Start up. Ma per dove?

Prospettive reali degli incubatori d’impresa uzbeki. Faccia a faccia con Jarat Gadashev

Con i suoi 30 milioni di abitanti, l’Uzbekistan è la più grande e centrale delle ex-repubbliche sovietiche Asiatiche. Da quando nel 1994 la Repubblica ha condotto le prime elezioni, il paese è entrato in un periodo di forte trasformazione e dal 2008 l’economia cresce ormai regolarmente dell’8% l’anno. La macchina universitaria uzbeka produce 600.000 laureati annui, il tema dell’innovazione e ricerca è stato recentemente avviato con alterni risultati. Ma l’Uzbekistan ha una lunga tradizione scientifica. Pochi lo sanno, la parola algoritmo deriva da una versione modificata di Al-Khorezmi, mago, scienziato, matematico, “padre dell’algebra”. Il suo nome in forma modificata è diventata il termine che rappresentava il sistema metrico decimale, per poi essere utilizzata in senso più ampio ad indicare una regola che effettua una serie di operazioni in un certo ordine.

 

Jarat, puoi raccontarci le difficoltà e i problemi che avete incontrato con l’introduzione degli spin-off universitari e degli incubatori di impresa?

 

Sono in molti ad avermi accusato di comportarmi come una Cassandra ma io non posso che ribadire le mie perplessità ed il mio scetticismo sul futuro dell’incubatore d’impresa che è stato avviato a Navoiy.

Non è che ci tenga molto a spiegare la mia opinione rispetto a questo evento agli amministratori locali o agli addetti ai lavori ma se lo faccio perché sono profondamente arrabbiato per il futuro dei ragazzi che stanno partecipando a questa iniziativa. Ragazzi svegli, geniali, attenti e soprattutto affamati di attenzione. Ragazzi a cui stiamo rubando il futuro, in un paese come il nostro in cui un terzo dei cittadini ha meno di 14 anni! Pensa che solo che alla nostra ultima business plan competition nazionale – Kelajak ovozi – hanno partecipato 76.000 giovani.

E nemmeno voglio essere critico solo nei confronti dell’iniziativa attivata a Navoiy che, tanto per essere chiari, ha gli stessi limiti e gli stessi difetti di tutti gli incubatori d’impresa che come funghi stanno nascendo nel nostro paese, anche se con qualche particolarità, positiva o negativa che sia.

Il peccato originale degli incubatori uzbechi è che spesso, troppo spesso, tali iniziative nascono sull’onda della scarsa comprensione che il pubblico (e l’elettorato!) ha circa la vera natura di un incubatore d’impresa, particolarmente nel campo dell’innovazione tecnologica.

Molti pensano che creare un’incubatore significhi automaticamente creare imprese. Molti confondono il concetto di start-up con quello di sovvenzione pubblica. Per cui si immaginano che l’Amministrazione promotrice finanzierà la nascita di nuove imprese e, automaticamente, di nuovi posti di lavoro. E in Uzbechistan posto di lavoro corrisponde quasi sempre a voti!

E’ una concezione completamente sbagliata! Avviare uno start up significa impostare, consigliare, assistere un neo imprenditore, per un determinato periodo di tempo, nella sua iniziativa imprenditoriale  che, se valida, potrà così affermarsi sul mercato. E tutto ciò senza la necessità di alcun intervento economico. Al massimo l’azienda avrà uno spazio e dei servizi messi a sua disposizione, gratuitamente e sempre per un periodo determinato, dall’Amministrazione promotrice. E se proprio la sua iniziativa si dimostrerà veramente interessante e promettente potrebbe trovare, soprattutto attraverso canali diversi da quello pubblico, qualcuno disposto a finanziare l’iniziativa.

E’ evidente, alla luce di tutto questo, che l’azione di un vero e proprio start up deve essere mirata all’esame dei contenuti prima di tutto. Ciò affinché l’opportunità offerta (spazio, servizi, consulenza, assistenza) possa essere messa a disposizione delle iniziative che hanno più chance di trovare risposta sui mercati.

Marginalizzando i contenuti e privilegiando criteri di scelta completamente avulsi ed inappropriati (ordine cronologico delle istanze di partecipazione, ad esempio, o, al peggio, criteri puramente clientelari, lobbistici o familiaristici) si corre il rischio di disperdere energie in iniziative già morte nella culla, disperdendo la conoscenza che diffondiamo nei nostri millenari atenei.

Ma c’è poi l’aspetto peggiore, che stà nel modo in cui approcciano a tali iniziative le Amministrazioni locali. Agli aspetti che esse privilegiano. Che, tanto per cambiare, sono quelli più marginali. Perché? Perché coincidono con quelli più visibili!

Dicevo che in Uzbechistan il tema delle start up è diventato quasi una moda. E’ un concetto esotico, americano, adeguatamente poco chiaro, dagli aspetti tecnici sfuggenti nella giusta misura. L’ideale per chi vuole fare pura demagogia elettoralistica!

