Inclusione sociale in Indonesia

Jakarta, 7 milioni di abitanti la sera, 19 milioni la mattina. Il tempo medio dedicato al commuting è di circa 4 ore al giorno, per il traffico micidiale che attanaglia la metropoli. Quasi trecento milioni di abitanti in Indonesia ed un’economia che cresce del 4/6% l’anno. Da questo lato del mondo il futuro significa speranza, prospettiva, opportunità. Ma si parte da una base di povertà ed infrastrutture carenti. Questa mattina abbiamo visitato IGTC (International Garment Training Center), un’iniziativa no-profit, che si occupa di aiutare i giovani a crearsi una professione. Una micro-business school in cui gli studenti (prevalentemente ragazze da famiglie povere) vivono, lavorano e imparano il mestiere tessile, fondata da un imprenditore tedesco. In Indonesia si produce l’abbigliamento per un sacco di marche occidentali ed IGTC è l’unica scuola vocazionale di questo settore nel paese e il 100% dei ragazzi che partecipano trovano subito lavoro. La scuola offre istruzione, vitto e alloggio a 200 ragazzi che imparano il mestiere direttamente da esperti del settore. IGTC è interamente finanziata da donazioni private, gira con un budget annuo di circa 600.000 dollari e fatica a trovare sponsor, nonostante la qualità del progetto. L’industria tessile cuba 640 miliardi di dollari di fatturato l’anno, nessun Dolce & Gabbana a sponsorizzare da queste parti, ma tutti i subfornitori ben lieti di assumere. Purtroppo visti i bassissimi margini della produzione tessile in subfornitura, le aziende locali non possono permettersi un budget per formare i loro giovani. E nemmeno il governo (tutto il mondo è paese da questo punto di vista) è attivo nonostante l’export tessile faccia girare 11 miliardi di dollari destinati a triplicare entro il 2025. Ed un sacco di posti di lavoro.

20120330-092517.jpg

20120330-084326.jpg

20120330-100938.jpg

20120330-101014.jpg

20120330-101029.jpg

20120330-103150.jpg

20120330-103201.jpg

20120330-103409.jpg

20120330-103416.jpg

20120330-103547.jpg

20120330-103847.jpg

Annunci

Start up. Ma per dove?

Prospettive reali degli incubatori d’impresa uzbeki. Faccia a faccia con Jarat Gadashev

Con i suoi 30 milioni di abitanti, l’Uzbekistan è la più grande e centrale delle ex-repubbliche sovietiche Asiatiche. Da quando nel 1994 la Repubblica ha condotto le prime elezioni, il paese è entrato in un periodo di forte trasformazione e dal 2008 l’economia cresce ormai regolarmente dell’8% l’anno. La macchina universitaria uzbeka produce 600.000 laureati annui, il tema dell’innovazione e ricerca è stato recentemente avviato con alterni risultati. Ma l’Uzbekistan ha una lunga tradizione scientifica. Pochi lo sanno, la parola algoritmo deriva da una versione modificata di Al-Khorezmi, mago, scienziato, matematico, “padre dell’algebra”. Il suo nome in forma modificata è diventata il termine che rappresentava il sistema metrico decimale, per poi essere utilizzata in senso più ampio ad indicare una regola che effettua una serie di operazioni in un certo ordine.

 

Jarat, puoi raccontarci le difficoltà e i problemi che avete incontrato con l’introduzione degli spin-off universitari e degli incubatori di impresa?

 

Sono in molti ad avermi accusato di comportarmi come una Cassandra ma io non posso che ribadire le mie perplessità ed il mio scetticismo sul futuro dell’incubatore d’impresa che è stato avviato a Navoiy.

Non è che ci tenga molto a spiegare la mia opinione rispetto a questo evento agli amministratori locali o agli addetti ai lavori ma se lo faccio perché sono profondamente arrabbiato per il futuro dei ragazzi che stanno partecipando a questa iniziativa. Ragazzi svegli, geniali, attenti e soprattutto affamati di attenzione. Ragazzi a cui stiamo rubando il futuro, in un paese come il nostro in cui un terzo dei cittadini ha meno di 14 anni! Pensa che solo che alla nostra ultima business plan competition nazionale – Kelajak ovozi – hanno partecipato 76.000 giovani.

E nemmeno voglio essere critico solo nei confronti dell’iniziativa attivata a Navoiy che, tanto per essere chiari, ha gli stessi limiti e gli stessi difetti di tutti gli incubatori d’impresa che come funghi stanno nascendo nel nostro paese, anche se con qualche particolarità, positiva o negativa che sia.

