Il digital divide generazionale dell’Italia

Esiste una autentica
questione giovani in Italia che non ha riscontri nel resto del mondo
occidentale. Quella dei nativi digitali è una fascia crescente di cittadini che
ha sviluppato la propria socialità nel mondo di Internet: sono nati con un
computer e un telefonino in mano ed hanno un’età compresa tra gli 0 e i 25
anni. Si affacciano alla nostra società in un mondo inevitabilmente trasformato
e che nei prossimi anni sarà sempre più digitale, interattivo, globale,
competitivo e complesso. E oggi non hanno interlocutori nella casta dirigente.

Su un pianeta in cui Asia,
America Latina e Africa detengono le risorse globali ed ora anche le tecnologie,
noi occidentali ci interroghiamo sul nostro modello. I consumi esplodono,
eppure il nostro concetto di sviluppo è ancora incentrato sullo sfruttamento
intensivo delle risorse. Nei prossimi cinquant’anni queste generazioni interconnesse
si troveranno faccia a faccia nella competizione globale e in lotta per
accedere a risorse sempre più scarse.

Le
reti digitali raggiungono oggi 3 miliardi di persone a livello globale e stanno
avendo la massima crescita nei mercati emergenti. La Cina è oggi il primo
mercato Internet al mondo. E’ un fenomeno globale a cui l’Italia non può
sottrarsi e con il quale dovrà prima o dopo seriamente riflettere e
confrontarsi.

In questo contesto la società
Italiana sembra irrigidirsi , avvitandosi in un perverso meccanismo di entropia
del sistema. E’ una questione che verte – a mio modo di vedere –  attorno ad alcuni temi dominanti della
società Italiana:

1)  
Demografia, gerontocrazia
e meritocrazia;

2)  
Incomunicabilità
generazionale;

3)  
Accesso a risorse
e status

Tre temi che agiscono in
connessione tra loro e sembrano indirizzare la società Italiana verso quello
che definirei un ‘paradosso generazionale’. Un sistema in cui la gestione
attuale del potere, sta negando il proprio futuro ponendo ostacoli e
limitazioni ai propri figli, nipoti e alle loro future generazioni.

E facendolo inevitabilmente fa
arretrare la società e quindi se stessa.

 

Demografia, gerontocrazia e meritocrazia

 

La
gerontocrazia del sistema in Italia si sposa con l’assenza di meritocrazia.

L’immagine
‘a fungo’ che ben descrive la demografia nella società Italiana, evidenzia un
preoccupante e crescente invecchiamento della popolazione, solo parzialmente
compensato dall’afflusso di immigrati. Questo fenomeno accompagnato della
gerontocrazia che permea il nostro sistema, fa si che le leve del potere siano
in larga parte inaccessibili alla generazione digitale. Inoltre il nostro è un
paese che funziona solo in virtù di legami relazionali inossidabili che troppo
spesso prescindono dalle competenze. In una tendenza mondiale a costruire una società
della conoscenza, l’Italia si ostina in un modello di società delle “conoscenze”.

Ma
la gerontocrazia non è esclusivamente un fatto anagrafico, bensì è in realtà un
atteggiamento culturale retrogrado e provinciale, imperniato sul conservare il
passato mostrando chiusura e denigrazione verso il nuovo e i suoi linguaggi. Qualcosa
che si può riscontrare a tutti livelli: negli Stati Uniti  street-culture e hip-hop sono riconosciuti,
valorizzati e sostenuti dal governo, in Italia l’artista BROS, ‘graffitaro di
Milano’, è una faccenda di ordine pubblico.

Le
nuove generazioni sono oggi quindi parcheggiate ai margini dalla società senza
nessun ascolto, nessun investimento in fiducia e in denaro, condannati ad una
assenza di spazio di espressione a tutti i livelli. Arrivano all’Università e
vivono una preoccupante esclusione, preambolo di quello che li aspetta nel
mondo del lavoro e delle imprese.

