Internet non è vera economia

Fare venture capital nel business digitale in Italia è difficile e fin qui non ci piove. Un pò meno evidente è cercare di capire perchè veramente sia così.

Eppure soldi in Italia ce ne sono e anche tanti: investitori istituzionali, fondazioni bancarie, privati per non parlare dei fiumi di denaro pubblico sprecati sull’altare dello sviluppo, competitività, ricerca e innovazione.

Ma allora se i soldi ci sono perchè non vengono investiti? Perchè gli investimenti in venture capital in Italia sono bassissimi, praticamente inesistenti?

A volte ho sentito dire che in Italia non ci sono imprenditori. Francamente anche questa mi sembra un’argomentazione che non sta in piedi. In dpixel riceviamo più o meno un business plan al giorno e questo ci costringe a selezionare a priori gli imprenditori che possiamo fisicamente incontrare perchè altrimenti passeremmo il nostro tempo chiusi in una sala riunioni. D’altra parte, credo che qualunque persona di buon senso che conosce gli Italians, tutto direbbe tranne che non abbiamo spirito creativo e imprenditoriale. Nè tanto meno che non siamo capaci a costruire aziende di successo.

Spesso si fa l’osservazione che mancano le competenze. Anche questa affermazione è semplicemente un luogo comune che non corrisponde al vero.

Quindi – posto che i soldi ci sono e che ci sono anche gli imprenditori – perchè non vengono effettuati investimenti se non a livello marginale?

Ieri ho conosciuto dei colleghi che come me fanno venture capital all’interno di una importante istituzione finanziaria e abbiamo passato il pranzo a sfogare le nostre frustrazioni su quanto sia difficile fare il nostro mestiere in Italia.

Ad un certo punto parlando di strategie e perimetri di investimento è emerso che il loro fondo investe in tutto tranne che in Internet. Ovviamente la cosa mi ha colpito particolarmente. Come si può pensare di fare venture capital in Italia senza investire nel digitale, nel software e nelle telecomunicazioni? Alla fine la risposta del mio interlocutore è stata illuminante e finalmente mi ha fatto capire la vera ragione.

‘Sai non investiamo nel digitale perchè quella non è vera economia’.

Io sono un tipo abbastanza tollerante ma di fronte a stupidaggini e pregiudizi di questa natura perdo completamente il controllo. Ho brutalizzato di insulti il mio interlocutore e abbiamo concluso li la nostra riunione che non aveva ragione di proseguire ulteriormente.

Ma la cosa mi ha fatto riflettere. Quali sono stati i casi di successo di aziende italiane high-tech nate negli ultimi anni? Ho provato a fare l’elenco e mi sono venuti in mente alcuni casi significativi nel campo delle biotecnologie, medicale, dei nuovi materiali e del nanotech.

Nel campo di Internet ho cominciato a fare la lista: Tiscali, Fastweb, Dada, Venere, Yoox, Mutuionline, Virgilio, Inet, Italia Online, BravoSolution. Ma anche una nuova generazione di aziende come Funanbol, Jobrapido, Volagratis, Bakeka, Banzai e così via.

Ah già… ma questa non è vera economia.

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15 commenti on “Internet non è vera economia”

  1. Francesco F. ha detto:

    Paghiamo un ritardo storico nel nostro paese relativo a numero di connessioni e sfiducia del pubblico medio verso lo strumento (anche per via di molti servizi internet ridicoli o semi-truffaldini dello scorso decennio, e la pessima qualita’ di molti portali “mainstream” semi-pornografici o per cerebrolesi). Ma tutto questo sta cambiando di recente, e molto velocemente credo. Certo che quando si vede la presenza di start-up italiane sui vari red herring, tech crunch o killerstartups viene tristezza (siamo molto sotto a paesi otto-dieci volte piu’ piccoli di noi tipo svezia o olanda…e lasciamo stare il paragone con l’inghilterra).
    Complimenti per il blog!

  2. dgiluz ha detto:

    Francesco si fa molto più venture capital in Svizzera che in Italia. Ma la cosa sta cambiando e anche molto rapidamente, per cui chi ha voglia di fare e buone idee si tiri su le maniche che c’è trippa per gatti.

