Biotech, temi etici

In questi giorni stanno scoppiando rivolte nei paesi del terzo mondo per la crisi alimentare. Bush ha varato un piano che dovrebbe portare 600$ nelle tasche di 130 milioni di americani per aiutarli a pagare il pieno della benzina e la spesa al supermercato. Riduzioni fiscali anche per sostenere i consumi.

Nel 2030 la richiesta mondiale di cibo raddoppierà secondo la CNN. La classe media emergente in Cina oggi, richiede quantità di cibo crescente, e una serie di altri fattori stanno alzando i prezzi degli alimenti di base di miliardi di persone (riso, mais, carne), affamando le popolazioni più povere in Africa e impattando su tutte le altre materie prime a partire dall’energia. All’Università di Torino, in bel corso, avevamo affrontato il tema della forte relazione che esiste tra sviluppo, equilibrio ambientale e pace/flussi migratori: temi che sembrano assumere sempre più le loro strette interconnessioni di questi tempi.

Anni fa ho lavorato insieme ad una società di biotecnologie e ho visitato alcune fiere di settore. E’ un segmento del venture capital molto particolare con tempi di sviluppo, investimenti medi e tassi di successi rispetto gli insuccessi molto particolari in certi segmenti. Ad esempio nelle molecole a scopo farmaceutico.

Ad uno di questi eventi ho visto diverse presentazioni aziendali nel campo degli alimenti geneticamente modificati. La cosa mi colpì perchè nella cerimonia di apertura dell’evento ci furono delle manifestazioni ambientaliste di protesta. Uno dei temi di dibattito è il fatto che ci sono dubbi sugli impatti che nel lungo termine si possono verificare immettendo nel sistema fragole modificate geneticamente con il gene di un salmone, per fare un esempio.

Talune innovazioni nel campo degli alimenti geneticamente modificati, sembrano più migliorare le proprietà commerciali che quelle nutrizionali. O altre qualità intrinseche, tipo la capacità di conservazione.

Ricordo di un’azienda Canadese che presentava la propria scoperta di una mela che come principale pregio ha il fatto di ‘non arruginire’. Cosa che risulta sgradevole a molti consumatori.

Questa preoccupazione però fa il paio con le notizie di questi giorni e la sensazione che il vero tema etico è di breve termine (in alcune nazioni Africane è già un situazione critica): ovvero come sfamare il pianeta? Le biotecnologie e gli alimenti geneticamente modificati possono offrire delle soluzioni in questo ambito?

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Cosa cerca il venture capital

La scorsa settimana a Roma ho partecipato ad un workshop organizzato da Mind The Bridge, entità no-profit fondata da Marco Marinucci che si pone l’obiettivo di creare un ponte tra i talenti italiani nel campo dell’high-tech e dell’innovazione verso la Silicon Valley. Un raccordo quanto mai importante oggi vista la limitata presenza di investitori di venture capital operanti in Italia. All’evento hanno partecipato i principali operatori nel venture capital high tech in Italia e una trentina di startup che stanno cercando finanziatori.

Il venture capital è un segmento nel settore del cosidetto ‘private equity’, caratterizzato da investitori che finanziano le fasi iniziali dello sviluppo di un’azienda fortemente orientata alla crescita e all’innovazione. Il venture capital tecnologico in particolare segue mercati ed aziende che operano all’interno dei segmenti più avanzati dell’innovazione high-tech. E’ un segmento molto importante dell’economia in quanto motore di innovazione, sviluppo e creazione di azienda. Il venture capital ha finanziato le principali società informatiche e Internet degli ultimi anni da Microsoft a Google, così come le più importanti iniziative nei campi delle biotecnologie, nel medicale, nanotecnologia e nel settore del ‘green tech’.

Si tratta di operatori specializzati che investono nelle fasi iniziali di un progetto imprenditoriale ritenuto particolarmente promettenteo. Per farsi un’idea dei numeri coinvolti, negli Stati Uniti nel 2007, 607 società media-tech hanno raccolto circa 6,4 miliardi di dollari dai Venture Capital, 47% in più rispetto ai 4,4 miliardi raccolti dalle 493 operazioni di finanziamento nel 2006. In Europa, gli investimenti venture capital hanno totalizzato 4,3 miliardi di euro nel 2007 e sono stati fatti 691 investimenti, finanziando società nel settore media-tech per un valore complessivo di 2,7 miliardi di euro. Le startup Italiane, secondo l’AIFI, nel 2006 hanno raccolto circa 28 milioni di euro in 62 operazioni di investimento, con un valore medio per operazione di circa 0,5 milioni di euro, attestandosi su posizioni significativamente migliori nel 2007: 55 operazioni sono state effettuate per un totale di 39 milioni di euro investiti, di cui circa il 60% nel mercato digitale media e high-tech.