 

Incomunicabilità generazionale

 

Tra
le nuove generazioni e la classe al potere, c’è una frattura anzitutto di tipo
linguistico e di conoscenza del mondo digitale. La politica e i media analogici
si occupano di Internet solo con un intento negativo, repressivo e poco
informato. Basti pensare a come sono trattati i temi della censura, sicurezza
informatica, privacy e proprietà intellettuale e a come questi vengono gestiti
dalle classi dirigenti oggi in Italia.

Ma
non basta diverso atteggiamento rispetto al fenomeno della digitalizzazione
della nostra società dell’informazione.  A questa consapevolezza laddove anche vi fosse, serve accompagnare
una svolta linguistica e semantica ed occorre una prassi di democratizzazione
effettiva nella produzione e circolazione dell’informazione e della ricchezza.

I
segni del divide generazionale sono tutti nelle immagini del “No-B-Day”, dove,
al di là del contenuto politico, emerge una generazione Facebook che ha usato
il media sociale in modo del tutto nuovo per incontrarsi, discutere, comunicare
e partecipare. In questo contesto, la comunicazione tradizionale non riesce più
a coinvolgere la nuove generazioni, estranee a logiche da vecchio potere
mediatico unidirezionale.

Facebook
con i suoi 300 milioni di utenti e 12 milioni di Italiani connessi, non è solo
il sito fondato 4 anni fa da un ragazzino poco più che ventenne. E’ un’azienda media
che punta a raggiungere 1 miliardo di utenti, genera sviluppo e competenze alte.
E nel farlo sta diventando un fenomeno culturale e una piattaforma che catalizza
le relazioni sociali, aprendo la strada ad una nuova etica.

Internet
è sempre più una estensione avatarizzata dell’uomo e delle sue potenzialità
relazionali: una biosfera elettronica, in cui la comunicazione tra ‘peers’ e
‘like minded’ è destinata a viaggiare in modo sempre più rapido, potente e
pervasivo. Informazione che digitalmente viaggia nel tempo e nello spazio. Memoria
collettiva e coscienza globale del pianeta, con capacità enormi di elaborazione
dell’informazione. Internet è il primo media in cui a scrivere oggi sono 3
miliardi di esseri umani tutti i giorni.

Anche
per questo i sistemi costituzionali dei paesi più evoluti e attenti, sentono la
necessità di riaffermare il diritto di accesso alle rete come uno dei diritti
fondamentali dell’uomo. Se esiste una relazione decisiva tra il desiderio di
emancipazione dei giovani e il diritto alla conoscenza, allora diventa
fondamentale garantire pieno e libero accesso alla rete, consentire che il
dibattito avvenga e permeare di questa forza positiva e trasformativa la nostra
società nei suoi vari aspetti.

 

Accesso a risorse e status

 

Quest’Italia
che tende a negare il proprio futuro, si tramuta quasi automaticamente nella
disincentivazione delle nuove generazioni imprenditoriali e nella cosiddetta
‘fuga dei cervelli’.

Mentre
Time dedica copertine agli inventori e ai talenti emergenti delle dot.com e
società tecnologiche, in Italia c’è una sorta di congiura del silenzio attorno
ai giovani imprenditori di nuova generazione.  

Siamo
una società che non pratica l’assuzione del rischio, nè offre uno spiraglio e
un modello a chi lo vuole fare. Un contesto che teme il nuovo più di ogni cosa:
tra la conservazione della mediocrità e l’alternativa del cambiamento così
facendo ci consegna docilmente alla certezza della stagnazione.

Ho
la fortuna e privilegio di partecipare ad un master internazionale in venture
capital che si tiene a Stanford, il Kauffman Fellow Program. In 14 anni sono il
primo venture capital residente in Italia che partecipa. I miei compagni di
corso sono venture capitalist americani e sul fronte internazionale fondatori
di nuovi fondi di venture capital: colleghi provenienti da Messico, Colombia,
Vietnam, Brasile e Palestina. Segno tangibile, se ancora ve ne fosse bisogno,
del ritardo culturale della nostra nazione sul fronte dell’innovazione.

