PNI, ecco i finalisti. Buone notizie dal Premio Nazionale dell’Innovazione, ma c’è da fare molto di più

Live blogging dal Premio Nazionale dell’Innovazione. Sono
nella giuria che si occupa di effettuare la selezione e la valutazione del
‘dealflow’ universitario Italiano. I vincitori li posterò da Facebook durante la premiazione.

I dieci finalisti sono:

– Adant. (Lombardia) Antenne wireless avanzate e riconfigurabili;

– Bioecopest. (Sardegna) Biopesticidi green;

– BioKavitus. (Veneto) Ingegneria avanzata per la produzione);

– Cellufloc. (Piemonte) Materiale isolante prodotto da scarti delle
cartiere.

– Echolight. (Puglia/Emilia) Digital imaging per l’osteoporosi;

– Film4sun. (CNR) Nanomateriali per il fotovoltaico;

– Osteoinvent. (Puglia) Prodotti per la rigenerazione ossea;

– PMbiomedical. (Piemonte) Diagnostica per gastro

– Nanoactive Film. (Campania) Nanomateriali per food packaging;

– Notredame. (Calabria) Smart materials per il risparmio energetico.

Ho partecipato ad alcune Startcup regionali, gli eventi da
cui sono emersi i finalisti di oggi e la sensazione che il PNI stia crescendo
si conferma decisamente alle finali a cui sto partecipando. 

L’evento migliora di anno in anno soprattutto
in termini di qualità delle startup selezionate. Alcune di queste peraltro
hanno già vinto altri riconoscimenti in contesti come Techgarage  e Mind The Bridge.

Si sono presentate una sessantina di startup frutto degli
investimenti pubblici fatti nel campo del technology transfer, degli spin-off
universitari e dei circa 40 incubatori pubblici del nostro paese. Il Premio
Nazionale dell’Innovazione punta a premiare le migliori startup e presentarle
ad investitori professionali. La giuria infatti è composta da investitori
industriali, venture capitalist ed angel investors.

Rispetto allo scorso anno il livello qualitativo a mio
giudizio si è alzato non solo rispetto ai finalisti ma anche nell’ambito degli
altri cinquanta progetti vincitori delle Startcup. Vorrei menzionare alcune
delle iniziative che ho avuto modo di incontrare e che mi hanno incuriosito. Ralos
(smart materials nel solare), Garda Solar (una specie di pedalò alimentato a
celle solari), SensorUp! (biosensori), Prensilia (meccatronica avanzata),
Spreaker (web radio 2.0), Q.FAB (produzione di nano cristalli), Micro4U
(antiparassitario per le api), Nana (pentole di rame nanotecnologiche), Prodaifruit (processi agrofood), Thermosystems (imaging applicati alle neuroscienze).

Insomma sta succedendo qualcosa di buono nelle Università
Italiane da questo punto di vista.

Ma non è tutto oro quello che luccica.

Ci sono sicuramente dei suggerimenti pratici che mi sentirei
di fare per migliorare la prossima edizione e che esporrò agli organizzatori
del PNI.  

Ma se dovessi sintetizzare a pelle i problemi di
‘sistema’ principali che vedo da questo osservatorio, ci sono alcune aree su cui occorre sicuramente lavorare:

  1.            clamorosa assenza della multidisciplinarità. Con il
    risultato che se ci fossero nei team imprenditoriali studenti con competenze
    aziendalistiche si potrebbe fare un salto qualitativo significativo (solo per fare un esempio evidente);
  2.      clamorosa assenza delle tecnologie ICT e di
    Internet. Materie trattate male o niente nel caso Internet dalle Università… e
    si vede;
  3.       scarsa conoscenza overall del sistema di come
    presentare correttamente i propri progetti a degli investitori professionali;

Il tema principale vero però secondo me è un altro: questo miglioramento è sufficiente? 

La domanda rileva particolarmente alla luce del fatto che lo Stato e
le Regioni sono il primo investitore sull’innovazione in Italia, come peraltro nel resto del mondo. Università e incubatori sono oggi il principale tramite di queste risorse.

Solo nei fondi POR nel periodo in corso queste risorse ammontano
a circa 6,5 miliardi di euro. Difficile calcolare quanto di questo sia rivolto
verso la creazione di imprese innovative ma ci sono solo due casi: 

1) solo una piccola parte di questi soldi sono
realmente orientati alla creazione di imprese innovative  e allora avrebbe molto senso
incrementare le risorse in questa direzione. Considerazione ovvia vista la condizione in cui l’Italia
si trova oggi nel contesto competitivo internazionale;

2) una parte significativa di questi soldi viene investito
in questa direzione e non stanno producendo risultati adeguati alle risorse investite. Questo ancor di più considerando che il settore del venture capital
early stage vale circa un decimo dei fondi pubblici dedicati all’innovazione.

