Riflessioni in metro sui giovani

Mi sono rotto della retorica, delle cantilene tristi sui giovani e sul loro futuro. E’ da Bologna che ci penso. Ragazzi annidati nelle scuole e tra i social network, questa storia è per voi.
Sono cresciuto negli anni ’70, tra crisi petrolifera, la svalutazione, il terrorismo. Torino, città operaia, una mattina un giornalista viene gambizzato e te lo trovi sanguinante, al parchetto mentre stai entrando alla scuola media. I picchetti, la violenza, insomma crescere non è stato tutto rose, fiori e confetti. Ed oggi?
I giovani sono sempre gli stessi giovani. Di tutte le generazioni. Inclusa questa.
Ma oggi sono schiacciati dalla retorica di noi matusa. Che perchè non capiamo questo mondo interconnesso, scarichiamo su di loro le nostre ansie su un futuro che ci sfugge. Basta con questa retorica.
Erano giorni che ci pensavo. È ho trovato la quadra solo ieri. A Roma in un convegno sul trasferimento tecnologico, dopo trent’anni ho reincontrato un mio capo ai tempi dei boy scout da ragazzino. Sandro oggi scienziato nel campo della metrologia, parlando di questo mi ha detto ‘la differenza ai nostri tempi era che nonostante il futuro fosse incerto, non ne sentivamo il peso’.
Esatto! Ed ecco perchè mi rode questa retorica sui giovani.
A voi ragazzi voglio dire invece che il futuro è vostro e dovete solo decidere di andare a prendervelo. Siate curiosi, andate a fondo delle cose. Avete tra le vostre mani un dashboard digitale per estendere le vostre potenzialità al massimo. Per cambiare e migliorare le cose.

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3 commenti on “Riflessioni in metro sui giovani”

  1. Alfredo ha detto:

    E’ un periodo indbbiamente difficle per le nuove generazioni ma la retorica dell’oggi sempre peggio di ieri ha effettivamente stancato anche me.
    Mi fai andare indietro con gli anni. Penso alle generazioni precedenti, prima della mia o della tua. Penso all’adolescenza e alla gioventù di mio padre. Cresciuto sotto il fascismo, figlio di un operaio, con altri nove tra fratelli e sorelle. Avevano giusto l’essenziale per vivere dignitosamente senza morire di fame. Poi a vent’anni il servizio militare in marina, mesi lontano casa e … quando stai per tornare, la guerra. Esperienza di morte, la prigionia, anni di privazioni. Rivede la sua famiglia dopo sei anni! E non ha un mestiere, non ha un’istruzione in un paese ridotto in macerie. Mia madre intanto, rimasta a Napoli, ha passato quegli anni tra fame e bombardamenti. Riescono a sposarsi intorno ai trent’anni, ma devono emigrare in Germania. Poi nel 1953 (a 35 anni ) tornano a Napoli. Papà riesce, fortunosamente, a trovare un buon posto di lavoro e la vita della loro famiglia … comincia.
    Oggi diciamo che le vite dei ragazzi sono difficili, piene di incertezze e di dubbi. E di queste altre vite che cosa vogliamo dire, allora?
    Poche generazioni hanno la vita facile. E ognuno deve trovare prima di tutto dentro di sè le motivazioni e le spinte emotive per superare le difficoltà che la vita, randomicamente, gli ha assegnato. Piangersi addosso non serve a niente.

    • dgiluz ha detto:

      Esatto Alfredo, e io non vedo i ragazzi piangersi addosso, almeno quelli che vedo io. Vedo gli adulti vomitargli addosso le loro preoccupazioni sul loro futuro.

      • Alfredo ha detto:

        Per capire alcuni miei coetanei serve riguardarsi una scena di Aprile di Nanni Moretti, quella del cinema per intenderci. Effettivamente sono più i padri a lamentarsi che i figli.


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