvas dell’ecosistema Italiano, purtroppo, è la triste verità, ce n’è uno in particolare che è il fattore fondamentale ed è scarso. E’ il moltiplicatore naturale che fa proliferare e germogliare capitali, talenti e girare rapidamente le idee, la condivisione e la collaborazione.

E’ la fiducia, il ‘social trust’. Questo è purtroppo un ingrediente estremamente scarso in Italia. E non parlo della fiducia nel futuro, nel credere di potercela fare. Qualcosa che non esisteva cinque anni fa e che adesso per decine di migliaia di giovani, nonostante tutto, comincia a vedersi in giro. Una speranza alimentata dai primi casi di successo e dall’azione estenuante e continua di inguaribili ottimisti come Riccardo Luna. Parlo della fiducia nel condividere le idee, nel lavorare insieme, nel costruire progetti mettendo  a fattore comune moltiplicativo competenze, provenienze ed esperienze. Purtroppo questo è il principale argomento mancante. Specie dal dibattito.

Il tema dell’innovazione è troppo facile, troppo bello e troppo a basso costo per far girare la retorica, la politica e mascherare la realtà abbagliando i giovani con falsi miti sull’innovazione e il futuro possibile. Senza fiducia, senza un significativo incremento del social trust non nascerà nulla in Italia, anzi quei soldi oggi così scarsi e preziosi si disperderanno in mille rivoli. Investiti nei posti sbagliati, nei modi sbagliati, con le regole sbagliate, in mano alle persone sbagliate. Generando disillusione, sfiducia, spreco, corruzione e kazzim.  Facendo avanzare i furbi, gli amici, gli inetti, scoraggiando i talenti veri e alimentando la fuga dei migliori da questa nazione in cui tutto sembra difficile, forse impossibile.

Non abbiamo 3-5 miliardi in questo momento, è inutile illudersi (probabilmente sarebbe anche immorale spendere tutti questi soldi, considerando che per molti oggi il problema è tirare a fine mese e mangiare tutti i giorni) e a maggior ragione dovremo fare il massimo con quello che sarà disponibile, se poi veramente ci sarà.

Per questo trovare la giusta ricetta del petri dish è l’unica cosa veramente importante adesso. A tutti quelli che ci tengono, consiglio vivamente la lettura del bellissimo libro di Greg Horowitt e Victor Hwang. Ne abbiamo comprato una cinquantina di copie in dpixel da mandare a persone che pensiamo abbiamo il DNA giusto per comprendere questo discorso, il nostro piccolo contributo al dibattito su questo fondamentale e spinoso tema. Mi sono stufato di parlare di innovazione, basta panel, mi sono rotto dei convegni e dei dibattiti. Per quanto mi riguarda non c’è molto altro da dire.

Ora c’è solo da fare, prima che non ci sia più niente da fare.

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36 commenti on “Il fattore scarso dell’innovazione”

  1. Didi Steiner ha detto:

    Mancano, oltre a tutto quello che Lei ha elencato, hub di coordinamento interdisciplinari a largo spettro, che sappiano fare della collaborazione tra settori culturali anche distanti un vero punto di slancio.

    • dgiluz ha detto:

      Mancano mille cose. Manca la multidisciplinarietà, l’insegnamento e l’uso della rete nelle scuole di tutti gli ordini. Manca la meritocrazia, mancano le vere opportunità. Vincono i furbi, i corrotti, gli inetti. Manca la cultura dell’innovazione vera, mentre siamo pieni di consulenti di innovazione, scuole di innovazione, esperti di innovazione, dibattiti di innovazione, retorica di innovazione, stupidate di innovazione. Siamo stracolmi di business plan competition inutili, incubatori vuoti e tristi, investimenti in fesserie cosmiche. Didi, la strada e lunga e lastricata di dolore. Ma se non si incomincia a percorrerla non si arriverà mai.

