Italia, investitori e startup in risposta ad Augusto Marietti

Augusto Marietti, geniale fondatore di Mashape, ha pubblicato sul Tagliablog una lettera aperta appassionata e dolente destinata a tutte le startup Italiane. La lettera ha scatenato nelle ultime settimane un acceso dibattito e sono seguiti molti commenti e alcuni post tra cui quelli di Infoservi e di Stefano Bernardi.

Augusto ha vissuto sulla sua pelle la difficoltà di fare startup tecnologiche in Italia. Dopo aver girato l'Italia in lungo e in largo, alla ricerca di investitori senza successo per oltre un anno, alla fine insieme al suo team è emigrato in Silicon Valley ed è riuscito a trovare un primo seed funding da angel di grandissimo peso, ex Paypal e YouTube. Grazie a questi capitali oggi Mashape è partita ed è in public alpha

Se Mashape è un buon progetto per la Silicon Valley, perchè non ha trovato investitori in Italia? Anche noi in dpixel abbiamo seguito molto a lungo il progetto di Augusto e il suo team, decidendo di non investire. In cosa abbiamo tutti sbagliato, se abbiamo sbagliato? Banalmente gli investitori US sono più bravi di quelli Italiani?

In parte si, gli investitori della Silicon Valley sono molto più esperti e capitalizzati, ma chiunque conosce il venture capital sa che il problema non è così semplice. Con il senno di poi saremmo tutti investitori infallibili, ma le decisioni di investimento vengono prese in base ad una serie di fattori che non sono facilmente decodificabili dall'imprenditore. Non ultime contano le risorse che il fondo ha in gestione e la qualità del suo dealflow, ma più importante ancora sono le competenze specifiche del team di venture capitalist e l'ecosistema che è intorno a lui.

In altre parole e in estrema sintesi il problema di fondo è che l'ecosistema dell'innovazione Italiano è ancora troppo piccolo, troppo poco capitalizzato e deve combattere tutti i giorni sopravvivere all'interno di un 'sistema paese' fondamentalmente ostile all'imprenditorialità e all'innovazione tecnologica per investire in progetti così rischiosi come Mashape che sicuramente richiedono a tendere capitali significativi e competenze rarissime in Italia.

L'ecosistema della Silicon Valley non è semplicemente comparabile all'Italia. La Silicon Valley è un posto unico al mondo, al punto che non si trovano situazioni analoghe nemmeno in altre parti degli Stati Uniti. E non è solo questione degli oltre 15 miliardi di dollari che vengono investiti in un raggio di alcune decine di chilometri quadrati, soprattutto è un tema che riguarda la decennale stratificazione in quel luogo di competenze, star imprenditoriali, angel investor, manager competenti e aziende che nascono e muoiono e dalla loro ceneri rinascono nuove startup, un mercato captive 100 volte più grande di quello Italiano e così via. A questo ovviamente si aggiunge la facilità di fare impresa che negli USA è grandemente superiore all'Italia.

La conclusione amara di Augusto è: Lasciate l’Italia se l’amate veramente, diventate un cavallo da corsa, vincete tutto, e poi un giorno forse, potrete tornare da grandi, molto grandi e avrete il potere per cambiarla, voi.

La frustrazione di fare imprese high-tech in Italia è grande e tutte le mattine mi faccio anche io la domanda di Augusto; sarebbe molto più semplice fare il mio mestiere a San Francisco o a Shangai. Inoltre da imprenditore so che se fosse stato necessario spostarmi anche a Samarcanda per far partire Vitaminic lo avrei fatto. Ma continuo ad essere persuaso che nonostante le enormi difficoltà di fare questo mestiere in Italia sia assolutamente possibile fare startup e venture capital in Italia, anzi da un certo punto di vista sia una grande opportunità. 

Andare in Silicon Valley, come a Shangai, Boston, Londra, Tel Aviv è un'opzione ma non è necessariamente l'unica possibile. E' vero, fare una startup in Italia è dura, ma  posso assicurare che fare venture capital in Italia è ancora più dura. Ciononostante in Italia continuano a nascere società innovative e competitive, ma, come testimoniano i molti casi di successo, si può fare. Detto questo Mashape ha fatto bene a spostarsi in Silicon Valley, solo lì startup di questo tipo possono nascere, crescere e diventare veramente grandi. 