Eppure
siamo parte di un’Europa in cui solo in Francia si investe nel venture capital
early stage (quello che investe solo in aziende di nuova costituzione), oltre
un miliardo di euro l’anno: dieci volte quanto in Italia. Analogamente siamo un
decennio indietro rispetto anche a Germania, Inghilterra e Scandinavia. Senza
considerare Israele, Stati Uniti, Cina, India e i paese di nuovo sviluppo a cui
noi in questo campo siamo paragonabili.

Incubare
nuovi business innovativi ad alta crescita, sembra essere estraneo al nostro
paradigma culturale e al tessuto economico prevalente. L’Italia è permeata da un
importante tessuto di aziende di famiglia, in cui il ricambio generazionale però
non assicura la selezione meritocratica. Nel mondo sono gli stessi fondi
pensione oltre alle banche ad investire parte dei propri asset in venture
capital. E lo fanno non solo perché finanziariamente sensato, ma anche perché enti
istituzionalmente interessati a ritorni su un orizzonte temporale generazionale.
Ma anche perché investire sulle future generazioni è l’unico modo di assicurare
una vera pensione a quelle attuali.

In
Italia questi attori istituzionali sono assenti.

Ciononostante
se oggi si cerca di fare venture capital in Palestina, altrettanto lo si
potrebbe fare anche in Italia e si potrebbe farlo molto bene. Tuttavia non è sufficiente
mettere a disposizione poche risorse finanziarie, che peraltro oggi non esistono:
occorre un preciso intento strategico condiviso e un processo di esecuzione
ineccepibili per creare un autentico ecosistema dell’innovazione funzionate.

Serve
dedicare maggiore attenzione all’economia dell’immateriale. Nella net-economy i
giovani possono rendersi protagonisti di un sogno di trasformazione verso una
vera democratizzazione del mercato. La bellezza di Internet è che non ha barriere
di ingresso significative ed apre opportunità globali a chi vuole davvero
cimentarsi nell’impresa, da dovunque si trovi, anche dall’Italia. Ed è in
competizione con tutto il resto del mondo.

Un
esempio emblematico di politica economica, riguarda l’annuncio recente del
Fondo Nazionale per l’innovazione, una sorta di super SGR finalizzata ad
investire in imprese italiane ‘innovative’, laddove la semantica di questo
termine è tutta da specificare.

La
misura esclude infatti per ora start-up tecnologiche e venture capital, in
quanto parla di aziende target tra i 15 e i 150 milioni di euro di ricavi.
Anche qui, quando si pensa ad ‘innovazione’ se ne parla esclusivamente nel
contesto di difesa dell’esistente e salvataggio di realtà produttive in crisi,
anziché di supporto all’imprenditorialità e al venture capital.

Dopo
aver riempito di retorica gli annunci di una apertura verso una moderna
politica industriale si ricade nell’eterna chiusura verso il nuovo. Il private
equity viene anteposto agli investimenti in nuove imprese che fanno realmente
innovazione.

Ma
anche qui il segnale è univoco e preciso: l’Italia non è un paese per giovani
con voglia di intraprendere veramente. 

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One Comment on “Il digital divide generazionale dell’Italia”

  1. Andy Cavallini ha detto:

    Ciao, ho letto questo tuo pezzo ieri su Nova (Sole24Ore).
    Innanzitutto sono favorevolmente colpito dal fatto che un articolo così “pragmatico” venga pubblicato; questo la dice lunga sulla elevata qualità dell’inserto e sull’onestà intellettuale/coraggio di chi ne è responsabile (se non erro Luca De Biase, che ho ascoltato ed apprezzato ad una conferenza a Milano).
    Detto questo, la voglia di tanti giovani di fare impresa (tecnologica, Internet, ecc.) è tanta – e questo è innegabile.
    Siamo anche d’accordo sul fatto che riuscirci oggi in Italia è veramente difficile.
    Un po’ è colpa della recessione, un po’ deriva dalla mentalità “conservativa” di chi nella nostra società ha parecchie leve in mano.
    Probabilmente dovremmo spingere sul concetto di meritocrazia come arma per sconfiggere raccomandazioni, favori, “io-aiuto-te-se-tu-aiuti-me”, ecc.
    Diciamo basta al “chi-conosci” e viva il “chi-sei-e-cosa-fai”.
    Saluti,
    Andy Cavallini


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