  3. michele ficara ha detto:

    ottimo gianluca ti quoto in toto, ci sentiamo l’anno prossimo con un progettino niente male !
    🙂

  4. Giovanni ha detto:

    Bel post, sollevi le questioni in modo intelligente. Per me la risposta ai tuoi interrogativi è una sola, ed è la stessa parola che vedo campeggiare nel tag cloud qui in alto a destra: CULTURA.
    Più precisamente, manca la cultura del rischio. Non tanto negli individui, quanto nel sistema. L’ecosistema italiano per volontà forse di nessuno (o forse un po’ di tutti) non è favorevole al rischio – senza il quale non c’è impresa, ovviamente.
    Basti pensare che i nostri capitalisti più robusti quando investono in settori “sicuri” lo fanno sempre con i soldi delle banche e mai con i propri (infatti si dice che l’Italia economicamente è fatta da capitalisti senza capitali). E siamo quindi il paese in cui ad esempio i cda di molti giornali, imprese editoriali, az. di telecomunicazione e di mille altri settori sono di fatto controllati da banche. E gli investimenti in ricerca e anche in operazioni culturali o artistiche di cui parli vegnono spesso fatte coi soldi delle fondazioni bancarie. E le nostre banche sono storicamente poco propense al rischio e prima di mettere nell’arena del mercato 10 lire ti fanno la radiografia al microscopio (cosa che magari ci ha salvato dalla crisi per carità, almeno da quella finanzariamente intesa).
    Per finire ho qualche dubbio sui nomi che citi alla fine del post. Forse bisogna intendersi su cosa sia una “start-up” Internet (per la verità tu non lo usi nemmeno questo termine, forse è una mia fissazione 😉
    Yoox credo appartenga piu’ al settore della moda e vendite stock (o come caspita si chiamano) più che a quello Internet. Fastweb è un cingolato che fa gli spot con Valentino Rossi e il telemarketing. Un velo pietoso su Virgilio, cos’era 8-10 anni fa e cosa oggi. Tiscali mi ricordo come ha cominciato 10 anni fa e ora fa gli spot con Ezio Greggio. (Google e Youtube non hanno mai speso un dollaro in pubblicità, nemmeno online, quelli sì che sono business Internet, voglio dire, e lo stesso vale per facebook, twitter, plaxo, meebo, e mille altri).
    Insomma sembra proprio che negli esempi high tech italiani la concentrazione di buone idee sia molto diluita rispetto ad altri fattori tradizionali tipo appunto le massicce campagne pubblicitarie, gli spot tv, la necessità che ci sia a tutti i costi un prodotto fisico o un contratto o un abbonamento di telefonia da rifilare a qualcuno. Idee (e investimenti) sull’onda della frontiera sociale del web, poche, anzi direi nessuna.

  5. dgiluz ha detto:

    Giovanni, se hai altri nomi da citare alla mia lista li aggiungo volentieri alla lista, so che per definizione è incompleta. Ho citato questi nomi in quanto si tratta di aziende che sono nate grazie al supporto del venture capital e sono diventate o stanno rapidamente diventando aziende significative che macinano ricavi e margini importanti.
    In Italia non c’è cultura del rischio, hai perfettamente ragione e anzi, al contrario c’è ostilità verso il cambiamento e le scelte che vengono fatte sono generalmente nella direzione opposta, ovvero quella di preservare l’esistente (per di più senza vera valutazione di merito purtroppo).
    Mi sembra che però nel tuo commento mescoli temi molto diversi tra loro. Provo a fare alcune osservazioni:
    – non ho volutamente parlato di startup ma di aziende. Una startup non può rimanere tale tutta la vita, il venture capital non fa filantropia, non eroga borse di studio o premi alle idee, bensì finanzia iniziative con lo scopo di aiutarle a diventare grandi aziende;
    – non mi è chiara la distinzione così netta che fai tra aziende e aziende Internet. Yoox è una super azienda ‘Internet’ o semplicemente una super azienda e basta? A me francamente interessa poco il ‘wording’. Yoox è un’azienda significativa, che esiste grazie al venture capital e che usa la tecnologia ed il web per innovare nel retail della moda. Non ha meno dignità di Meebo. Anzi al contrario, Meebo è una startup che deve ancora dimostrare di essere in grado di diventare un’azienda di successo.
    – non ho capito il tuo discorso sulla pubblicità e sul web. L’unica cosa che ti posso dire è che quest’anno abbiamo visto in dpixel circa 350 progetti italiani sulla frontiera del web e del social media. Alcuni di questi verranno finanziati, per cui stay tuned. Vale sempre e comunque il concetto di cui sopra. Idee ne vedo tantissime alcune anche ottime se non a volte anche eccezionali. Ma di idee irrealizzate è pieno il mondo, mi interessano di più quelli con le idee e la capacità e volontà di realizzarle.

