Master in giornalismo partecipativo

Nasce all Dipartimento e la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Macerata, il Master universitario di II livello in Giornalismo partecipativo.

Il Master dura un anno, le lezioni sono concentrate nella parte finale della settimana ed è previsto uno stage.

Il bando scade il 21 novembre.

Ci saranno quattro aree tematiche:

– una ha come scopo quello di permettere ai partecipanti di progettare e gestire un media, inventare una web radio, una web tv, un media comunitario e farlo funzionare;
– la seconda è indirizzata alla professione giornalistica nel contesto del media interattivo e partecipativo;
– la terza e la quarta affrontano il tema sotto un profilo storico/umanistico e giuridico/socio-economico.

Tra i docenti esterni ne cito solo alcuni: Gianni Minà, Rodrigo Vergara (Arcoiris.tv), Alma Grandin (Giornale Radio Rai), Luca Conti (Pandemia), Emanuele Giordana, (Agenzia di stampa Lettera 22), Marinella Correggia (Il Manifesto).

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Sa startap!

Rientrato al freddo dopo due giorni di sole e pesce a Pula: volo Meridiana in co-sharing con Alitalia…

Sardegna Ricerche ha organizzato una due giorni serrata di incontri tra startup, angels e operatori di venture capital. Un panel veloce al mattino con Emil Abirashid a moderare, poi elevator pitch e incontri one-to-one.

A presentarsi una trentina di startup provenienti dagli incubatori regionali e da spin-off universitari. Azioni finanziate con i fondi comunitari: ICT, Internet, biotech, nanotecnologie, clean-tech.

Ci sarebbero molte cose da dire, ma mi piacerebbe più rispondere a commenti.

Quali sono gli obiettivi che un’amministrazione pubblica dovrebbe porsi? Quali le priorità?

Quali i metodi di operare in tema di creazione d’impresa, imprenditorialità giovanile e strategia del sistema competitivo?

Quanto rende per euro questo investimento e come dovremmo misurarlo?

Il livello delle startup e il lavoro fatto in Sardegna Ricerche che ho potuto vedere è decisamente stato di buon livello rispetto a situazioni analoghe che ho avuto modo di osservare negli ultimi anni in Italia.

Penso che in Sardegna ci sia un terreno fertile di persone con competenze ed esperienze a livello internazionale. Solo a Cagliari: il primo editore cartaceo italiano ad andare sul web, poi Video Online e Tiscali. Ci sono una considerevole quantità di fondi pubblici.

Ma oggi occorre confrontarsi con i benchmark internazionali, occorre più focus e una macchina burocratica più snella, con le idee chiare ed efficace. La nuova generazione dovrà competere con pari Indiani e Cinesi: trentenni entusiasti che con 500 dollari al mese si stanno tirando fuori dal fango.

La buona notizia è che ho cominciato a vedere giovani imprenditori che hanno delle idee e che ci credono. La seconda buona notizia è che possono competere su un mercato globale digitale di più o meno 3 miliardi di persone.

Aiò!


Un ecosistema in movimento

Questo fine settimana si è riunita a Venezia l’AIFI, associazione che raggruppa gli operatori del private equity e del venture capital in Italia: si tiene ogni due anni e quest’anno ho partecipato in quanto dpixel si è recentemente associata.

Un paio di centinaia di banker, advisor, consulenti e alcuni rappresentanti di fondi stranieri.

Il team dell’associazione guidato dalla professoressa Anna Gervasoni – direttore generale di AIFI – ha fatto un ottimo lavoro organizzativo: ognuno aveva la lista dei partecipanti e un sacco di occasioni per conoscersi e organizzare riunioni.

Ho avuto la possibilità di incontrare molte persone e parlare di quello che stiamo vedendo dal nostro particolare osservatorio: una nuova generazione di giovani imprenditori italiani con molte idee, pochi capitali e un ecosistema che li circonda ostile e un pò barocco.

Nei panel diverse personalità e imprenditori di successo: Roland Spogli, Ambasciatore USA in Italia, Massimo Cacciari, Sindaco di Venezia, Roberto Siagri, fondatore di Eurotech, Massimo Capuano, CEO di Borsa Italiana, Gian Maria Gros Pietro, Economista, Raffaello Vignali, Vice Presidente della Commissione Industria, Commercio e Turismo della Camera dei Deputati. Fabrizio Capobianco, fondatore e amministratore delegato di Funanbol.