      • Didi Steiner ha detto:

        Siamo anche pieni di startup sbandierate come gli ultimi ritrovati del genio italico, quando si tratta in realtà di invenzioni già da tempo decollate all’estero, semplicemente riedite e rilucidate. Sono pienamente d’accordo con quanto scrive, e il mio commento non intendeva certo essere retorico. Mi occupo di sociologia della tecnica e le cose più interessanti riferite al web mi è capitato di farle coinvolgendo non solo informatici, ma pure matematici, esperti di economia, persino filosofi. Il richiamo all’interdisciplina voleva indicare non solo un criterio regolativo, ma una proposta di metodo, perché parlare concretamente di web anche là dove ancora rappresenta un argomento oscuro (prenda ad esempio le facoltà umanistiche) potrebbe attirare forme creative in molti casi determinanti.

      • dgiluz ha detto:

        Didi, siamo d’accordo, filosofi e informatici dovrebbero condividere un bel pò di curricula di questi tempi. Ci sono mille esempi di questo tipo. La multidisciplinarietà è quello che fa nascere le idee più promettenti in posto come MIT o Stanford dove ognuno il percorso se lo fa un pò come crede, mescolando quello che vuole. Uno di mille esempi di cose che si dovrebbero fare.

  2. Spero come te che i ministri Profumo e Passera abbiano il coraggio e i mezzi per osare a sufficienza. Se così non sarà, continueremo a fare quello che ci diverte e che prima o poi produrrà qualcosa di eccezionale, solo che lo faremo senza il paese

    • dgiluz ha detto:

      Massimo, sono quattro anni che mangio questa minestra, ho raggiunto il colmo della sopportazione. Lo capisco che ti diverti, ma tu hai la possibilità di respirare l’aria sana di san francisco un bel pò di tempo l’anno. Quando facevo la fellowship, almeno una volta ogni tre mesi venivo a risanarmi i polmoni a stanford per poi ributtarmi in questo schifo. Ora non riesco a tornare quasi mai, sarà almeno un anno che non vengo a san francisco a respirare e ormai mi manca l’aria. Devo dirtelo, il masochismo non fa per me. Non a questo prezzo.

  3. Stefano ha detto:

    Grande!!! Gianluca ti ho conosciuto l’anno scorso alla premiazione startcup, quest’anno voglio partecipare e FARE!!! Ti aspetto in Calabria perché non ce la faccio più a sprecare me stesso in un esistenza senza social trust e pessimistica. Grazie a te! Sei un faro!

    • dgiluz ha detto:

      No Stefano sono un cretino. In Italia bisogna tenere gli occhi aperti e camminare rasenti ai muri. La gente come me non conclude mai niente di utile, anzi mi sento troppo spesso colpevole nel raccontare un sacco di fregnacce sul futuro, sull’Italia e bla bla bla. Fidati se vuoi fare qualcosa in Italia, quando qualcuno ti propone un deal, devi ragionare al contrario. Prima chiediti dov’è la fregatura, perchè nella maggior parte dei casi c’è. Poi a volte ci sono le eccezioni, ma sono inutili perchè tanto non fanno sistema. E credimi, tante volte mi sento anche io tra quelli che li stanno fregando i ragazzi e questo è inaccettabile. Mashape ad esempio. Sono stati fortunati che non abbiamo trovato i soldi qui in Italia. Non sarebbe andata a finire come poi è andata. All’inizio mi è dispiaciuto aver perso il deal, ma poi quando ho visto che ce l’hanno fatto ho capito che avevano ragione loro.

  4. Pasquale S. ha detto:

    Il ‘social trust’ (la condivisione e la collaborazione) non funziona (né funzionerà) mai se non c’è convenienza reciproca tra le parti e come ha (ben) detto al momento l’ago della bilancia è fortemente sbilanciato sui furbi, i corrotti, gli inetti…

  5. In questo paese sembra che ci sia rispetto solo per chi ha i soldi; nel social trust che qui manca includo anche il rispetto per chi rischia, per chi fallisce, per chi riprova.

