I miei due centesimi sulla Banca Nazionale dell’Innovazione

L’Italia ha tutte le carte in regola per competere nel campo dell’innovazione tecnologica e sui temi dell’imprenditorialità. Abbiamo le infrastrutture, i denari e certamente non mancano talenti, cervelli e un ricco materiale genetico. Creatività e capacità di adattamento, doti essenziali di un buon imprenditore, sono alcuni dei tratti che caratterizzano la nostra cultura.

Lo Stato spende miliardi di euro ogni anno per educare e formare le nuove generazioni. Abbiamo infrastrutture come università, incubatori, centri di ricerca, laboratori, distretti e parchi tecnologici distribuiti su tutto il territorio. Un tessuto di aziende e distretti industriali, talvolta di assoluta innovazione ed eccellenza tecnologica.  

Abbiamo tutto.Ma niente sembra funzionare in termini di significativa creazione di nuove aziende, occupazione e sviluppo.

Secondo la classifica stilata dall’Unione – fatta eccezione della Lombardia e dell’Emilia Romagna – l’Italia appartiene alla categoria dei paesi Europei a minore tasso innovazione, in buona compagnia con Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Spagna. 

Anche e solo per questo serve, come recentemente posto all’attenzione, un’agenda digitale ed un’agenda per l’innovazione in Italia.

Qualcosa è stato fatto per colmare questo ritardo e vorrei citare alcuni esempi, che sono sicuro non sono esaustivi. Il fondo high-tech, un fondo di fondi che ha attivato tre nuovi operatori di venture capital con vincolo d’investimento nel Sud Italia, che ora sono operativi ed hanno effettuato i loro primi investimenti. 

Il recente riordino degli enti pubblici di ricerca, che oggi consente ad organizzazioni come il CNR e l’Agenzia Spaziale Italiana, di promuovere e finanziare fondi d’investimento. 

“Principi Attivi”, il bando della Regione Puglia, riservato ai residenti con meno di 32 anni, che alla sua seconda edizione – appena conclusa – ha visto partecipare oltre 5.700 giovani con  più di 2.200 progetti di nuove iniziative e aziende focalizzate sui temi di innovazione, territorio ed inclusione sociale.

Si tratta di iniziative lodevoli, ma troppo sporadiche. Dobbiamo dotarci di un piano strategico per industrializzare la nostra capacità di creare nuove imprese e di attivare nuovi imprenditori, dotandoli di tutti gli strumenti culturali e finanziari per competere a livello internazionale.

Troppo spesso ci si lamenta della mancanza di risorse finanziarie per questo settore, eppure la dotazione dei fondi strutturali Europei gestiti dallo Stato Italiano per il periodo 2007-2013, supera i 12 miliardi di euro.

2 miliardi di euro l’anno distribuiti seguendo logiche e processi che riescono al più a farli funzionare come sovvenzioni, meri meccanismi di sussistenza. Laddove prevale la mala gestione poi, distorcono il meccanismo economico, producendo un autentico darwinismo al contrario che impoverisce rapidamente il territorio. Quando le cose non funzionano a questi livelli, rimane una sola cosa da fare: cambiarle radicalmente.

Ma non esistono ricette preconfezionate per far nascere e sviluppare una diffusa cultura imprenditoriale o per creare distretti di innovazione come hanno fatto ad esempio Israele, la Silicon Valley, l’India o la Scandinavia. Diversi governi di tutto il mondo si sono dedicati a queste tematiche, fallendo clamorosamente. Ma quelli che ci sono riusciti, hanno riscosso successi eclatanti.

Il Rwanda, partendo da zero una dozzina di anni fa, dopo la guerra civile, ha superato l’Italia lo scorso anno, nella “Classifica globale sulla facilità di fare impresa”, stilata dalla Banca Mondiale. Lo ha fatto grazie ad un’iniziativa nazionale sulla competitività, che ha educato e finanziato oltre 20.000 microaziende costituite da imprenditori di prima generazione, in pochi chiari segmenti strategici. Ha erogato capitali promuovendo talento, ed una nuova classe di imprenditori ha abbattuto in dieci anni la povertà della nazione del 25%.

Il Cile, ad esempio, ha dedicato grandissima attenzione all’attivazione di nuove imprese, ottenendo molti casi di successo. Con Startup Chile, una delle ultime iniziative ha iniziato ad attirare immigrati, affinchè costituiscano la propria azienda sul territorio Cileno.

Ed ora Obama con StartupAmerica.

E’ evidente che i governi possono fare molto ed iniziative di questo tipo sono attive o in fase di lancio in Messico, Brasile, Irlanda, Cina, Russia, Armenia, Palestina e Singapore. Questa intensa attività, nasce dalla consapevolezza ormai internazionale del ruolo essenziale che le startup hanno nella creazione di posti di lavoro delle società avanzate.

Tutti i posti di lavoro netti generati nell’economia Americana negli ultimi quarant’anni, sono stati creati da startup: aziende con meno di cinque anni di vita. Qualcosa di analogo sta succedendo oggi con scala impressionante in tutto il mondo in via di sviluppo, grazie al microcredito.

