PLEN robot da tavolo

PLEN è un robot domestico che si controlla via bluetooth dal cellulare. C’è già chi lo fa ballare su YouTube. Riconosce una dozzina di gesture e va in skateboard.


Test missilistici russi per forare lo scudo spaziale in Polonia?

(AGI) – Mosca, 28 ago. – Mosca ha effettuato il test di un missile che ha la potenza per superare il sistema antimissile americano. Lo riferiscono le agenzie di stampa russe citando una fonte militare. “Abbiamo testato il Topol RS-12M per sviluppare l’apparecchiatura per il potenziale contrasto all’uso terrestre di missili balistici”, ha detto un portavoce dell’esercito, Alexander Vovk.

Il mio Munny di questi tempi è quanto mai appropriato.

Munny


Vittorio Bertola su Internet e i temi della governance

un amico, socio co-fondatore e primo CTO di Vitaminic. Un anno fa.


Vittorio Bertola su Internet e i temi della governance

un amico, socio co-fondatore e primo CTO di Vitaminic. Un anno fa.


Lessig che parla di Google print e…

tags: musica…diritto d’ autore…mp3…DRM… disruptive… etica… accesso all’informazione…fair use…


Social networking, mass collaboration e crowdsourcing

La cosa che mi ha sempre affascinato del web è che fondamentalmente è uno strumento che mette in collegamento le persone. Il social networking in fondo non ha fatto altro che ingegnerizzare questo processo rendendolo accessibile a tutti noi con strumenti facili da usare. La collaborazione di massa ha poi applicato questo concetto alla realizzazione di obiettivi condivisi (ad esempio scrivere un’enciclopedia…). Da qui il passo verso il crowdsourcing non è stato altro che l’industrializzazione di questo concetto: ‘spacchettare’ un processo in una serie di task, dandoli in pasto a migliaia di utenti per la sua realizzazione.

Su Mechanical Turk una semplice azione (ad esempio taggare una foto o un video) viene remunerato da Amazon (3 centesimi di $ ad esempio per inserire i tag di una foto) e scalato all’infinito ‘crowdsourcizzando’ il lavoro a decine di migliaia di contributori umani. Da sempre si parla di intelligenza artificiale, forse oggi un concetto superato dall’intelligenza collettiva organizzata via web.

Il prossimo passo? Chi lo sa, forse assegnare i task di nuovo a delle macchine?


Mulo di montagna robotico

Un giorno o l’altro ci capiterà di andare per funghi e incontrare una robot tipo questo prodotto da Boston Dynamics.


Dai pompelmi all’high-tech in 15 anni

Nel giro degli ultimi 15 anni Israele è riuscita a creare uno dei principali poli di innovazione e imprenditorialità high-tech a livello internazionale. I numeri di Israele in questo campo fanno impallidire: oggi è il terzo mercato di venture capital al mondo e negli ultimi due decenni ha attratto verso le imprese tecnologiche 55 miliardi di dollari di investimenti.

Il tutto è stato creato partendo praticamente da zero con il lancio del programma Yozma varato dal governo Israeliano. L’obiettivo del programma, studiato durante gli anni ‘80 era appunto quello di creare un mercato di venture capital in Israele.

Al cuore di Yozma ci fu la creazione di dieci fondi early-stage (il primo fu creato nel 1993) con un obiettivo di raccolta di 20 milioni di dollari ciascuno a cui il governo contribuì per il 40/50%. Un investimento iniziale di circa 100 milioni di dollari. Fu in seguito addirittura creato un fondo per sindacare investimenti, allo scopo di aumentarne la dimensione media.

I fondi avevano lo specifico obiettivo di attrarre investitori e gestori competenti sul territorio locale e non quello del rendimento. Per questo veniva concessa una call option agli investitori che partecipavano per poter entro 5 anni rilevare la quota del governo ad una rivalutazione del 5%, rendendo così particolarmente attraente la partecipazione. In pratica il governo si prendeva la metà del rischio, concendendo la totalità dell’upside a chi rischiava localmente.