  6. Guido ha detto:

    Banfield ha detto tutto nel ’58 (trad. it. Edward C. Banfield, Le basi morali di una società arretrata, Il Mulino, Bologna, 1976, vedi anche: http://it.wikipedia.org/wiki/Familismo_amorale). Inutile versare miliardi di euro in un sistema familistico e corrotto, l’unica cosa da fare è promuovere una società aperta e trasparente, che è l’unico ‘petri dish’ possibile per l’innovazione. Bisogna farlo tutti, ciascuno nel suo ambito, scuole, aziende, associazioni, con gesti anche piccoli ma concreti, visibili e coerenti. Convegni e proclami ne abbiamo fatti abbastanza. Un abbraccio.

    • Gianluca Dettori ha detto:

      guido, è così, e come al solito sei una spanna avanti a tutti.

    • Pasquale S. ha detto:

      “massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo”.

      E’ proprio quello che si nota, senza nemmeno troppa fatica, quando ci si guarda intorno e ahimè anche tra gli (pseudo) startupper che incontri alle tante manifestazioni di questo periodo, nonostante l’ottimo lavoro svolto da Dettori & co. che tentano (invano, IMHO) di inculcargli una visione differente.

  7. Claudio ha detto:

    Non sono sicuro di riuscire a spiegarmi in poche righe, ma ciò che manca in Italia sono il primo e l’ultimo anello della catena (a livello temporale).
    Il primo è la possibilità di trovare un team, certamente la rete è piena di gente in gamba e con tanta voglia di fare, ma un conto è trovare in rete i soci per un’idea e un altro è trovarli tra amici e colleghi. È talmente poco diffusa la cultura del rischio e della voglia di innovare che è più facile trovare qualcuno con cui comprare un schedina del superenalotto piuttosto che qualcuno con cui provare a mettere in piedi un’idea. Non solo, è anche difficile trovare persone con chi solo parlare di startup, magari in pausa pranzo (se per esempio lavori nella consulenza mentre sogni di diventare un VC…).
    L’ultimo anello della catena è il mondo dell’impresa, che non è capace di assorbire innovazione con le acquisizioni. Una startup in Italia non ha speranze di essere comprata un giorno (con o senza uscita dei fondatori) e questo credo limiti parecchio la motivazione a osare (questo peraltro è lo stesso problema che ha l’impresa in generale in Italia, patria delle PMI e con una borsa in cui negli ultimi anni ci sono state quotazioni che si contano con una mano sola).
    Questi anelli mancanti comunque non devono essere una scusa per non fare, perché è solo questione di probabilità per il primo e di alternativa per il secondo (si può diventare un colosso e soprattutto arrivare alla profittabilità anche senza essere comprati, che è solo una delle opzioni).
    Tu Gianluca continua così, che tra dPixel e WC stai dando una bella mano a costruire il primo anello 🙂

  8. francesco galella ha detto:

    Ciao g. da quando siamo venuti a dpixel per sunbrellaweb ti seguo e leggo con piacere ed interesse. credo che perchè in italia si possa passare alla fase del fare sia necessario che la tua esperienza debba essere messa a disposizione della politica. Non solo del governo ma di tutti i rappresentanti del popolo che tra loro parlano e scampiano idee. scendi in campo come rappresentante degli startupper e di tutti coloro che condividono i temi che tu tratti, se i numeri ti daranno ragione, come credo, potrai partecipare al processo decisionale non da consulente ma da rappresentante delle volontà di un numero crescente di cittadini ce vive con la speranza che le cose cambino. Nel mio piccolo conta sul mio appoggio! un saluto. francesco galella

    • Gianluca Dettori ha detto:

      grazie francesco non vorrei dare la sesnsazione che non sento l’affetto di persono come te. l’unica cosa che mi ha tenuto in piedi in questi anni è proprio il lavoro face to face con gente come te. non abbiamo investito in sunbrella ma tu sai quanta stima e rispetto provo bei vostri confronti e verso tutti quelli come voi che veramente ci stanno provando, mettendo la palle sul tavolo, senza chiacchere e retorica delle startup, questa parola talmente abusata e violentata che comincio a odiarla. no la politica non mi interessa, particolarmente la politichetta italiana, fatta tuuta di parole retoriche e nessun fatto concreto. L’obiettivo non è fare misure serie e funzionanti, quello viene in secondo ordine. lo scopo primo è fare le conferenze stampa sulle startup e riempirsi la bocca di parole vuote di senso per abbindolare quelli che ancora ci credono.

