Le ragioni del no

vanity post, ma a dire il vero cose di cui sono molto convinto

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7 commenti on “Le ragioni del no”

  1. Paolo ha detto:

    Assolutamente condivisibile e molto chiaro. Mi interessava soprattutto il primo aspetto. Quando dici “progetti pensati in piccolo” intendi dire concepiti solo per il mercato italiano o ti riferisci piuttosto alla mancanza di aggressività nel delineare lo scenario di crescita (ti chiedo pochi soldi, ma per fare piccoli fatturati e utili insignificanti)?

  2. Giovanni ha detto:

    Avevo lasciato un commento più lungo (troppo!), forse non è stato postato correttamente.
    Il tuo discorso è molto interessante, ma non condivido troppo l’attenzione alla “documentazione”, che è legato anche al discorso “pensare in grande vs.in piccolo”. Secondo me sulla rete vige un modello di sviluppo iterativo e incrementale, piccole idee da lanciare subito sul mercato con piccoli investimenti.Concentrandosi piu’ sul prodotto che sui business plan (Facebook all’anno 0 avrebbe saputo anche solo immaginare il suo business dell’anno 5? E Twitter persino oggi che vale $2B, cosa metterebbe in un business plan?).
    Google parte con una sola idea, un algoritmo per le ricerche, grazie al quale viene staccato il primo assegno, e senza che i due neppure sapessero come monetizzarla. Il resto è venuto dopo. Se quell’algoritmo falliva, riempire carte su come i due immaginavano di fare un office online o un browser 5 anni dopo, non li avrebbe aiutati. Il bello della rete è che le idee le rilasci in fretta e le testi subito, poi se è il caso cresci.
    Sono comunque d’accordo con i “no” circostanziati, a patto che ci siano davvero, spesso non si risponde neppure.

  3. dgiluz ha detto:

    Giovanni mi spiace ma non sono per nulla d’accordo, ecco perchè: il venture capital e da questo punto di vista anche working capital non cercano piccole idee, ma grandi idee.
    Idee che possano realizzare realtà significative. Qualunque startup nasce piccola ma quelle che funzionano hanno fin da subito idee grandi, spesso enormi. Non vorrei confondessimo questo con avere delle idee semplici. Alla base di Google, Facebook e Twitter fin dal primo giorno ci sono state idee molto semplici ma nate per sviluppare dei business grandissimi.
    Vorrei sfatare anche il mito che all’inizio queste aziende non hanno un business plan, non è assolutamente vero.
    Tutte quelle aziende fin da primo giorno avevano un business plan e molto ambizioso anche, alternativamente non avrebbero attratto gli investitori che hanno convinto. Il bello di Internet è che ci si può permettere di sbagliare e modificare le cose in corso d’opera ma questo non significa nulla rispetto al fatto di avere fin da subito un’idea precisa e ambiziosa da perseguire.
    Hai un’idea del business plan burocratica, ma le cose non stanno così. Ho visto startup presentare i propri piani nei modi più diversi e talvolta creativi ma l’importante è che il messaggio ‘buchi lo schermo’ in modo diretto, conciso, efficace e soprattutto convincente. E che sia un’ottima idea ovviamente.
    Mi spiace se ci sono ritardi nelle risposte e confesso che oggettivamente siamo stati presi in contropiede anche noi dal successo di Working Capital. Tuttavia quello che rilevo è che:
    – 1 progetto su 4 ha una presentazione assolutamente incomprensibile o sconclusionata. Considera che queste slide le leggono persone che si occupano professionalmente di questo settore da molti anni, e considera che ne riceviamo centinaia.
    – 2 progetti su 4 hanno dei piani che nelle migliori aspettativi degli stessi proponenti produrranno risultati modesti.
    Quasi tutti i progetti che ci vengono presentati iniziano spiegando che la tal opportunità è enorme, il mercato è o sarà grandissimo e il team proponente ha il graal per cogliere questa opportunità. Si arriva poi ai piani di roll-out e ai numeri e dopo quattro anni di lavoro la startup prevede di fare diciamo ad esempio, 1 milione di euro di ricavi.
    I casi sono due: se il mercato è enorme e pensi di poter fare 1 milione di euro di ricavi allora stiamo puntando sul cavallo sbagliato. Se invece il milione è legato al fatto che il mercato di riferimento è piccolo tipicamente non siamo interessati fin da subito.