A differenza di Augusto penso però che se si vuole veramente bene all'Italia occorre farle qui le startup ed è qui che va sviluppto l'ecosistema. Se dobbiamo aspettare che i vari talenti imprenditoriali come Marietti che qui senza dubbio esistono emigrino, abbiano successo per reinvestire nel loro paese ci vorranno almeno una decina d'anni e non mi sembra che l'Italia abbia tutto questo tempo a disposizione.

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12 commenti on “Italia, investitori e startup in risposta ad Augusto Marietti”

  1. Purtroppo lo sai anche tu che se bastasse solo “sforzarsi un po’ di più” per fare nascere una startup”, non sarebbe un problema. Sono d’accordo che non sia l’unica opzione possibile, ma è sicuramente una opzione che troppe poche persone prendono in considerazione. Così invece di avere 5 imprenditori di successo in Italia e 5 imprenditori di successo all’estero, abbiamo 1 imprenditore di successo in Italia e 0 imprenditori di successo all’estero. Perché sono d’accordo su una cosa, lo continuo a ripetere anch’io da tempo: manca la cultura e se questa iniziasse a crearsi, ci sarebbe un ecosistema migliore per creare imprenditori nuovi, sia che poi fondino qui, o all’estero.
    L’Italia non ha tempo di aspettare 10 anni? Beh, si muova. Perché il problema non è di un paio di imprenditori che vanno all’estero, il problema è del sistema e come tutti i problemi sistemici la colpa è di tutti ma nessuno fa niente per cambiarlo perché dovrebbero cambiare in troppi.
    Fiducia reciproca. Supporto. Capacità di fare gruppo. Capacità di creare networking. Smetterla con critiche e lamentele ma tradurle in azioni e positività. Smetterla con “idee” per fare soldi ma costruire servizi di qualità e guadagnare con quelli. Leggi che supportino. Aziende che inizino a pagare % anticipata + % alla consegna, e non 80% dopo 3-5 mesi e forse un giorno il resto. Possibilità di aprire una società con 100€ e non con 2500, con costi minimi annuali pari a zero e non altri soldi ancora.
    Solo uno di questi punti è legislativo. Gli altri sono cose che tutti possono fare, dalle singole persone alle grosse aziende. Capire che dobbiamo costruire insieme e farlo davvero, non avere sempre il dubbio che il tizio che hai di fronte voglia fregarti.
    Ecco, sono queste cose che dobbiamo cambiare. Perché altrimenti tutta questa splendida discussione che continua a rimbalzare per la blogosfera sarà solo l’ennesima critica senza nessuna azione a seguire.

  2. Gigi Beltrame ha detto:

    Premesso che non conosco la vicenda, mi pare evidente fare una considerazione di fondo.
    Non si tratta di essere bravi o di decidere a posteriori, quanto di riuscire a fare sistema.
    Un’idea, anche buona, non è detto che venga presa in considerazione per tanti fattori, non solo in termini di investimenti e ritorni, o di fare squadra o essere imprenditori.
    Da noi il terreno non è fertile, eppure i semi ci sono. Da noi noi puoi fallire con un’idea e non ti viene data una seconda possibilità, negli USA viene premiato chi ha avuto un’altra esperienza anche se fallimentare.
    Il terreno diventa fertile solo “concimando” e attivando quelle “attività” che possano permettere le condizioni di sviluppo di start up.
    In Italia faticano aziende che nascono nei settori tradizionali, anzi, non se ne vedono, e pensiamo alle difficoltà che incontrano anche negozianti e artigiani, o ai professionisti. Il nostro non è un paese per le start up, apparentemente. Nell’hitech, poi, siamo ancora più svantaggiati perché le occasioni per investire sono così poche che è difficilissimo scegliere su chi destinare delle briciole rispetto agli americani.
    Dopo di che, per certe iniziative, il mercato di riferimento è solo quello nord americano, mettiamoci il cuore in pace.
    Credo che un’azienda come Vitaminic, tanto cara al tenutario, se si fosse sviluppata in quel mercato avrebbe avuto una sorte differente: avanti anni luce dagli altri, lontana anni luce dai centri vitali.
    Dico questo con il massimo rispetto per Mashape e per Vitaminic, delle persone e degli investitori.
    Se hai molto da investire, puoi scegliere più semi, ma anche avere più pazienza (oltre a risorse per supportare un investimento).
    Mashape è una buona idea e quante ne avrà viste Gianluca? Il tema del modello di business fa la differenza. Mi piacerebbe sapere se qualcosa, nel trasferimento oltreoceano, è cambiato.