  9. Lorenzo ha detto:

    Condivido quanto scrivi, cambiamo il modello di fare impresa. Non può più vincere il modello “Con i soldi compro tutto”, è un modello che oltre ad aver rovinato i paesi con corruzione e non meritocrazia, ha rovinato le menti. Se si potesse dare un contributo in qualche maniera io volentieri darei una mano. Mi sento molto solo spesso, perchè non riesco a trovare interlocutori con cui colloquiare, anche quello è un fattore scarso.

  10. federicofratta ha detto:

    A mio avviso il problema va risolto alla radice, ovvero intervenendo sugli aspetti formativi (scolastici e non) delle nuove leve: trovo inutile parlare di “social trust” quando mancano concetti cardine.

    In primo luogo quello della specializzazione, con la demonizzazione di scuole “professionali” che portino competenze in breve tempo: serve gente che a 20 anni sappia già FARE.

    In secondo luogo quello di “gioco di squadra”: sembra che fregare il prossimo per arrivare sia l’imprimatur.

    A parte questo, ti linko questo articolo che forse avrai già letto: http://thenextweb.com/entrepreneur/2012/05/25/silicon-valley-cannot-be-replicated/

  11. cannedcat ha detto:

    Non è vero che i soldi non ci sono.
    Semplicemente non si è grado di spenderli.
    Mi riferisco ai miliardi di euro che la EU destìna alle aree Obiettivo 1 e 2, capitali che dal 95 sono gestiti dalle regioni che non hanno le competenze tecniche per spenderli.
    Competenze tecniche che sono state distrutte per accontentare tutta una serie di soggetti politici che avevano interesse ad eliminare le strutture tecnico-finanziarie che si gestivano mutui a tasso agevolato e erogazioni a fondo perduto che, alla fine, costituivano una specie di capitale di rischio (di provenienza EU e nazionale) che aiutava le aziende a fare programmi innovativi in zone dove il capitale non c’era.
    Oggi le regioni non spendono che cifre infinitesime di questi soldi e nel 2013 gli stanziamenti UE ci saranno tolti per darli ad altre regioni europee.
    Ora, tenuto conto che questo è l’unico capitale di rischio cui l’innovazione può accedere, visto che gli italici mettono soldi nel mattone e sotto al mattone (sotto forma di depositi postali e BOT), sarebbe bello poterli utilizzare per l’innovazione con il non secondario effetto di far ripertire la crescita del sud interrottasi nel 95.
    Ma possiamo farlo?
    Si possono ricostruire in un paio di anni quelle strutture tecniche che erano state costruite in 50 anni di attività?
    E chi lo farebbe? Le banche che pure loro hanno distrutto le loro strutture tecniche di finanziamento alle imprese per inseguire i fantomatici guadagni da finanza creativa?
    La politica che, pur davanti ad un piatto così ricco, non ci mette mano perchè dovrebbe poi dare conto alla UE di finanziamenti agli amici degli amici?
    Io non credo.
    Quindi chi ha un’idea, e il DNA per emigrare, è meglio che vada a San Francisco.
    Male che gli vada si può trovare in tasca una carta verde e lavorare in un paese normale.

  12. federicofratta ha detto:

    Non si è in grado di spenderli o piuttosto non esiste un modo sensato per ottenerli?

    Ho avviato la mia prima società a 18 anni (ora ne ho 30): da allora non ho mai avuto notizia (mea culpa?) di fondi esistenti (dalla giovane imprenditoria in avanti, con competenza camerale, provinciale o regionale) attingibili sottoforma di capitale di rischio sic et simpliciter ma solo a fronte di spese sostenute e con determinati parametri e ovviamente SE rientri nella graduatoria di assegnazione.