In Italia oggi un giovane su tre è disoccupato e nei primi otto mesi del 2010 sono state autorizzate 826 milioni di ore di cassa integrazione. La Banca Nazionale dell’Innovazione dovrebbe essere un’istituzione privata a partecipazione pubblica. Una Banca della nuova imprenditorialità, che nasce con un forte impulso ed indirizzo strategico dello Stato.

Non esiste innovazione senza venture capital. La Banca dovrebbe operare innanzitutto come fondo di fondi, per far germogliare, nascere e svilupparsi decine di nuovi fondi di venture capital, attivi sul territorio e in diverse aree di competenza e di scopo di investimento.

Con una struttura snella, i suoi manager dovrebbero operare, essere gestiti e remunerati secondo i meccanismi classici del venture capital, comunemente utilizzati in tutto il mondo. Dovrebbe utilizzare nel proprio modus operandi quei valori di merito, assunzione di rischio, trasparenza ed apprendimento dall’errore, che ci si propone di diffondere tra le nuove generazioni di neo-imprenditori.

Alla Banca Nazionale dell’Innovazione non servono sportelli fisici, ma una potente strategia digitale, un’agenda e una comunità in grado di connettere quelle persone che già oggi operano nell’innovazione imprenditoriale nel nostro paese e quelle che vogliono partecipare.

Dovrebbe usare Internet per funzionare come una ‘palla di vetro’, raccontando online le proprie attività, obiettivi, piani e persone.

Può essere solo una banca privata, dotata di una una governance autorevole, perché deve poter operare lontana dai condizionamenti della politica ed essere in grado di effettuare scelte e decisioni di investimento avendo come unico criterio il merito, la fattibilità e il potenziale dei progetti analizzati.

Dovrebbe essere finanziata da investitori istituzionali: banche, società assicurative,  sindacati, fondazioni bancarie, grandi gruppi industriali e dallo Stato attraverso la Cassa Depositi e Prestiti.

Ma infrastrutture e capitali non saranno sufficienti per raggiungere il successo, lo dimostra la situazione attuale. Serve e va coltivato innanzitutto l’ingrediente principale: gli imprenditori.

La Banca Nazionale dell’Innovazione, deve farsi promotrice di un cambiamento culturale ed occuparsi di riempire il gap di percezione e di competenze che esiste in Italia sul tema dell’imprenditorialità. Deve occuparsi di educazione ed ‘infrastrutturazione culturale’, formando sul campo venture capitalist e neo-imprenditori. Deve sviluppare un progetto formativo di sistema verso chi già si occupa di credito commerciale, affiancandolo ad esperti di settore.

Lo Stato dovrebbe orchestrare e co-finanziare l’iniziativa, ma soprattutto si dovrebbe occupare di accompagnarla, costruendo un ambiente più favorevole alla creazione di impresa in Italia, incentivando ed agevolando l’assunzione di rischio degli investitori privati.

Potrebbe essere uno strumento per canalizzare in modo più efficiente e coordinato il massimo possibile dei dodici miliardi di euro di fondi pubblici che oggi abbiamo a disposizione. 

In questo senso si potrebbe dotarla – sulla scia di esempi già in uso all’estero – della facoltà di assegnare un bollino blu alle iniziative. Bollino in grado di indicare un certo livello di validazione del progetto. Un bollino che consenta alla nuova azienda di attivare un accesso automatico o semi-automatico a strumenti pubblici o di credito bancario dedicati al finanziamento di innovazione e nuove aziende.

Un meccanismo di questo tipo se ben affinato, potrebbe consentire al sistema bancario l’avvio un percorso virtuoso di innovazione finanziaria, così come auspicato dal Professor Phelps. Ed un vitale travaso di competenze e di processi nel mondo della finanza.

Lo Stato dovrebbe favorire gli investimenti da parte dei privati cittadini nelle startup, defiscalizzandoli, come è stato fatto con grande successo in Francia. E dovrebbe agevolare l’assunzione di giovani sviluppatori, scienziati, creativi e tecnici da parte di startup, azzerando i contributi per i primi 2-3 anni di lavoro.

Dovrebbe nel tempo adottare normative fiscali differenziate in ragione della massimizzazione della funzione sociale di questo tipo di Banca o dei redditi generati dai dipartimenti innovativi specificamente attivati nelle banche commerciali.

Manca nel nostro codice civile un struttura giuridica e amministrativa che consenta di lanciare in Italia in modo semplice e poco costoso un fondo di venture capital, secondo le pratiche standard internazionali.

Occorre poi risolvere il problema delle opzioni per fondatori e manager. Una questione che rende le nostre startup meno competitive rispetto ai propri concorrenti internazionali, perchè private di uno strumento potente e largamente utilizzato per attrarre i migliori talenti a basso costo, motivandoli con i giusti incentivi.

Occorre rilanciare l’Agenzia Nazionale dell’Innovazione, che potrebbe assicurare un supporto costante ed efficace agli enti pubblici coinvolti nella progettazione ed erogazione di fondi pubblici, supportandoli e attivando programmi congiunti con investitori professionali.