Molto bella la presentazione di Siagri fondatore di un’azienda decisamente sulla frontiera delle tecnologie Internet: quelle ai ‘bordi’ della nuvola. Nel panel di apertura insieme a lui anche Fabrizio Capobianco.

Funanbol ha recentemente completato il suo round B da 12,5 milioni di dollari e Fabrizio ha raccontato la sua storia, visione e la sua azienda. Un progetto ambizioso con potenziale molto significativo. Una strategia chiara con un modello estremamente innovativo, scalabile e con la giusta traction davvero difficile da battere. Funanbol è a mio giudizio la società tecnologica Italiana di maggior successo in Silicon Valley e Fabrizio si sta guadagnando un notevole rispetto nella valle. Una vera bandiera per l’high-tech tricolore.

Il Presidente dell’AIFI Pietro Bracchi ha raccontato la situazione del settore. E’ un momento difficile nei mercati finanziari, uno dei più difficili che si siano mai visti. Ma il private equity in Italia – nonostante la quasi totale assenza degli Istituzionali – ha investito in 302 aziende lo scorso anno: un totale 4,2 miliardi di euro e altri 2 miliardi nei primi sei mesi del 2008 in crescita rispetto al 2007.

Il venture capital è il segmento del private equity meno sviluppato in Italia. Negli ultimi anni però il sistema ha cominciato a formarsi. Sono nati nuovi fondi specializzati ed angel networks e sembra esserci una crescente attenzione. Anche da parte dell’Amministrazione che ha stanziato 86 milioni di euro per favorire la nascita di fondi che investano nel Sud Italia.

Questo segmento è fondamentale per ogni nazione, perchè è lì che nasce l’impresa e si rigenera l’economia di un sistema.

E soprattutto è in quel contesto che si sviluppano i talenti imprenditoriali della nuova generazione. Dispiace vedere come le startup italiane debbano competere in un contesto di sfavore rispetto ai loro simili Francesi, Inglesi, Scandinavi, Israeliani e Americani. Senza n parlare delle solite nazioni emergenti (Cina e India) ora anche in Brasile si sta sviluppando un interessante mercato di venture capital tecnologico. Il capitale umano di questa nazione è oggi ampiamente sottoutilizzato. Ma l’ecosistema ha cominciato a muoversi, anche grazie alla forza catalizzatrice di Spogli e dell’iniziativa Parnership for Growth.


Linea 77

Stamattina mi sento un pò DJ e vorrei dedicare a tutti gli studenti dell’Università di Torino un fiore all’occhiello del panorama musicale nato localmente. Cresciuti nei suburbs Sabaudi post anni 70. Linea, dal vivo spaccate. Grazie jenaski.
Sorridi. Cura quel che hai altrimenti giochi a perdere. I did it my way.


la produttività per neurone

Viviamo in un mondo di risorse scarse. Mi chiedo spesso gli effetti che la tecnologia porterà sulla nostra società e sull’economia. A Torino avevamo dei professori di economia durissimi ma molto bravi, ciononostante i miei ricordi di macroeconomia sono troppo lontani.

Si dice che l’innovazione tecnologica aumenta la produttività del lavoro umano. In effetti a prima vista dovrebbe essere così. Francamente a volte – e credo sia successo a molti di noi – ho la sensazione contraria.

Diciamo che sia così. La tecnologia continuerà ad aumentare la produttività del nostro lavoro. Splendido.

Però questo è un momento storico in cui c’è una evidente tendenza tale per cui il costo del lavoro è a livello globale in discesa verticale. Cina, India, immigrazione, outsourcing e crowdsourcing. Siamo al punto in cui su Amazon oltre ai prodotti oggi si comprano i servizi di Mechanical Turk. E costano centesimi.

Il costo del lavoro fisico per unità di prodotto scende. E ora anche il costo nei servizi e attività intellettuali in genere. Il costo di un programmatore in Italia è in diretta competizione con quella del suo pari in India o in Cina, dove con 250$ al mese si vive. Ma anche quello di un talento imprenditoriale.

Ragazzi tirate su le antenne e pensate con la vostra testa: la vostra generazione dovrà massimizzare la produttività per neurone per competere.

A noi e alla nostra società il dovere di darvi una mano e un supporto concreto.

Ho avuto il piacere di parlarne conoscendo e intervistando Guido Chiarotti: professore, scienziato, imprenditore. Studioso di materie interessantissime come la fisica teorica e la neuroscienza. Esperto di Internet e di tecnologia.