  6. Giovanni ha detto:

    Grazie della risposta.
    Siamo d’accordo che un’idea in sè non vale nulla, conta realizzarla. Ci sono tante startup velleitarie ma di contro altre che pur essendo tali tecnicamente, sono in giro da anni, danno lavoro a centinaia di persone, muovono soldi veri e, quel che piu’ conta per me, esplorano nuove vie. Dipende tutto dal punto di vista naturalmente. Se ti limiti al punto di vista da investitore neutrale (banalizzo) è preferibile che ne so il business antico ma sicuro degli stuzzicadenti rispetto alla creazione di un social network, si rischia di meno. Certo, Meebo e molti altri siti 2.0 basati sul social (a cominciare dallo stesso Facebook) devono provare fino in fondo di avere un modello di business sostenibile. Ma in fondo è questo il senso della frontiera no? Molti analisti sostengono che perfino Google abbia un modello di business “debole”. (tra l’altro non mi pare che Bakeca abbia ad es. un bizmod. tanto piu’ solido di Meebo). Eppure in tutta questa debolezza ci passano tonnellate di innovazione imprenditoriale, ma anche sociale e culturale.
    Naturalmente Yoox ha a che fare con l’innovazione e con Internet ed è un caso di successo. Non è questione di fare una scala di valori. Se prendi due pizzerie, una che riceve prenotazioni solo al telefono e l’altra anche per email, la seconda di sicuro ha fatto innovazione con la rete e ha creato valore, quindi ben venga.
    Il discorso sulla pubblicità e sul web è molto semplice. Internet è un “oggetto” ormai maturo e in quanto tale puo’ essere usato in molti modi: dalla pizzeria per le prenotazioni, da Yoox per vendere un bene fisico ma innovando nel processo e nel canale di vendita, e poi puo’ essere considerato un settore industriale a sè stante, con i suoi canali di marketing, di comunicazione, i suou mercati, i suoi “prodotti” o servizi, etc., tutte cose che conosciamo bene. Non c’è niente di male a usare la rete come strumento accessorio, come dicevo anche quella è innovazione. Quello che mi pare in Italia manchi (purtroppo o per fortuna, dipende) sono soggetti che vivano esclusivamente di e in rete. Perchè è da lì che scaturisce la frontiera dell’innovazione digitale. Dirai: che c’è di male a pubblicizzare il proprio biz internet in tv? Secondo me è il segnale invece di uino scarto culturale. Chi considera il web come un settore industriale dotato di vita propria (Google, Fbook etc. etc.) non ha bisogno di pullman gialli e spot miliardari su canale 5. Questi strumenti di marketing si rendono necessari (secondo me) non solo (e non tanto forse) per compensare un livello di innovazione carente, quanto perchè da noi si sa che quello stadio dell’internet come settore industriale maturo e autonomo ancora non si è raggiunto. Le implicazioni non sono cosa da poco. Il “cliente” di Google o di FB viene “engaged”, partecipa, non è mero oggetto di bombardamento televisivo-pubblicitario.
    Detto questo l’innovazione è tante cose, non certo solo il web 2.0, ma anche l’1.0, anche Internet al di là del web, anche usare un pc disconnesso da internet per catalogare le fatture è innovazione. Bisogna capire se a uno interessa l’innovazione in tutte le salse, anche quelle che semplicemente massimizzano l’efficienza di un processo (che è cosa importantissima me ne rendo conto), o se uno è interessato all’innovazione in un senso diciamo più puro, come portatrice davvero di nuovi modi di intraprendere, vivere, lavorare e pensare.
    (ps: Starò sicuramente tuned su dpixel a questo punto così allargo il mio orizzonte!)