  3. Massimo Sgrelli ha detto:

    Gianluca,
    sono orgoglioso del clamore che Augusto, Marco e Michele sono riusciti a creare con la loro lettera aperta alle start-up ed agli investitori italiani. Concordo anche con gran parte di quanto dici tu e continuo a pensare che fare start-up innovative in Italia sia possibile e anzi sia un’opportunità vera e propria. Pochi, anzi pochissimi, ci provano veramente sul fronte Internet.
    Sono però assolutamente convinto che in Italia possiamo fare alcune cose bene, possiamo far crescere e fiorire certe competenze, mentre altre è meglio rischiarle in Silicon Valley. L’italia è perfetta per gestire R&D dell’azienda, come sta facendo Capobianco con Funambol, perché siamo bravi, costiamo poco e siamo enormemente più flessibili degli statunitensi. Tutte queste cose messe assieme determinano tra l’altro un burn rate basso. Quindi “fondare” l’azienda nel nostro paese è perfetto, ma dopo 6 mesi (massimo) di lavoro sulla strategia e soprattutto sul prodotto è fondamentale “depositare” il CEO (almeno lui) in Silicon Valley, dove potrà provare realmente a giocarsi le carte migliori. Nonostante tutti i problemi che qs comporta (visti in primis), solamente in quell’ecosistema l’azienda potrà disporre della “velocità” adeguata. Tu lo sai meglio di me, le start-up hanno sempre un problema di soldi – e quindi di tempi di reazione stretti – ma ogni start-up che si rispetti deve passare ameno per 2-3 cicli di review delle proprie idee iniziali e delle proprie mire di business.
    Quindi start-up italiane, finanziate da angel e VC italiani, ma anche con capitali americani.
    Dimenticavo, non è vero che Mashape è in Silicon Valley grazie solamente agli investitori di YouTube. Anche l’Italia si è mossa ed ha creduto nel loro progetto.
    Lo so per certo perché li ho finanziati io 🙂
    Quindi forza, che il sogno non è poi tanto lontano. Ci serve però gente che abbia voglia di rischiare e che quindi sia anche disposta a perdere.
    Ciao
    Massimo

  4. Augusto Marietti ha detto:

    Hello Gianluca,
    giusto; fare il VC in italia e’ piu difficile che fare l’imprenditore in Italia, lottate contro il sistema, siete troppo pochi e con troppo poco potere per cambiare le cose a breve.
    Non e’ importante dove tu vada, l’importante e’ che riesci a creare valore il piu in fretta possibile per poi poterlo ridistribuire il prima possibile. Nel mio caso personale credo che SF sia la via piu veloce per creare valore, per altri potrebbe essere Parigi e per altri ancora Firenze. Come in tutte le cose dipende da quello che fai…
    Tu sei stato forse l’investitore che in Italia ha creduto piu di tutti in noi (dopo Massimo Sgrelli che ha fatto un follow-up sul round americano) e per molto tempo. Purtroppo per il via libera decide la maggioranza, e quella maggioranza non e’ arrivata per 3/4 volte in a row; e so che hai insistito tanto, come io ho insistito tanto a credere che ce l’avrei potuta fare anche in Italia.
    Tuttavia non e’ ancora stato dimostrato che sono un imprenditore di talento, per il momento sono un aspirante che ci sta provando ed e’ riuscito a mettere il primo mattoncino, ma non sono ancora riuscito ad andare oltre. Io, Marco e Michele crediamo fortemente in quello che facciamo ed e’ per questo che sopportiamo stress e situazioni folli, e’ la passion che ci comanda, “It’s not about money, it’s about winning” avevo scritto sul muro del garage, quando stavamo ancora a Milano. Credo che anche per te sia la passion che ti manda avanti contro tutto e tutti, giorno dopo giorno.
    Noi siamo 3 semplici ragazzi con molta passion, che hanno iniziato a scavalcare il loro primo recinto, ma ne hanno ancora tanti, ed ognuno di quelli sara’ sempre piu alto; nella vita posso perdere tutto, ma se perdo l’energy, be… e’ l’unica cosa che ho da dare veramente, e’ la verve che ci spinge alle 3.25AM a stare in ufficio per prepararci bene al prossimo salto. E’ l’anima delle persone che muove l’umanita’.
    Cheers,
    Augusto
    Business Sniper @ Mashape
    Correzzione: I nostri investitori non sono stati i fondatori di YouTube (magari!), Hurley non fa investimenti e Chen molto raramente. I nostri investitori US sono early employees di Paypal e YouTube: Kevin ex VP of Contents; Dwipal ex VP of YouTube Mobile; Dave 1th YouTube lawyer + Max Sgrelli.