Face2Face è ripartita, ci saranno sette webchat quest’autunno. L’appuntamento è il mercoledì alle 15.

Il programma è ricco per chi si interessa di venture capital, imprenditoria di prima generazione e innovazione:

– 1 Ottobre. Michele Appendino intervisterà Andrea Piccioni, Fondatore di Web Brand Partners.
– 15 Ottobre. Andrea Gumina e Peppe Ranalli, CEO di Tecnomatic
– 29 ottobre. Luigi Orsi Carbone e Paulo Ainio, fondatore di Virgilio
– 12 Novembre. Luigi Orsi Carbone e Riccardo Donadon, fondatore di H-Farm
– 16 Novembre, Stefano Quintarelli e Marco Cattaneo, CEO di MomoDesign
– 10 Dicembre Alessandro Fracassi e Giorgio Macor, fondatore e CEO di Bagigi


250.000 angels per finanziare l’innovazione

Ho avuto l’opportunità di partecipare all’organizzazione di un evento sul venture capital all’Università di Boston. L’evento è stato organizzato da IACT (Italy/America chamber of commerce & technology of New England) grazie al supporto di una serie di partner tra cui la Regione Lombardia.

Ci sono oggi 250.000 angel investors attivi negli Stati Uniti che nel corso del 2007 hanno finanziato 37.000 aziende investendo complessivamente circa 27 miliardi di dollari che anno creato circa 200.000 posti di lavoro solo lo scorso anno.

Il contributo degli angels è diventato cruciale nell’ecosistema dell’innovazione Americana fondamentalmente per due ragioni:

– c’è un gap che sta aumentando anno dopo anno nel venture capital. Negli ultimi dieci anni la dimensione media dei fondi di venture capital US è quadruplicata, passando da 50 a 200 milioni di dollari. I fondi tendono quindi a concentrarsi su investimenti di dimensioni maggiori (dai cinque milioni di dollari in su di media), lasciando dietro di sè un ‘buco’ nel finanziare l’early stage e la creazione di impresa. Questo ‘funding gap’ è oggi lo spazio di opportunità coperto dalle centinaia di angel networks esistenti (ce ne sono sette solo in Massachussets);
– gli angel investors portano esperienza, passione e network alle società, dando un contributo che va molto al di la dei capitali. Si affiancano agli imprenditori in una fase molto critica per ogni startup, quella della partenza e li supportano spesso in combinazione con fondi di venture capital e family offices.

All’interno di questo evento dpixel è stata chiamata per presentare le opportunità di investimento nell’high-tech Italiano, cosa che ha destato una grande curiosità da parte degli investitori Americani. Abbiamo incontrato molti investitori e la prima reazione per tutti è stata la stessa. Tutti associano l’Italia al cibo, la moda, la Ferrari, nessuno alla tecnologia. La prima reazione era per tutti più o meno la stessa: ‘Italian high-tech? Really? Uh…interesting…I never thought about that…”.

Abbiamo portato con noi 4 startup italiane che riteniamo particolarmente interessanti per dimostrare come ci sia molto oltre alla ‘pizza e mandolino’ nel Belpaese. La sorpresa e la curiosità aumentava nel vedere che non solo ci sono startup tecnologiche in Italia, ma che sono anche particolarmente interessanti ed innovative.

‘wow…really interesting…and you guys are doing this in Italy??’

Boston è il secondo hub di venture capital dopo la Silicon Valley negli Stati Uniti, con una forte specializzazione nel campo medicale, biotech nei nuovi materiali e nell’information technology. Il 7% dei nuovi farmaci oggi sono sviluppati in Massachusetts e nella zona di Boston ci sono 8.000 aziende tecnologiche che impiegano oltre 160.000 lavoratori.

Ma soprattutto a Boston c’è una rete di imprenditori di origine Italiana, attenti e ricettivi rispetto all’Italian driven innovation’, tema che ci sta particolarmente a cuore in dpixel.

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Google lancia un suo satellite

Brin e Page sono andati al lancio del satellite che fornirà a Google nuovi set di immagini della terra super dettagliate. GeoEye, il grande occhio ci guarda dallo spazio con una precisione sempre maggiore. Su Wired si parla della possibilità di individuare l’identità delle persone analizzando l’ombra. Le foto sono veramente spettacolari e già preoccupantemente dettagliate. Alla faccia del diritto alla privacy.

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