Il peccato originale degli incubatori uzbechi è che spesso, troppo spesso, tali iniziative nascono sull’onda della scarsa comprensione che il pubblico (e l’elettorato!) ha circa la vera natura di un incubatore d’impresa, particolarmente nel campo dell’innovazione tecnologica.

Molti pensano che creare un’incubatore significhi automaticamente creare imprese. Molti confondono il concetto di start-up con quello di sovvenzione pubblica. Per cui si immaginano che l’Amministrazione promotrice finanzierà la nascita di nuove imprese e, automaticamente, di nuovi posti di lavoro. E in Uzbechistan posto di lavoro corrisponde quasi sempre a voti!

E’ una concezione completamente sbagliata! Avviare uno start up significa impostare, consigliare, assistere un neo imprenditore, per un determinato periodo di tempo, nella sua iniziativa imprenditoriale  che, se valida, potrà così affermarsi sul mercato. E tutto ciò senza la necessità di alcun intervento economico. Al massimo l’azienda avrà uno spazio e dei servizi messi a sua disposizione, gratuitamente e sempre per un periodo determinato, dall’Amministrazione promotrice. E se proprio la sua iniziativa si dimostrerà veramente interessante e promettente potrebbe trovare, soprattutto attraverso canali diversi da quello pubblico, qualcuno disposto a finanziare l’iniziativa.

E’ evidente, alla luce di tutto questo, che l’azione di un vero e proprio start up deve essere mirata all’esame dei contenuti prima di tutto. Ciò affinché l’opportunità offerta (spazio, servizi, consulenza, assistenza) possa essere messa a disposizione delle iniziative che hanno più chance di trovare risposta sui mercati.

Marginalizzando i contenuti e privilegiando criteri di scelta completamente avulsi ed inappropriati (ordine cronologico delle istanze di partecipazione, ad esempio, o, al peggio, criteri puramente clientelari, lobbistici o familiaristici) si corre il rischio di disperdere energie in iniziative già morte nella culla, disperdendo la conoscenza che diffondiamo nei nostri millenari atenei.

Ma c’è poi l’aspetto peggiore, che stà nel modo in cui approcciano a tali iniziative le Amministrazioni locali. Agli aspetti che esse privilegiano. Che, tanto per cambiare, sono quelli più marginali. Perché? Perché coincidono con quelli più visibili!

Dicevo che in Uzbechistan il tema delle start up è diventato quasi una moda. E’ un concetto esotico, americano, adeguatamente poco chiaro, dagli aspetti tecnici sfuggenti nella giusta misura. L’ideale per chi vuole fare pura demagogia elettoralistica!

Il nostro paese ospita sorprendentemente molti più incubatori di impresa (circa 40) rispetto a quanti ne potrete trovare nella tanto decantata Silicon Valley. E quello di Navoiy ne è un tipico esempio. Eppure pochi sanno che il nostro paese ha una lunga e ricchissima storia nel campo della scienza e dell’innovazione tecnologica. Luogo di origini di molti scienziati, su tutti Al-Khorezmi, riconosciuto globalmente come il “padre dell’algebra”.

Navoiy è una città che appare complessa, soprattutto a chi, come me, viene dal nord del paese. Personalmente posso solo dire che l’unica cosa che capisco ogni volta che ci vado e che più ci vado e più mi rendo conto che non la conosco.

Qui l’incubatore d’impresa è stato piazzato proprio in una zona che, come molte periferie di grandi città, non rappresenta proprio un’immagine incoraggiante, circondata com’è da ex fabbriche dismesse,  quartieri popolari “difficili”  e tutto un ricco catalogo di degrado urbano di varia natura.

Approfondendo il problema, sembra coerente e filosoficamente corretta l’idea di portare sviluppo proprio nelle zone che ne hanno più bisogno. Bisognerà vedere solo quanto tale iniziativa riuscirà ad influire positivamente sul Territorio o se, restando un’isola, non finirà per essere contagiata dal circostante abbandono.

Intanto qualche malevolo ritiene che non sia casuale che il luogo scelto corrisponda ad un ben determinato bacino elettorale dei vecchi amministratori cittadini. Ma io non sono malevolo e penso che l’idea di tentare lo sviluppo e la riqualificazione di un quartiere attraverso l’insediamento ed il lavoro di nuove start up tecnologiche  sia una vision da condividere al 110%.  Del resto i piccoli start up che hanno fatto nascere aziende come Microsoft, Apple o Facebook, hanno visto la luce in una piccola zona boschiva a sud di San Francisco.