  7. Giovanni ha detto:

    Grazie della risposta.
    Siamo d’accordo che un’idea in sè non vale nulla, conta realizzarla. Ci sono tante startup velleitarie ma di contro altre che pur essendo tali tecnicamente, sono in giro da anni, danno lavoro a centinaia di persone, muovono soldi veri e, quel che piu’ conta per me, esplorano nuove vie. Dipende tutto dal punto di vista naturalmente. Se ti limiti al punto di vista da investitore neutrale (banalizzo) è preferibile che ne so il business antico ma sicuro degli stuzzicadenti rispetto alla creazione di un social network, si rischia di meno. Certo, Meebo e molti altri siti 2.0 basati sul social (a cominciare dallo stesso Facebook) devono provare fino in fondo di avere un modello di business sostenibile. Ma in fondo è questo il senso della frontiera no? Molti analisti sostengono che perfino Google abbia un modello di business “debole”. (tra l’altro non mi pare che Bakeca abbia ad es. un bizmod. tanto piu’ solido di Meebo). Eppure in tutta questa debolezza ci passano tonnellate di innovazione imprenditoriale, ma anche sociale e culturale.
    Naturalmente Yoox ha a che fare con l’innovazione e con Internet ed è un caso di successo. Non è questione di fare una scala di valori. Se prendi due pizzerie, una che riceve prenotazioni solo al telefono e l’altra anche per email, la seconda di sicuro ha fatto innovazione con la rete e ha creato valore, quindi ben venga.
    Il discorso sulla pubblicità e sul web è molto semplice. Internet è un “oggetto” ormai maturo e in quanto tale puo’ essere usato in molti modi: dalla pizzeria per le prenotazioni, da Yoox per vendere un bene fisico ma innovando nel processo e nel canale di vendita, e poi puo’ essere considerato un settore industriale a sè stante, con i suoi canali di marketing, di comunicazione, i suou mercati, i suoi “prodotti” o servizi, etc., tutte cose che conosciamo bene. Non c’è niente di male a usare la rete come strumento accessorio, come dicevo anche quella è innovazione. Quello che mi pare in Italia manchi (purtroppo o per fortuna, dipende) sono soggetti che vivano esclusivamente di e in rete. Perchè è da lì che scaturisce la frontiera dell’innovazione digitale. Dirai: che c’è di male a pubblicizzare il proprio biz internet in tv? Secondo me è il segnale invece di uino scarto culturale. Chi considera il web come un settore industriale dotato di vita propria (Google, Fbook etc. etc.) non ha bisogno di pullman gialli e spot miliardari su canale 5. Questi strumenti di marketing si rendono necessari (secondo me) non solo (e non tanto forse) per compensare un livello di innovazione carente, quanto perchè da noi si sa che quello stadio dell’internet come settore industriale maturo e autonomo ancora non si è raggiunto. Le implicazioni non sono cosa da poco. Il “cliente” di Google o di FB viene “engaged”, partecipa, non è mero oggetto di bombardamento televisivo-pubblicitario.
    Detto questo l’innovazione è tante cose, non certo solo il web 2.0, ma anche l’1.0, anche Internet al di là del web, anche usare un pc disconnesso da internet per catalogare le fatture è innovazione. Bisogna capire se a uno interessa l’innovazione in tutte le salse, anche quelle che semplicemente massimizzano l’efficienza di un processo (che è cosa importantissima me ne rendo conto), o se uno è interessato all’innovazione in un senso diciamo più puro, come portatrice davvero di nuovi modi di intraprendere, vivere, lavorare e pensare.
    (ps: Starò sicuramente tuned su dpixel a questo punto così allargo il mio orizzonte!)

  8. lucio miranda ha detto:

    Premesso che il commento “digitale? allora non e’ ‘vera’ economia” rivela tutta l’idiozia di chi lo ha fatto, sarebbe bello capire perche’ larghi strati di ‘venture capitalist’ adesso considerano il digitale come non-economia-vera.
    E’ perche’ in passato si sono presi delle pettinate che ancora se le ricordano con gli investimenti fatti?
    E’ perche’ non c’e’ roba che si tocca? auto, lamiere, carta stampata….
    E’ perche’ non riescono a relazionarsi coi modelli di business, non li capiscono o non ci credono?
    giusto una curiosita’ mia…
    una volta bastava dire “internet” che qs VC ti sotterravano di quattrini… e adesso invece… ;-(

  9. lucio miranda ha detto:

    Premesso che il commento “digitale? allora non e’ ‘vera’ economia” rivela tutta l’idiozia di chi lo ha fatto, sarebbe bello capire perche’ larghi strati di ‘venture capitalist’ adesso considerano il digitale come non-economia-vera.
    E’ perche’ in passato si sono presi delle pettinate che ancora se le ricordano con gli investimenti fatti?
    E’ perche’ non c’e’ roba che si tocca? auto, lamiere, carta stampata….
    E’ perche’ non riescono a relazionarsi coi modelli di business, non li capiscono o non ci credono?
    giusto una curiosita’ mia…
    una volta bastava dire “internet” che qs VC ti sotterravano di quattrini… e adesso invece… ;-(

  10. dgiluz ha detto:

    Il punto è che il mondo dei media sta cambiando, segnali ormai non più deboli ma forti come delle sirene sono evidenti, eppure in Italia sembra che si pensi di poter schivare la valanga. Negli Stati Uniti il web ha rimpiazzato i giornali e sta avvicinandosi rapidamente alla televisione come primaria fonte di informazione (lo è già per le fasce di consumatori più giovani).
    http://people-press.org/report/479/internet-overtakes-newspapers-as-news-source
    Ma il punto non è solo quello, Internet è molto più di questo, sta rimpiazzando con i propri servizi molte cose che una vola si facevano in altro modo. L’innovazione sta in questo. Giovanni non condivido pienamente la tua netta distinzione digitale/non digitale. Siamo comunque esseri umani ed usiamo questi potenti strumenti oggi a nostra disposizione. Raramente in questi anni ho trovato vera innovazione tecnologica, nella maggior parte dei casi vedo innovazione di processo e francamente la trovo altrettanto interessante.