    Quindi ricapitolando, devo fare un investimento PRIMA di sapere se sarò rimborsato a X mesi (rischiando di non esserlo): se ho già un’attività e posso sostenere determinate spese ciò potrebbe essere ancora “sensato”, ma se questi soldi non li ho? 🙂

    • Gianluca Dettori ha detto:

      i fondi pubblici per come sono strutturati non servono a fare startup, anzi sono generalmente tossici. chiedi a vito tassone, fondatore di personal factory.

      • federicofratta ha detto:

        Esattamente, ecco a cosa mi riferivo con un “modo sensato” per ottenerli (relativamente alla disponibilità di capitali non attinti): speriamo che Passera (o chi per lui) si muova a ristrutturare pesantemente il sistema.

        Grazie per il contatto, approfondirò che sono curioso. 🙂

    • Roberto Marsicano ha detto:

      Oggi le regole sono quelle e andrebbero modificate per utilizzare una parte di questi fondi come capitale di rischio. Purtroppo questo presuppone gente con capacità tecniche che abbia visione d’insieme e sia poi in grado di trattare con la UE. Coi governi di prima non c’erano e oggi neppure. Tutti a credere che la soluzione sia in casa e casereccia quando, invece, deve essere una soluzione UE… Come tutto il resto ormai.

  13. Augusto Coppola ha detto:

    Per quel che vale la mia posizione: non ho molta fiducia nei politici e guardo con un certo sospetto tutto quello che succede. Da parte mia sarei felicissimo se riuscissero semplicemente a toglierci dai piedi gli incapaci, gli arroganti che non hanno mai rischiato un centesimo nella loro vita, che non hanno mai tentato di fare qualcosa di loro, di andare contro corrente, di sporcarsi le mani in quel guano che si chiama mercato e che non solo hanno la pretesa di venirci a fare la predica, ma purtroppo hanno il potere di spostare risorse significative, risorse che messe nelle mani di chi ha un minimo di buon senso potrebbero generare cultura, social trust, entusiasmo ed aziende, cambiando la faccia di questo Paese e che invece generano solo genuflessioni, corti dei miracoli, leccapiedismo, tonnellate di carta e di bla bla.
    Magari, Gianluca, fosse solo una questione di ricetta. E’ anche una questione di cuochi. Ciao

    • Gianluca Dettori ha detto:

      augusto, hai centrato il problema, non abbiamo cuochi, sono pochissimi quelli che sanno, meritano, potrebbero e vogliono mettersi in mezzo con questo andazzo, che nella migliore delle ipotesi è una strumentalizzazioni. basta startup roma, partiamo con roma startup. a tutti voi chiedo scusa se per un attimo ci stavo per cascare. sai com’è (e tu lo sai bene), quando hai fame anche il pane raffermo will do.

  14. piergiu ha detto:

    Non sono mai stato d’accordo con te per varie cose, non mi vergogno a dirlo, anche se ti seguo da un pochino tra i vari working capital (perché quando chiedevi “si ma mia nonna cosa se ne fa di questa cosa?” a chi faceva i pitch mi facevi spanciare dalle risate perché sono stato quasi così cattivello con le idee dei miei colleghi che prontamente venivano zittite). Quindi alla fine nemmeno ti conosco bene.

    Mi piacerebbe magari sentire quando ritorni in Sardegna per parlare anche due secondi, anche se il tempo è prezioso per tutti e tutti ti vorrebbero parlare. Però oggi si, oggi mi trovo in quasi completa sintonia con quello che dici, ma le insidie sono ancora altre: bisogna capire contro chi si stà giocando, chi stiamo sfidando. Poi ti accorgi che il primo ostacolo, o magari l’ultimo, siamo noi stessi con la nostra mentalità bacata dall’egoismo e dagli interessi personali(d’altronde chi non ne ha, tutti fanno qualcosa per qualche tornaconto personale…….ahimè!).