Gli Israeliani si resero conto che il problema principale era che mancavano le competenze specifiche nel venture capital high-tech ed in questo modo riuscirono nel giro di pochi anni ad attrarre localmente i principali operatori e i migliori talenti del settore. Senza considerare che nel farlo hanno creato un network impressionante di relazioni internazionali che hanno di fatto creato l’industria tecnologica Israeliana. Network che tra le altre cose, ha inoltre generato un solido canale per le successive exit dagli investimenti. Lo schema tipico era quello di avere il cuore di R&D in Israele e la testa commerciale e manageriale in Silicon Valley.

Oggi oltre 100 aziende tecnologiche israeliane sono quotate al Nasdaq.

Il tutto ha generato ovviamente una impressionante serie di ricadute esterne. Ad esempio ci sono oggi circa 40 centri di ricerca e sviluppo di aziende internazionali Ma solo 7 sono stati creati ex-novo localmente, la maggior parte si trova in Israele a causa dell’attività di acquisizione generata come naturale conseguenza degli investimenti di venture capital.

Oggi in Israele ci sono oltre 60 fondi di venture capital attivi nell’early stage composti per il 95% da capitali esteri. Fondi che investono circa 1,8 miliardi di dollari l’anno in startup tecnologiche. I dieci fondi Yozma sono ancora attivi, solo che oggi hanno una raccolta complessiva di 5 miliardi di dollari. Tanto per fare un paragone in Italia nel primo semestre 2007 gli investimenti di venture capital early stage in Italia sono stati un totale di 39 milioni di euro.

Ma in fondo è bello vivere in Italia come dice Nino Moroni.


David Byrne


Dal crowdsourcing allo schiavismo digitale

La rete è oggi un tessuto connettivo a cui siamo attaccati e da cui ormai per molte cose dipendiamo.

Da un anno collaboro con una neocostituita società software indiana. Il suo fondatore – Rushi – non ha nemmeno un cliente indiano. Eppure la prima volta che è uscito dall’India è stata per venirci a conoscere in Italia. Visita che ricambieremo quest’autunno.

Da Surat lavora con clienti trovati su Internet in Europa, negli Stati Uniti. Da Boston a Torino. Li classifica per tipo di messenger che utilizzano: un giorno mi racconta – “ho 7 clienti su Skype, 10 su MSN, 5 su Google”.

Io non conoscevo nemmeno l’esistenza di Surat: 4,5 milioni di abitanti, una delle principali aree di crescita e GDP in India.

Un anno fa cercando su Expedia mi dava un solo volo da Nuova Delhi il giovedì.

Poi cerco e trovo che la città ha tre Università e Politecnici con corsi di ingegneria informatica ed elettronica. E’ il principale centro di taglio e smistamento di diamanti al mondo ed ha un grossa industria tessile. Una metropoli.

Abbiamo convinto Rushi ad incorporarsi (e ci ha messo sei mesi) dopo aver scoperto che non aveva nemmeno una società. La mamma raccoglieva i pagamenti via paypal e a fine mese distribuiva la paga a tutti, incluso Rushi stesso. In contanti.

Rushi e i suoi hanno gli stessi trent’anni dei suoi colleghi sviluppatori di software in Italia.

Ma a differenza degli italiani con 700 dollari al mese sono delle star. Possono pensare al loro futuro, sposarsi, comprare una Tata. Sono quelli che ce l’hanno fatta. E sono ipermotivati.

Con la tecnologia si possono organizzare processi prima neanche immaginabili e si può immaginare di scalarli in modo impressionante. Migliaia di persone stanno scrivendo adesso la più grossa enciclopedia del mondo, in 250 lingue via Internet, ognuno da casa propria.

Lo stanno facendo in modo distribuito, organizzato e coordinato. Migliaia di contributori, orchestrati per costruire un prodotto (editoriale in questo caso), gestire un processo o fornire un servizio.

Un giorno magari ci saranno webcall center, 24 ore su 24 su qualunque argomento, dove umani o avatar ti rispondono in qualunque lingua. Paga media 200 dollari al mese. Una miseria se sei a Milano, soldi che in molti posti possono bastare a togliersi dal fango, digital divide permettendo.

Dal crowdsourcing allo schiavismo digitale il passo è breve. Ma chi schiavo di chi? A me la spettacolare cerimonia di oggi in certi punti faceva pensare a Matrix.