Nonostante i segnali positivi di una ripresa di interesse nel settore, da questi numeri emerge l’amara evidenza di quanto l’Italia sia arretrata rispetto anche solo al resto d’Europa: 40 milioni circa su 4,3 miliardi investiti.

Una delle esigenze primarie è innanzitutto quindi quella di diffondere questo tipo di cultura d’impresa ed è proprio anche questo uno degli obiettivi di iniziative come Mind The Bridge.

Ma cosa cerca un investitore di questo tipo in una start-up? Cosa fa scegliere di investire in un progetto piuttosto che in un altro?

1) Innanzitutto le persone. Chi è l’imprenditore o il team? Quanto sono motivati? Saranno in grado di gestire l’azienda?

E’ una banalità (ma forse no): le aziende sono fatte essenzialmente di persone. E particolarmente all’inizio le poche persone chiave, sono l’elemento determinante in ultima analisi per successo di qualunque iniziativa.

2) Il business. Qual’è la business idea e l’opportunità proposta? Quale mercato indirizza? Quali i rischi?

3) Il mercato. Quale esigenza indirizza la società? E’ un business scalabile? Ci sono dei punti di arrivo intermedio (milestones) in grado di validare il modello proposto?

4) Il prodotto/servizio e il business plan. Il piano è consistente con le ambizioni e i modelli presentati? Come cambiano i numeri in base a diversi scenari di mercato?

Una delle principali considerazioni emerse dal panel di discussione di Mind The Bridge è nata dall’osservazione delle società che si sono presentate all’evento. Il limitato sviluppo del venture capital in Italia infatti si porta come conseguenza anche una scarsa conoscenza da parte degli imprenditori di come funziona questo settore, di quali sono le ‘regole del gioco’ e in ultima analisi di come operano e quali obiettivi hanno gli operatori di questo segmento. Gli investitori.

Con il risultato che spesso e volentieri vengono presentati progetti ‘timidi’ (nicchie di mercato ad esempio), spesso ‘locali’ o semplicemente poco innovativi o troppo indietro rispetto al mercato.

Gli investitori di venture capital nel campo tecnologico cercano:

– team imprenditoriali ambiziosi e competenti
– aziende che hanno individuato una chiara opportunità di mercato anche se al momento inespressa o latente. Il cui business però è chiaramente ‘trainato’ da dinamiche di mercato ‘forti’
– Poche idee ma forti e chiaramente espresse
– Obiettivi definiti e piani congruenti per raggiungerli

La logica sottostante degli investitori in questo ambito è quella che l’assunzione del rischio in una nuova iniziativa sia bilanciata da un forte ‘upside’, ovvero la possibilità di ritorni molto significativi. Non è inusuale che un investimento di venture capital possa rendere 5-10-20 volte il capitale inizialmente investito. Quando l’investimento va bene. Per contro è nella norma che su un certo numero di investimenti effettuati, alcuni di questi si traducano in un insuccesso e quindi nella perdita del capitale investito.

Chiariti questi aspetti è importante quindi sottolineare quello che tipicamente invece non interessa al venture capital. Nell’ultimo anno in dpixel abbiamo esaminato molte iniziative imprenditoriali nel campo high-tech. Le ragioni per cui molte di queste sono state ritenute non interessati ricorrenti:

– il management team non convince. A volte l’imprenditore che propone di investire nella sua azienda, in realtà ha un atteggiamento diciamo ‘da manager’ rispetto all’iniziativa o non è pronto a prendersi la piena assunzione del rischio. Alcuni si presentano da noi con tutte le carte in regola ma con la richiesta di avere uno stipendio da mega-manager spesso totalmente fuori luogo.

– molti si presentano con la classica ‘idea’. Il venture capital investe in aziende non in idee. Le idee sono fondamentali e senza di esse non c’è nemmeno materia di discussione, ma è il passaggio da idea ad azienda – con tutti gli annessi e connessi – che interessa ad un investitore.