Per quanto riguarda invece il contenitore fisico dell’incubatore siamo alle solite: questa amministrazione, come tante altre del paese,  sembra essere convinta che la cosa più importante, per realizzare un vero incubatore di Impresa, sia quella di mettere su una bella sede, costruendo o riadattando (come nel nostro caso) un’immobile di grandi dimensioni, associandovi una serie di servizi di dubbia utilità, e piazzandovi dentro un congruo numero di brillanti consulenti o specialisti di business planning, che probabilmente non sono mai andati da un notaio a fondare una start up!

Se questo è comprensibile politicamente (un fabbricato bello grosso, ristrutturato con tanti soldi, è qualcosa di fisico, che è visibile e che dà visibilità. E la visibilità è la base del consenso elettorale) da un punto di visto tecnico rappresenta un aspetto più che marginale e soprattutto in assenza dei Contenuti e delle Idee !

Nessuno si è mai preso la briga di fare un po’ di conti per vedere quante aziende vere sono state  effettivamente generate e quanti posti di lavoro effettivamente creati, a fronte dei cospicui stanziamenti impegnati, soprattutto, nella realizzazione di queste grandi e poco necessarie strutture.

Quello di Navoiy è ospitato in una ex caserma Sovietica semi-ristrutturata, fossi stato io il sindaco di non gli avrei neanche dato l’abitabilità!

Gli spazi sono funzionali sulla carta ma poco ospitali nella realtà proprio per tali limiti. Perché è difficile pensare alla sede di una start up, mal collegata,  poco sicura, che chiude ad orario. Significa che è difficile da raggiungere per addetti e potenziali clienti. Significa che devi fare attenzione a come e dove ti muovi. Significa che non puoi pensare di tirarla tardi a lavorare perché, signori cari, il guardiano ha finito il turno e si chiude!

Tutto ciò trasmette inevitabilmente una sensazione di insicurezza, di precarietà. Le cose fatte a metà, l’azione “parziale”: un’immagine emblematica che proietta in modo preoccupante la sua ombra sul futuro dell’Incubatore!

E il futuro dell’incubatore può coincidere con il futuro dei ragazzi che vi stanno partecipando. Con le loro idee, con la loro genialità, con il loro entusiasmo. Se tra un anno si ritroveranno abbandonati a loro stessi, rendendosi conto che lo start up ha solo significato  avere per un anno una sede, bella ma scomoda e poco adatta, avere per un anno la disponibilità di servizi molteplici, ma inutili (probabilmente appaltati dall’Amministrazione agli amici degli amici), allora potrebbero pensare di essere stati, per l’ennesima volta, ingannati e delusi.

Nella migliore delle ipotesi se ne andranno a portare le loro idee, una ricchezza non solo loro ma di tutta la nostra società, in paesi più organizzati e avveduti. Nella peggiore delle ipotesi avremo ucciso sul nascere un giovane e brillante imprenditore.

Che come prospettiva di start up è ottima, non c’è che dire!


Codemotion 2012

Er mejo evento per geeks in Italia

20120323-101140.jpg

20120323-100519.jpg

20120323-100456.jpg

20120323-100445.jpg

20120323-100423.jpg

20120323-100408.jpg

20120323-100355.jpg

20120323-100338.jpg

20120323-100328.jpg

20120323-100311.jpg

20120323-100246.jpg

20120323-100232.jpg

20120323-100215.jpg

20120323-100201.jpg


Ripartono gli investimenti di venture capital in Italia

Si è svolta ieri in Assolombarda, a Milano, l’assemblea annuale dell’AIFI, associazione che raggruppa i principali investitori di private equity e venture capital in Italia. In occasione dell’assemblea, come ogni anno sono stati rilasciati i dati di consuntivo del settore. In questo caso quelli del 2011.

Ha riassunto la situazione, Anna Gervasoni, direttore generale dell’associazione. Il quadro è decisamente orientato finalmente al buono, sicuramente al meglio rispetto al buio pesto degli anni passati. I tempi dei grandi write-off – almeno in questo segmento – sono dietro le spalle.  Anni in cui gli investitori hanno ‘portato a casa’ le perdite.