  4. Giovanni ha detto:

    Grazie della risposta Gianluca. Capisco il tuo punto di vista, che corroborato dagli esempi concreti che citi mi trova d’accordo. Peraltro non mi riferivo al Working Capital di Telecom (cui cmq non ho partecipato) – faccio un discorso generale, lungi da me dare giudizi su realtà e persone che non conosco.
    Non confondiamo la presentazione o il pitch con un business plan. Sono d’accordissimo che come minimo uno deve saper mettere insieme 12 slide. Ma ripeto che il dettagliato e lungimirante biz plan di Twitter lo vorrei vedere! E anche quello di Google al momento del primissimo finanziamento. Andiamo a vederci la cronaca di come Brin e Page ottennero il primo assegno. Naturalmente qualcosa ci deve essere, se non c’e’ un biz plan almeno un prototipo, se non c’e’ un prototipo almeno una vision, e se uno non sa manco comunicare la propria vision…
    D’accordissimo poi su tutto quello che dici in cima al tuo commento: ma per me è scontato che un’idea sulla rete non debba avere potenzialmente dei confini. Proprio per questo risulta difficile a volte mettere dei numeri previsionali di fianco a un’idea. Quanto vale? Un milione o un miliardo? Se gli utenti non l’adottano potrà essere la miglior idea con la migliore documentazione ma varrà zero. La semplice ma grande idea geniale deve comunque partire in piccolo con un approccio iterativo, non deve comprettersi secondo me con business plan dettagliati (semplifico). Non mi pare, ripeto, che i casi di successo della rete funzionino così, in cima a Google e Facebook non c’erano giovani bravi coi numeri e “documentazioni dettagliate”, ma sperimentazioni prototipali. Prima che in Google arrivasse quello bravo coi numeri erano già quasi pronti per la borsa e ce n’e’ voluto perchè accettassero di prenderlo a bordo. E la differenza tra la Valley e l’Italia è che qui non si trovano proprio quel tipo di angeli che ti mettono in mano un assegno di fronte a un prototipo o a una vision: trovi invece seri professionisti che considerano una barriera la mancanza di documentazione (scusa se banalizzo e ironizzo un po’!). Poi alla fine vorrei vedere nei nostri cassetti quanti progetti ben documentati riescono davvero.

  5. emilio ha detto:

    Anche io ho dei dubbi su alcuni dei punti messi in luce da Giovanni.
    Una cosa che non mi è molto chiara rispetto al vostro lavoro sia all’interno di working capital che in dpixel è lo stadio che dev’essere raggiunto nello sviluppo dell’idea imprenditoriale perchè voi possiate valutare l’investimento. Mi spiego meglio, probabilmente dipende da me ma talvolta mi sembra che facciate riferimento a progetti in fase relativamente avanzata, già costituitisi come aziende con team completi per ogni settore di competenza ed in grado di fornire previsioni dei ricavi attesi relativamente affidabili, altre volte invece mi sembra che si parli di idee ancora solo sulla carta (nelle quali il vostro ruolo dovrebbe essere quello di seed financer) per le quali la redazione di un roll-out plan quadriennale è fuori portata non solo per chi “non riesce a mettere due numeri in fila” ma direi per chi non ha una palla di vetro. Voglio dire se zuckerberg avesse dovuto redigere un business plan prima di lanciare fb, con che numeri lo avrebbe riempito?

  6. Nico ha detto:

    Potrebbe essere interessante collegare questa discussione con quanto hanno scritto i signori di Venture Hacks in due post intitolati “What should I send investors?”:
    http://venturehacks.com/articles/elevator-pitch
    http://venturehacks.com/articles/deck
    Copio e incollo alcuni punti chiave dell’introduzione al loro libro “Pitching Hacks”, che riassume i concetti principali trattati nei post che ho citato.
    ——
    Don’t spam investors with your business plan. Instead, convince
    middlemen to introduce you to investors. An effective
    middleman is simply someone investors listen to — often another
    entrepreneur or investor.
    Find middlemen by picking up the phone and calling everyone
    you know, who knows investors well, who will listen to you.
    Then use these tools to pitch middlemen and investors alike:
    1. An elevator pitch. The major components of an elevator
    pitch are traction, product, team, and social proof. And
    investors care about traction over everything else.
    2. Your elevator pitch should include a high-concept pitch: a
    single sentence that distills your startup’s vision. A highconcept
    pitch is the perfect meme for fans and investors who
    are spreading the word about your company.
    3. Also consider sending investors a “ten-slide” deck that tells a
    compelling story about your team, product, traction, and
    plans.
    4. You don’t need a “business plan.”
    ——
    Tralasciando il discorso dell’introduction, che è interessante ma non pertinente con questa discussione, il punto che volevo sottolineare riguarda la tipologia di documentazione che consigliano di inviare ai potenziali investitori: un elevator pitch via email e dieci slides di presentazione. Penso che il punto 4 – “you don’t need a business plan” – vada inteso come “you don’t need a document that explains in detail your business plan” (anche perchè per preparare questa documentazione “sintetica” – pitch e slides – bisogna avere un’idea molto chiara del proprio business).
    Che cosa ne pensate? Quelle dei ragazzi di Venture Hacks sono posizioni sensate oppure un po’ troppo “naïf”?

  7. dgiluz ha detto:

    Nico molto interessante il tuo posto grazie, condivido totalmente.
    Un buon pitch è sufficiente, ma per fare un buon pitch bisogna in qualche modo essersi scritti dei modelli metrici e idee di generazione ed escalation dei ricavi. In ogni caso se un investitore è interessato, il minuto dopo di chiede di vedere un minimo di summary testuale (max 20/30 pagine, mica il piano di lancio per Marte) e poi ti chiede i financials e gli eventuali modelli metrici a sostegno della tua storia. Quindi tantovale che li hai se vai a parlare a un fondo o a una Telecom Italia.


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