– bel progetto ma ‘timido’. Ridurre il rischio limitando fortemente il potenziale (ad esempio un bel progetto ma limitato ad una nicchia di mercato) spesso non paga quando si parla ad investitori di venture capital, che conoscono i rischi connessi alla creazione di una nuova iniziativa in un nuovo mercato;

– l’opportunità di mercato individuata è troppo ‘piccola’ per giustificare il rischio

– la business idea è complicata o esplicitata in modo poco chiaro e coerente

– i numeri ‘non girano’, troppe incongruenze che spesso denotano poche competenze specifiche delle dinamiche di mercato.

– o semplicemente ‘non gira’ la storia complessiva, non convince.

La mia speranza è che anche grazie ad eventi come Mind The Bridge, si diffonda nel Belpaese una maggiore conoscenza di questo settore e le startup tecnologiche italiane possano avere accesso a maggiori capitali per realizzare il proprio progetto. E sono convinto che anche con Mind The Bridge nuove startup potranno trovare finanziatori e iniziare le proprie attività. Ma ho una certezza: quello che mancano oggi in Italia sono i capitali, di startup di grande interesse ne ho viste molte. La direzione è quella giusta.


1% ispirazione 99% traspirazione

Negli ultimi anni, successivamente all’uscita da Buongiorno Vitaminic, mi sono cominciato ad occupare di venture capital fino a fondare una nuova società in questo ambito: dpixel.

dpixel si occupa di investimenti nel campo dei nuovi media digitali e dell’high tech. Nonostante sia un fenomeno ormai di rilevanza globale, in Italia il venture capital è molto poco sviluppato, cosa che mi colpisce particolarmente considerando il contesto di profonda crisi che l’Italia vive sotto il profilo dell’innovazione e della competitività.

Eppure solo negli ultimi 10 anni di Internet attraverso il venture capital sono nate alcune tra le più importanti società tecnologiche al mondo. E siamo solo all’inizio. Cito da una recente ricerca di IBM “I prossimi cinque anni trasformeranno l’industria della pubblicità più di quanto sia avvenuto negli ultimi 50 anni. Immaginiamo un mondo dove la pubblicità interattiva one-to-one supera quella tradizionale ed una parte significativa di spazi sono venduti tramite aste e mercati online. Gli inserzionisti sanno chi ha visto una pubblicità, come ha reagito e pagano solo sulla base del reale impatto. I consumatori selezionano quali pubblicità vedere e condividono con gli amici quelle preferite. La pubblicità generata dagli utenti stessi è prevalente (e molto più attraente) rispetto a quella creata dale agenzie”.

Ci sono oggi un miliardo di persone sulla grande rete e altri tre miliardi hanno un telefonino: tutti a un click di distanza dal nostro computer. Di fronte ai nostri occhi una incessante progressione verso la digitalizzazione e un uso sempre più consapevole dei nuovi media stanno trasformando interi settori e riscrivendo le regole di interi mercati. Dieci anni di media digitali significano anche che quelle che inizialmente erano aspettative di mercato ora sono business tangibili, misurabili, tracciabili e conoscibili. Se dieci anni fa fare business su Internet era più un’arte che una scienza oggi questa è un’industria, pur se in continua trasformazione evolutiva.

In questo contesto c’è una nuova generazione di imprenditori che sta emergendo un pò in tutto il mondo e che cominciano ad intravedere l’opportunità di fare azienda innovando e riscrivendo le regole dei business tradizionali. A volte ne inventano di nuovi.

Manager che negli ultimi dieci anni, anche in Italia, hanno lavorato in aziende come Virgilio, Yahoo, Dada, Italia Online, Tiscali, eBay o Vitaminic per citare solo alcuni esempi. Si sono occupati di vendite, marketing, di sviluppare prodotti, contenuti digitali, di pubblicità online, motori di ricerca, community e hanno accumulato un bagaglio incredibile di competenze completamente nuove ed estremamente preziose oggi.

Sono i nuovi imprenditori che dpixel cerca di conoscere, ascoltando le loro idee per valutarne il concreto potenziale di mercato. Spesso su Forward Loop mi troverò a parlare di loro, delle loro idee e delle loro aziende. E oggi si affaciano ad un mercato ricco, globale ed estremamente competitivo in cui si possono fare nuove aziende e trovare i capitali necessari.

Come diceva Thomas Edison però, per arrivarci: 1% inspiration, 99% traspiration.

PS: Grazie Filippo.