Il 2011 sembra essere stato un anno di ripartenza. Nel corso del 2011 sono state registrate nel mercato italiano del private equity e venture capital 326 nuove operazioni, per un controvalore complessivo pari a 3.583 milioni di Euro, con un incremento del 46% rispetto al 2010. La crescita in termini di numero di operazioni, invece, è stata pari al 12%.
Come negli anni passati, il segmento dell’expansion si è classificato al primo posto in termini di numero, con 139 investimenti, seguito dal comparto dell’venture capital (early stage) che, con 106 operazioni, ha superato, ancora una volta, il numero dei buy out (63 deal). Sono tornati i mega-deal nel private equity e il venture capital in Italia lo scorso anno ha macinato investimenti.

Il problema lo scorso anno è stato il fundraising e sicuramente si è visto sul campo l’impatto del Fondo Italiano Investimenti. Sia in termini di investimenti diretti che in fondi di private equity.  Nel 2010 infatti il FII ha effettuato investimenti per 600 milioni di euro, cosa che ha parzialmente sopperito alla ridotta raccolta degli altri operatori indipendenti. Ed ecco proprio sul fundraising una seconda buona notizia. Sono tornati gli stranieri, con 21% della raccolta complessiva proveniente dall’estero, contro il 2% del 2010. Buon segno da un certo punto di vista e segnale del fatto che a questo punto e a questi prezzi, ci sono un sacco di opportunità interessanti sul mercato Italiano.

Le cose non sono ancora rosee, intendiamoci, tant’è che la sala era piena di gente. Gremita, con moltissimi in piedi. Segno che molti nel private equity hanno poco da fare di questi tempi, e praticamente tutti stiamo facendo fundraising. D’altra parte la crisi si porta anche questo, difficile fare private equity se, come dice Luigi Abete, “manca la materia prima, ovvero le aziende su cui investire.”

Ma la vera notizia – almeno dal mio punto di vista – è che è partito il venture capital (era ora!) nel 2011. Ed è partito proprio grazie al controverso fondo HT (High Technology) partito per iniziativa del Ministero Sviluppo Economico, che ha finanziato 4 fondi di venture capital. Tutti dedicati ad investimenti da effettuarsi al Sud: Vertis Venture, Atlante Venture, Principia e Vegagest (che non ha mai fatto nessun investimento). Il fondo è stato anche recentemente criticato da un articolo del Sole 24, che curiosamente dopo anni di silenzio, ha deciso di svegliarsi e criticare l’unica iniziativa che stava funzionando, proprio nel momento in cui sta mostrando di fare bene.

E’ vero il fondo HT non è stato 100% un successo. Il fondo Vegagest, non ha mai fatto nessun investimento, mentre gli altri tre fondi sono stati molto poco attivi nei primi due anni di attività. Ma tra la fine del 2010 e per tutto il 2011 le cose hanno decisamente cambiato marcia:
Principia ha fatto molti investimenti ed oggi ha in portafoglio aziende come Banzai, Liquida, Crowdengineering, Citynews solo per citare quelle con cui ho avuto a che fare direttamente;
Vertis ha investito in Personal Factory, Mosaicoon e AutoXY;
Atlante Ventures ha investito in aziende come Admantx e SpinVector.

Insomma l’aria che si respirava in AIFI ieri è che il mercato sta partendo, si sta investendo, l’attenzione del governo su questi temi, sullo sviluppo, sull’imprenditorialità, sulla creazione di nuove imprese, sull’innovazione di processo, sul tema delle startup è massima. La pressione sul sistema è forte e tanti si stanno tirando su le maniche.

Non mi ha trovato d’accordo una sola nota del Presidente AIFI, Giampio Bracchi, che ha sostenuto che in Italia non ci sia il seed capital. Dal mio punto di vista, (peraltro associato ad AIFI da 4-5 anni) ho letto questi dati in modo diverso.

E’ proprio perchè negli ultimi anni è ripartito il seed capital (lo testimoniano i dati degli ultimi anni) che il settore sta ripartendo ed il fondo HT stesso, sta iniziando adesso a funzionare. Avendo la possibilità di mettere capitali in startup che hanno già superato una prima fase di validazione nel mercato del seed capital e degli angel investors. E non parlo necessariamente di noi, di dpixel.  Parlo di gente come H-Farm, Banzai, TheNetValute, Italian Angels for Growth, Annapurna e family office  che da anni invece il seed lo praticano sul campo e con le proprie forze.

Fatto questo piccolo distinguo nell’interpretazione dei dati e posto che la mia analisi fosse giusta.  Allora è doppiamente vero quello che dice Bracchi stesso: questo è il momento di sviluppare ulteriormente il comparto del venture capital in Italia e in particolare il seed. Non posso che essere d’accordo, ovviamente. Questo è il momento di ripartire a generare nuove imprese.