Il nostro paese ospita sorprendentemente molti più incubatori di impresa (circa 40) rispetto a quanti ne potrete trovare nella tanto decantata Silicon Valley. E quello di Navoiy ne è un tipico esempio. Eppure pochi sanno che il nostro paese ha una lunga e ricchissima storia nel campo della scienza e dell’innovazione tecnologica. Luogo di origini di molti scienziati, su tutti Al-Khorezmi, riconosciuto globalmente come il “padre dell’algebra”.

Navoiy è una città che appare complessa, soprattutto a chi, come me, viene dal nord del paese. Personalmente posso solo dire che l’unica cosa che capisco ogni volta che ci vado e che più ci vado e più mi rendo conto che non la conosco.

Qui l’incubatore d’impresa è stato piazzato proprio in una zona che, come molte periferie di grandi città, non rappresenta proprio un’immagine incoraggiante, circondata com’è da ex fabbriche dismesse,  quartieri popolari “difficili”  e tutto un ricco catalogo di degrado urbano di varia natura.

Approfondendo il problema, sembra coerente e filosoficamente corretta l’idea di portare sviluppo proprio nelle zone che ne hanno più bisogno. Bisognerà vedere solo quanto tale iniziativa riuscirà ad influire positivamente sul Territorio o se, restando un’isola, non finirà per essere contagiata dal circostante abbandono.

Intanto qualche malevolo ritiene che non sia casuale che il luogo scelto corrisponda ad un ben determinato bacino elettorale dei vecchi amministratori cittadini. Ma io non sono malevolo e penso che l’idea di tentare lo sviluppo e la riqualificazione di un quartiere attraverso l’insediamento ed il lavoro di nuove start up tecnologiche  sia una vision da condividere al 110%.  Del resto i piccoli start up che hanno fatto nascere aziende come Microsoft, Apple o Facebook, hanno visto la luce in una piccola zona boschiva a sud di San Francisco.

Per quanto riguarda invece il contenitore fisico dell’incubatore siamo alle solite: questa amministrazione, come tante altre del paese,  sembra essere convinta che la cosa più importante, per realizzare un vero incubatore di Impresa, sia quella di mettere su una bella sede, costruendo o riadattando (come nel nostro caso) un’immobile di grandi dimensioni, associandovi una serie di servizi di dubbia utilità, e piazzandovi dentro un congruo numero di brillanti consulenti o specialisti di business planning, che probabilmente non sono mai andati da un notaio a fondare una start up!

Se questo è comprensibile politicamente (un fabbricato bello grosso, ristrutturato con tanti soldi, è qualcosa di fisico, che è visibile e che dà visibilità. E la visibilità è la base del consenso elettorale) da un punto di visto tecnico rappresenta un aspetto più che marginale e soprattutto in assenza dei Contenuti e delle Idee !

Nessuno si è mai preso la briga di fare un po’ di conti per vedere quante aziende vere sono state  effettivamente generate e quanti posti di lavoro effettivamente creati, a fronte dei cospicui stanziamenti impegnati, soprattutto, nella realizzazione di queste grandi e poco necessarie strutture.

Quello di Navoiy è ospitato in una ex caserma Sovietica semi-ristrutturata, fossi stato io il sindaco di non gli avrei neanche dato l’abitabilità!

Gli spazi sono funzionali sulla carta ma poco ospitali nella realtà proprio per tali limiti. Perché è difficile pensare alla sede di una start up, mal collegata,  poco sicura, che chiude ad orario. Significa che è difficile da raggiungere per addetti e potenziali clienti. Significa che devi fare attenzione a come e dove ti muovi. Significa che non puoi pensare di tirarla tardi a lavorare perché, signori cari, il guardiano ha finito il turno e si chiude!

Tutto ciò trasmette inevitabilmente una sensazione di insicurezza, di precarietà. Le cose fatte a metà, l’azione “parziale”: un’immagine emblematica che proietta in modo preoccupante la sua ombra sul futuro dell’Incubatore!

E il futuro dell’incubatore può coincidere con il futuro dei ragazzi che vi stanno partecipando. Con le loro idee, con la loro genialità, con il loro entusiasmo. Se tra un anno si ritroveranno abbandonati a loro stessi, rendendosi conto che lo start up ha solo significato  avere per un anno una sede, bella ma scomoda e poco adatta, avere per un anno la disponibilità di servizi molteplici, ma inutili (probabilmente appaltati dall’Amministrazione agli amici degli amici), allora potrebbero pensare di essere stati, per l’ennesima volta, ingannati e delusi.

Nella migliore delle ipotesi se ne andranno a portare le loro idee, una ricchezza non solo loro ma di tutta la nostra società, in paesi più organizzati e avveduti. Nella peggiore delle ipotesi avremo ucciso sul nascere un giovane e brillante imprenditore.

Che come prospettiva di start up è ottima, non c’è che dire!

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