Una volta lanciata e consolidata la Banca Nazionale dell’Innovazione, lo Stato dovrebbe uscirne, vendendo gran parte della propria quota. Magari attraverso una quotazione sulla Borsa Italiana, consegnandola così ad un azionariato diffuso.

Due milioni di giovani oggi sono in difficoltà. Sono la generazione meglio formata degli ultimi 150 anni della storia d’Italia. E’ giunto il momento di dedicare i nostri massimi sforzi per dar loro una Banca del Futuro. Oggi.

Edmund Phelps scrisse nel 1961 che la regola d’oro “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te” può essere applicata anche in modo intergenerazionale. La Banca Nazionale dell’Innovazione può essere il meccanismo per trasferire ricchezza verso le nuove generazioni.

Gli Onorevoli Alessia Mosca e Beatrice Lorenzin, hanno aperto la strada, depositando alla Commissione Finanze della Camera una proposta di legge per l’«Istituzione del Fondo dei fondi presso la Cassa depositi e prestiti Spa».

Il provvedimento è finalizzato a disciplinare la compartecipazione pubblico-privata rivolta all’accrescimento dei fondi di venture capital. Si è formato un gruppo di lavoro, che avrà lo scopo di stimolare la discussione per affinare e migliorare il progetto, siete tutti invitati a contribuire.

http://www.whitehouse.gov/sites/all/modules/swftools/shared/flash_media_player/player5x2.swf

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10 commenti on “I miei due centesimi sulla Banca Nazionale dell’Innovazione”

  1. Michele ha detto:

    Ottimo intervento, peccato arrivasse all’ultimo e tagliato…

  2. marco ha detto:

    E’ giusto bussare alle porte del Palazzo e partire da Roma, ma adesso se vogliamo accelerare dobbiamo spostare altrove il baricentro! L’Emilia Romagna, per esempio: la culla della cooperazione, della socialità, della collaborazione. Efficace.

  3. Fabrizio ha detto:

    Ne ho gustato l’anteprima al convegno (è stato ahimé tagliato) e con essa le espressioni di molti degli astanti. Giusto, giustissimo e illuminante. Mettiamo a lavoro ciò che c’è, tutti: chiunque può fare qualcosa. Da oggi e in tutti i territori del nostro paese.

  4. Giulia ha detto:

    Il panel di oggi mi è parso paradigmatico: un sacco di gente che annacqua poche idee giuste in litri di luoghi comuni e quando è il turno di chi sa di cosa parla, il tempo è scaduto.
    Mi sarebbe piaciuto ascoltare tutto il tuo intervento: leggerlo non è la stessa cosa, ma è comunque meglio di niente.
    Ora che i riflettori su una certa realtà si sono finalmente accesi, molti illustrissimi salteranno sul carro: non hanno ancora capito bene dove porta, ma hanno già pronto il sorriso per le telecamere. Se posso permettermi, c’è da stare attenti a certi atteggiamenti troppo amichevoli.

  5. dgiluz ha detto:

    grazie a tutti per i bellissimi commenti. @Giulia hai ragione, i politici fanno il loro mestiere. Sta a noi stanarli, educarli e far sentire la nostra voce.

  6. Adriano Gemelli ha detto:

    Concordo con Michele. La collocazione del tuo intervento è stata, a mio avviso, poco azzeccata. La concretezza delle idee che hai esposto, poteva fornire spunti per considerazioni più mirate e pratiche. Ma hai soprattutto ragione tu quando dici che è anche nostro compito, seppur a piccoli passi, costringerli ad affrontare il problema e a prendere posizione su una proposta concreta come quella che hai illustrato. L’evento di oggi è stato, secondo me, un piccolo ma importante passo.

  7. dgiluz ha detto:

    Stamattina Alessia Mosca mi ha accompagnato alla Camera, era vuoto. Bellissima, sembra una chiesa sconsacrata. Ma è una chiesa con i suoi riti, il protocollo, il suo language.
    Sono contento di essere riuscito ad esporre la parte iniziale. In fondo il resto sono tecnicalities e francamente il mio giudizio vale più o meno quale quello di chiunque altro competente su queste materie. Penso di poter citare almeno un centinaio di persone che ne sanno molto più di me. Ora inizia la fase dell’ascolto. Tocca all’ecosistema parlare e dire cosa pensa. E sarebbe bello se per una volta ne riuscisse a venire fuori qualcosa di sensato. Dopodichè le idee valgono due centesimi. Ci si guadagna l’euro portandosi a casa i risultati. Grazie dei commenti

  8. dgiluz ha detto:

    …un centinaio di persone intendevo in Italia. Nel mio gruppo in Kauffmann io francamente sono un bambino all’asilo nido…

  9. Anibl ha detto:

    Grazie Gianluca.
    sia per la citazione in un così autorevole e tormentato contesto (onoratissimi… davvero!) e sia per le idee che metti in campo. Qui in Puglia c’è un bel po’ di roba che bolle in pentola. Appena possibile salgo e ti racconto…

  10. dgiluz ha detto:

    @anibl on vedo l’ora, ciao


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