Qui il report della ricerca, condotta dall’Aifi in collaborazione con PwC – Transaction Services.


Nextdoor, iperlocal

http://www.searcheeze.com/embed_brick?topic_id=4ea9c5a2d57a055c4b00000d&item_id=4f6501d2d57a051f0c000130


Non si dorme a Napoli

Archiviata la seconda tappa di Vulcanicamente.

Ora si aprono le selezioni, è possibile per chiunque sottoporre la propria idea sul sito. In bocca al lupo a tutti quanti, la deadline è il 2 Aprile. Il giorno dopo apriamo la casella di email e vediamo cosa cova sotto il vulcano. Nel frattempo chill-out con Nino Moroni.


Makoto, a social venture fund for the recovery after Fukushima

Tomohiro Takei is the founder of MAKOTO, an entrepreneur-supporting association based in Sendai, in the Miyagi Prefecture, Japan. MAKOTO was established in July 2011 after the Great Eastern Japan Earthquake, and aims to raise a non-profit venture fund for the revitalization of the disaster area.
“I earned a PhD from the Tohoku University, specializing in biology. After working as the Technology Transfer Coordinator at University, I was later in charge of sales & marketing at biotech startup. In 2007, I joined a local venture capital firm: Tohoku Innovation Capital Corporation (TICC).”
When the earthquake hit, Tomohiro, survivor himself, immediately left his job at TICC and decided to contribute to the revitalization of Tohoku, his hometown. The earthquake and tsunami wiped out lives, families, cities. And with that devastated local communities and the local economy. With the principle that entrepreneurship empowerment is the key to accelerate revitalization, Tomohiro’s vision is that MAKOTO will be supporting entrepreneurs with high aspirations to start and expand their businesses while connecting them to the global market.
“Ever since my undergraduate days I have been engaged in many activities, with a passion for contributing to the Sendai, Tohoku area. I have worked on various projects such as establishing ‘The Supporting Fund’ for the disaster area and organizing the ICT International Forum on reconstruction assistance. I have chosen to leverage my experience in order to the re-activate the local economy and create jobs. We can’t guard families without jobs. We can’t be happy without a family. Therefore I think that creating jobs plays a key role in making people happy. Which is my objective. The disaster killed too many people, devastated homes and families. Too many people are still unhappy now and I fell I must find a way to solve this problem. Human life is short like the blink of an eye. I would like to spend my life for meaningful things.”

People are forbidden to work for around 20km area from the Fukushima nuclear power plant still now. Radiation level is high, over 1.0 microSv/hour. Most of parents in Fukushima don’t let their children play outside the house even out of 20km area.
Everybody is under a lot of stress and apparently the divorce rate is increasing.

MAKOTO is a non-profit organization supporting active entrepreneurs and startups, with a total of five staffs (including Tomohiro) and many volunteers that support the firm.

“Our Corporate counsel is a Partner at Anderson Mori & Tomotsune, one of the top law firm in Japan. We are planning to have a non-profit venture fund. We’ve started fundraising activities. Our fund preparing now has five features: 1. Nonprofit 2. Project finance (the exit is not IPO or M&A) 3. Hands-on support before investing 4. Dedicated to young entrepreneurs 5. For people with a passion and ethics to help people. There are more than 150 thousand jobless workers in the disaster area. It is important to not only restore the area, but also to create strong businesses and long lasting jobs. I think empowerment of entrepreneurs is the key to accelerating revitalization, but more importantly,we must bring hope to the area and give the people their dignity.

Makoto is a real challenge: the disaster area is in countryside. There are few talents, few high technologies and little risk money there. In addition that, there is of course no venture ecosystem. Therefore common profit oriented venture capitalists can’t invest companies in the disaster area.

“I thought that I can’t solve the problem by the logic of the capitalism and the best way is a venture fund as a non-profit and a project finance. I think that our activities will be interesting case for fostering entrepreneurs in the countryside.”

Tomohiro is not alone in this effort to restore a future for his communities. After the earthquake, many young people with strong aspiration are emerging and gathering to the disaster area. Some of them quit their job, even with big global companis such as McKinsey and AGC (Asahi Glass Co). People with a strong passion and excellent ethics to help others.

Normally Japanese people are risk adverse, however many share a strong aspiration to help at such extraordinary situations like this time. Historically, Japan has had many difficult times. But was always able to overcome again and again.

It’s because of people like Tomohiro.