Difficile dire quale delle due o un suo mix sia la vera
risposta, anche perché intorno alla semantica dell’innovazione si celano cose
molto diverse tra loro come la ricerca, il trasferimento di tecnologia, gli spin-off
universitari, gli incubatori, il venture capital early stage, ‘incentivi’ alle
PMI, fondi sulla formazione.

Sicuramente però si può e si deve fare molto di più: poche startup tra le sessanta finaliste possono ambire a competere con analoghe situazioni provenienti dall'estero.

Per chi c’era e chi è
in ascolto commenti e suggerimenti sul PNI sono bene accetti.  

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4 commenti on “PNI, ecco i finalisti. Buone notizie dal Premio Nazionale dell’Innovazione, ma c’è da fare molto di più”

  1. P. Armienti ha detto:

    C’ero. Ho partecipato proprio con un progetto che sfrutta i giacimenti di informazione reperibili sul web e che rende diponibili a costi competitivi strumenti di rilevamento per la salvaguardia ambientale e la tutela del territorio. Ho visto bei progetti di impresa e idee originali. Non so come fosse organizzata la manifestazione negli anni passati , ma rilevo la clamorsa mancanza sia imprenditori o rappresentanti di imprese che di politici e amministratori pubblici , anche i contatti della giuria con gli espositori sono stati praticamente nulli.
    Se la maifestazione voleva essere una vetrina dell innovazione in Italia, mi è parso che avesse le luci spente e le saracinesce abbassate…

  2. dgiluz ha detto:

    si, oltre tutto, era che era pieno di giornalisti e TV a Perugia, ma per seguire la cronaca del processo. Il PNI da questo punto di vista sembrava invisibile.

  3. Paolo ha detto:

    Ho partecipato anch’io in veste di accompagnatore, non per la prima volta, e condivido in pieno la delusione per un evento che avrebbe dovuto richiamare molta attenzione e invece è stato snobbato,come gli altri anni, e lasciato all’attenzione dei soli “addetti ai lavori”. La concomitanza del processo di Perugia ha reso smaccatamente evidente che cosa in questo Paese interessa e che cosa no, alcune delle 59 idee di impresa presentate potrebbero offrire un’importante opportunità per la crescita del nostro paese, ma il silenzio che le circonda non promette nulla di buono e forse ha ragione chi, per riuscire ad emergere in base ai meriti, invita a lasciare l’Italia.
    Entrando nel merito della competizione, pur notando dei miglioramenti, mi pare che inizi ad emergere una componente di presentazione troppo artefatta, finalizzata esclusivamente a cercare di convincere i giudici delle potenzialità del progetto con numeri “googliani” ma che, a sensazione dal momento che non ho visto i vari BP, sono poco supportati. La prova mi sembra data proprio dal comportamente e dalla scelta dei giudici che si sono soffermati e hanno selezionato solo idee che prevedevano di arrivare in 5 anni ad almeno 20 milioni di euro di fatturato (oltre a presentare un team con competenze complementari e un forte fabbisogno di capitali di rischio). Ho seguito i 10 “elevator pitch” e in alcuni casi mi sono sembrati veramente un pò costruiti a tavolino pur di risultare appetibili. Con questo non voglio criticare i giudici, anzi la scelta e la graduatoria mi pare perfettamente condivisibile, non vorrei solo che la tendenza fosse sempre più quella di gonfiare pur di apparire.

  4. dgiluz ha detto:

    Devi considerare che però i giudici sono investitori professionali. Progetti che già in partenza prevedono di fare 1 milione di euro di ricavi se va bene, non sono interessanti per nessun investitore.
    Nella logica degli spin-off universitari ci potrebbe stare benissimo, ma ad investire dovrebbe essere il pubblico secondo me in questo caso, cifre limitate vista le dimensioni modeste dei business ‘di nicchia’ proposti, alcuni molto legittimi peraltro. Ad esempio ho visto un bel progetto relativo alle api. Troppo piccolo per un investitore, ma meritevole probabilmente di supporto finanziario pubblico.
    Ad essere completamente sinceri, pochissime delle startup del PNI erano finanziabili da un investitore professionale. Pur essendoci stato un miglioramento, occorre andare avanti perchè così non basta.


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