  11. dgiluz ha detto:

    Il punto è che il mondo dei media sta cambiando, segnali ormai non più deboli ma forti come delle sirene sono evidenti, eppure in Italia sembra che si pensi di poter schivare la valanga. Negli Stati Uniti il web ha rimpiazzato i giornali e sta avvicinandosi rapidamente alla televisione come primaria fonte di informazione (lo è già per le fasce di consumatori più giovani).
    http://people-press.org/report/479/internet-overtakes-newspapers-as-news-source
    Ma il punto non è solo quello, Internet è molto più di questo, sta rimpiazzando con i propri servizi molte cose che una vola si facevano in altro modo. L’innovazione sta in questo. Giovanni non condivido pienamente la tua netta distinzione digitale/non digitale. Siamo comunque esseri umani ed usiamo questi potenti strumenti oggi a nostra disposizione. Raramente in questi anni ho trovato vera innovazione tecnologica, nella maggior parte dei casi vedo innovazione di processo e francamente la trovo altrettanto interessante.

  12. Giovanni ha detto:

    Gianluca capisco il tuo punto di vista però forse a questo punto anche tu fai un po’ di confusione con il wording (il morettiano “le parole sono importantiiii— 😉 )
    Se il focus del nostro interesse è l’innovazione in quanto tale in tutte le sue sfumature, inclusa quindi l’innovazione di processo come suo sottoinsieme, il campo è molto più ampio del mondo digitale e di Internet.
    Se invece il focus è l’innovazione digitale e Internet, “l’innovabile” è molto di più e a volte di altro rispetto alla sola innovazione di processo, come la frontiera del web 2.0 – a mio avviso molto lontana dall’Italia e dalla sua mentalità – dimostra, pur con le sue contraddizioni.

  13. dgiluz ha detto:

    Siamo perfettamente allineati. Il wording è importante. In effetti a me interessa solo l’innovazione imprenditoriale nel digital media (professionalmente parlando) anche se personalmente sono affascinato da altri campi (nanotech, genetica, proteomica, neuroscienze e robotica ad essere precisi).
    Anche nel digital media in Italia si trovano iniziative secondo me di livello mondiale, ma è mooooolto più difficile svilupparle che per un omologo imprenditore che vive a Menlo Park, ciononostante, noi testardamente ci proviamo. Solo il tempo ci dirà se abbiamo ragione oppure no.
    Tieni d’occhio il prossimo investimento che annunceremo come dpixel, roba a mio modestissimo parere molto avanti, anzi talmente avanti che ha senso solo se fatta partendo da San Francisco anzichè da Milano.

  14. Giovanni ha detto:

    bè alla fine siamo d’accordo, no? In fondo siamo arrivati a constatare una cosa abbastanza banale, Milano non è San Francisco. Però il punto di Internet è che se fai tuoi alcuni aspetti della mentalità della Silycon Valley, forse forse, sudando un po’, grazie alla rete (in tutti i sensi) puoi farcela anche dalla provincia italiana.
    Tengo d’occhio dpixel.it anche se nella pagina portafoglio vedo per ora solo 4 progetti. Sarebbe carino attivare un RSS per quella pagina in modo da non perdere i nuovi progetti/investimenti, immagino che li evidenzierete lì man mano che saranno resi pubblici.

  15. dgiluz ha detto:

    Giovanni grazie del suggerimento, e dei commenti. Da mesi dovremmo finalmente avere un sito in dpixel ma sembra sempre essere l’ultima priorità in ufficio da noi 😦
    Tra i miei auspici per il nuovo anno c’è anche quello di avere finalmente un sito degno di tale nome (Lisa pls conto su di te).
    Siamo d’accordo al 100%: assolutamente si può fare anche dalla provincia Italiana. Servono motivazione, committment, competenze, capitali e un pò di mentalità della Silicon Vally dove il mantra è ‘everything is possible’.
    Ciao, buon 2009.


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