  5. dgiluz ha detto:

    Augusto, grazie per i tuoi commenti.
    Non so se Mashape andrà bene, ma sono sicuro che gente come voi prima o poi farà nella vita una startup di successo. E se Mashape non andrà bene, avrete imparato talmente tanto per allora che la prossima ha una probabilità molto superiore di funzionare.
    Concordo con Davide, oltre che piccolo l’ecosistema ha ancora poca capacità di ‘fare sistema’ (scusa l’impiccio). @gigi per come ho potuto vedere l’evoluzione di Mashape, il progetto è cambiato molto ed è qui che sta il valore aggiunto della Silicon Valley oltre ai soldi. In Italia ci sono miliardi di euro per finanziare l’innovazione ma non c’è una Silicon Valley. Evidentemente non è solo questione di soldi.

  6. Gigi Beltrame ha detto:

    Gianluca, concordo sul fatto che non sia solo una questione economica, ma di ecosistema. Qui è da creare (anche se molto è stato fatto)

  7. Arcitaliano ha detto:

    Quante parole per questa vicenda!
    Sicuramente bisogna fare i migliori auguri ad Augusto e gli altri che hanno dato vita ad un progetto, che per ora progetto rimane. Non mi pare si sia ancora trasformato in grande prodotto, innovazione, risultato imprenditoriale.
    Per ora vedo questo, oltre ad un po’ di “montatura” e ad un italiano che si imbarazza nell’innesto di termini inglesi decontestualizzati.
    In Italia, con un progetto davvero valido, si può fare tutto quello che si può fare all’estero, anche in Silicon Valley.
    Il valore aggiunto della Silicon Valley non sono i soldi che si trovano, ma tutto il sistema stratificatosi negli anni, come è stato giustamente detto. E non intendo nel senso virtuoso della definizione, almeno secondo il mio giudizio.
    La verità è che lì ci sono grandi aziende che finanziano decine di progetti con soldi a pioggia. Uno su cento è valido e avrà vita propria. Gli altri 99 finiranno nel nulla.
    In Italia sarebbero perdite nette per i finanziatori.
    In Silicon Valley, invece, i finanziatori riusciranno a rifilare buona parte di questi progetti fallimentari a qualche grossa azienda che gode di eccessi di liquidità, da loro precedentemente finanziata (magari già quotata in borsa). Gli “angeli” rientrano dell’investimento, il pubblico paga.
    Onore a chi fa impresa in Italia.

  8. Alessandro Valli ha detto:

    Salve Gianluca.
    Hai scritto: “in Silicon Valley, solo lì startup di questo tipo possono nascere, crescere e diventare veramente grandi”.
    Vorrei che tu dettagliassi più precisamente cosa intendi con “questo tipo”, mi interessa molto il tuo parere su questo punto specifico.
    Grazie.

  9. dgiluz ha detto:

    Alessandro, intendo dire che il distretto industriale dove si possono sviluppare progetti di frontiera tecnologica come Mashape è la Silicon Valley. Li ci sono non solo gli angel e gli investitori in grado di comprendere e apprezzare rischi e upside di una startup di questo tipo. Ma soprattutto lì ci sono i partner distributivi e tecnologici e le persone con le competenze ed esperienze necessarie.

  10. francesco ha detto:

    Gianluca,
    ma non ti sembra in contraddizione con tutto quello che vai a dire in giro per l’Italia con workingcapital ?
    Voglio dire, se è vero quello che dici ma allora cosa ci vieni a raccontare in giro per l’Italia ?
    f.

  11. dgiluz ha detto:

    Francesco, cosa secondo te è in contraddizione?