    Però coraggio, magari altrove trovi abbastanza persone da fare qualcosa di serio che frutti qualcosa anche a te. ce la puoi fare, d’altronde sei sempre la stessa persona che ha realizzato vitaminic a tempo debito, ma con più anni di esperienza, mica pizza e casumarzu! 😉 un saluto!

  15. Luca Tremolada ha detto:

    Io il libro l’ho appena comprato. Grazie

    • Stefano ha detto:

      Perché questo tuo pessimismo.. Anche se non ci credi per me dall anno scorso dal primo commento sul tuo blog del sole 24 ore e da quando ti ho cominciato a seguire alla fine della Startcup Calabria sei rimasto un mio faro e punto di riferimento… Il concime nutre la pianta e il sole fa lo stesso anche se non te ne rendi conto tu sei nutrimento di speranza e dimostrazione che si puô fare! Ci vediamo alla start cup!

  16. […] motivi, molto nel dettaglio, sono descritti abbastanza bene in un post di dgil.uz dal titolo “il fattore scarso dell’innovazione”. Abbiamo sempre sostenuto che la motivazione, la passione e la capacità di credere in un progetto […]

  17. Uno qualunque ha detto:

    Dettori riflettendo un po’ mi sono reso conto che a lei lo status quo così com’è gli sta fin troppo bene, lei ci guadagna. Lei ha ragione quando dice non dobbiamo prendere alla lettera le sue parole, seguire i suoi “insegnamenti”, lei somiglia un po’ al professore nel film La Meglio Gioventù (http://youtu.be/F6sWC1VmJkY), ovvero soltanto un altro dinosauro che ci sguazza in questo sistema.

    • dgiluz ha detto:

      uno qualunque di nome e di fatto. Non sai niente di me eppure le banalità non ti mancano

      • Uno qualunque ha detto:

        Ha ragione non so nulla di lei se non quello che pubblica in Rete, ed ha ragione anche perché sono stato forse un po’ duro prima, ma ha ragione soprattutto perché (citando le sue stesse parole) con il suo operato sta “generando disillusione, sfiducia, spreco, corruzione e kazzim. Facendo avanzare i furbi, gli amici, gli inetti, scoraggiando i talenti veri e alimentando la fuga dei migliori da questa nazione in cui tutto sembra difficile, forse impossibile.” Questo è quello che mi ha trasmesso.

  18. Nicola Lamonaca ha detto:

    Ciao Gianluca, ti seguo da un annetto circa. Proprio ieri a Barletta ho partecipato a “Fare impresa? Non è più un’impresa”, in cui sono intervenuti, tra gli altri, Annibale D’Elia (Bollenti Spiriti) e Alessandro Fusacchia (ex presidente RENA) i quali ci hanno parlato di questa task force constituita dal ministro Passera (e di cui loro fanno parte) per affrontare la questione start up in Italia semplificando la normativa vigente e mi piacerebbe sapere il tuo punto di vista sull’argomento. Da ciò che ho letto nei commenti, non vedi di buon occhio le iniziative politiche, eppure credo che la costituzione di questa task force sia un primo segnale importante e anzi credo che avrebbero dovuto tirarti dentro, certo, bisognerà vedere come si muoverà, ma chissà che non si riesca davvero a risalire la china…in caso contrario il mio obiettivo resterà sempre SF, qui in Italia non ci provo nemmeno..

    – Nicola Lamonaca

    PS: ci vediamo su ISS! 😉

    • dgiluz ha detto:

      Nicola non è che non vedo di buon occhio. Mettiamola così, il track record su politiche di questo tipo di emanazione pubblica non è esattamente dei migliori. E poi soprattutto mi interessano i fatti più che le intenzioni. Capisco quello che dici e tutti vorremmo sbarcare a SF, ma il punto è di cercare di fare impresa (globale) partendo dall’Italia.

  19. […] Il fattore scarso dell’innovazione […]

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