  12. Paolo Privitera ha detto:

    Ragazzi, scusate tutti, non c’e’ niente da fare … non entro nemmeno in merito a dettagli e sfumature, ormai si e’ sentito e detto tutto e il contrario di tutto.
    La base secondo me e’ una: si vuole fare cosa? “competere” con Silicon Valley? provare a trasformare Italia in SV? o dire che si puo’ ottenere e fare quello che c’e’ in SV in Italia?
    Italia non sara’ mai la Silicon Valley, l’Italia ha la sua cultura e il suo governo, e le cose rimarranno cosi’ per sempre, e’ il DNA che ci contraddistingue. Collegandomi e condividendo quanto ha anche detto Massimo Sgrelli: l’Italia produce persone con intelligenza e capacita’ superiore alla media mondiale, lo dimostriamo da centinaia di anni … viviamo in un mondo globale, usiamolo! abbiamo un’idea, benissimo, sviluppiamola, strutturiamone il progetto, apriamoci il cervello in Silicon Valley, andiamo li’ (qui nel mio caso) a capire come funziona veramente il mondo, scambiamoci idee con i veri player mondiali e altri 10000 geni che comunque si ritrovano tutti qua provenendo da tutto il mondo da decine di anni (e 10000 cervelli internazionali non si sposteranno mai in Italia), costruiamo una “scatola” chiamata startup, riempiamola di gente mista (che puo’ tranquillamente vivere anche in Italia -sicuramente la parte di R&D-), e colleghiamo i successi ottenuti portandoli in Italia e facendo emergere che tutti questi bei progetti sono Italiani, teniamo alto il nome.
    E poi, che significa essere “in Italia” o provare a fare questo in Italia? secondo me poco o nulla, siamo gia’ ‘contaminati’ da centinaia di variabili ‘logistiche’ internazionali (chi oggi non si sposta per andare a fare meeting o partnership a Londra, Parigi, New York, San Francisco, Shanghai?) e viviamo in un mondo totalmente connesso, che comunque essere di la’ o di qua cambia ben poco … uno puo’ tranquillamente venire in SV per dei mesi o per un po’ di anni per lanciare il proprio prodotto nel migliore dei modi, ma rimanere in contatto costante con l’Italia, volare e tornare 5-6 volte l’anno, facendo comunque network, portando innovazione, rimanendo Italiano e attivando scambi reali tra i due paesi.
    Io credo che il modello “misto” sia il migliore, credo che chiunque Italiano con un’idea debba passare un bel periodo all’estero per avvicinarsi a culture e modus operandi diversi e innovativi, cosi’ come credo che Silicon Valley ad esempio abbia anche (!) bisogno di Italiani con progetti innovativi.
    Io mi sto impegnando a portare un po’ di Italia in California, e un po’ di California in Italia, e mi sembra che lo scambio sia molto proficuo e inizia ad essere tangibile (almeno nei progetti che sto seguendo io).
    Non e’ comunque un discorso solo di impossibilita’ di trovare fondi in Italia, anzi quello e’ il meno sinceramente; se anche le startup fossero tutte e al 100% funded in Italia, la cosa che non potremmo mai avere comunque e’ lo scambio e il contatto con l’alta densita’ di cervelli e idee internazionali che fanno di questa terra attorno alla baia, la Silicon Valley.
    OK magari riusciremo ad arrivare veramente ad un funding totalmente Italiano, un team di ingegneri Italiani, prodotto Italiano … e poi? cosi come si esporta la moda all’estero e si necessita di sedi estere, altrettanto per la tecnologia, se si vuole portare il prodotto a livello globale, una presenza all’estero e’ indispensabile, e quindi spostarsi per capire come funziona il mercato straniero … non mi sembra un peccato.
    Il network e’ la chiave di qualsiasi processo comunicativo o commerciale, e qui si parla di technology transfer e network internazionale concreto … e ricordiamoci che Silicon Valley non sarebbe la “mecca” che e’ diventata, senza l’apporto anche di tutti gli Italiani che hanno fatto di questo pezzo di terra la loro seconda casa.
    Chi vuole fare faccia, e chi vuole rimanere solo a parlare rimanga pure nelle proprie convinzioni … alla fine parlano i fatti.
    Un caro saluto e avanti tutta, che il mondo non ci aspetta!


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