La musica digitale: un mercato da 2,9 miliardi

L’IFPI ha rilasciato il suo report annuale sulle vendite digitali di musica, il mercato è cresciuto del 40% rispetto allo scorso anno e ormai sfiora i 3 miliardi l’anno. Il digitale rappresenta 15% del business musicale globale e 30% negli Stati Uniti.

Web e mobile si dividono il mercato a metà. Ma anche il mobile sta progressivamente diventando un mesh-up con il web e il ritmo della sua migrazione sarà prevalentemente funzione delle politiche tarrifarie delle società telefoniche e della migrazione dei device. Apple sembra essere in linea con l’obiettivo di vendere 10 milioni di iPhones entro il 2008. Ha venduto il primo milione in un mese e si dice sia già a metà strada, forse causando anche un effetto di sostitutivo sull’iPod.

Il 30% del business discografico è oggi digitale. E l’industria sta affrontando una rapidissima trasformazione. Mentre sono in crollo verticale le vendite di CD, assistiamo ad un’esplosione dei canali distributivi, dei modelli di business e delle fonti di ricavo. Se fino a ieri un artista o una casa discografica potevano contare solo sui concerti e sui CD per pagarsi la propria musica, oggi si presentano di fronte agli artisti e alle case discografiche nuove forme di ricavo. Le case discografiche si stanno trasformando.

La Corea si conferma il laboratorio della tecnologia da questo punto di vista, il business digitale ha superato il fisico. In Giappone, grazie al fenomeno di Docomo c’è oggi un’infrastruttura mobile formidabile con 70 milioni di utenti 3G. Il business di scaricare brani sul telefonino ha superato le suonerie.

In UK, un anno fa una band unsigned, cioè senza contratto è finita nelle classifiche di Billboard. Greeeen, la band emergente di maggior successo in Giappone oggi è un gruppo di cui non si conoscono ancora neanche i nomi. Quattro ragazzi di una facoltà di medicina. La campagna di lancio è stata fatta dalla casa discografica tutta nel digitale e con street-marketing. 4 milioni di download a pagamento e 300.000 dischi venduti.

Oggi i consumatori hanno più scelta, possono comprare un CD è vero. Ma possono anche scaricare un mp3 su una rete peer-to-peer oppure comprare un file non esportabile su iTunes a 1 euro, oppure l’equivalente su un telefonino a 3 euro.

Ma possono anche ascoltare una playlist musicale su Last.fm, guardare un video su YouTube (sito che paga significative royalties alle case discografiche) vederlo su MTV, ascoltarlo alla radio o sul proprio PC dopo averlo scaricato da Downlovers. Paga la pubblicità.

Linee di ricavo che a differenza delle vendite di dischi sono in crescita.

Secondo il Presidente dell’IFPI uno dei principali cambiamenti è però quello della relazione che si sta evolvendo tra gli Internet provider e l’industria dei musicale nella gestione dei contenuti digitali. L’IFPI sostiene che l’80% del traffico Internet riguarda file illegali sulle reti peer-to-peer. (non sono un tecnico ma francamente questo dato mi sembra un pò una sparata. Se qualcuno ne sa di più di traffico Internet e di reti peer-to-peer, commenti welcome…).

L’accordo Sarkozy è ritenuto dall’IFPI una pietra miliare destinata a sconfiggere la pirateria su Internet, poichè porta su un nuovo territorio la battaglia: software automatici di grande scala, che utilizzando sistemi automatici inizino a testare le tecnologie di filtering.

In Belgio a Giugno la corte ha confermato che un Scarlet (Tiscali) deve prendere responsabilità per le violazioni del copyright sulla propria rete, indicando sei possibili soluzioni tecnologiche per bloccare il traffico di musica non autorizzata. Qualcosa del genere sta succedendo a Taiwan, in Corea, Svezia, UK.

Secondo l’IFPI gli ISP saranno costretti a dimostrare che stanno prendendo le opportune azioni per avere un reale impatto sulla pirateria.

Sarà una dibattito che seguirò con interesse. E’ anche vero peraltro che se il broadband è un business mondiale da 100 miliardi di dollari il confronto con i 18 miliardi dei lettori mp3 e i 3,9 della musica danno l’idea delle poste in gioco.

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Basta pirlate

E’ caduto il governo…

All’Università a Torino, ho avuto modo di frequentare un bel corso: ‘Sociologia dei mezzi di comunicazione di massa’, del Professor Marletti.

Era un corso di Scienze Politiche, ad un certo punto a Economia a Torino era diventato possibile ‘personalizzare’ i piani di studio, quando mi ero iscritto non si poteva. Al tempo infatti (per i ‘locals’ parlo di piazza Arbarello) c’erano tre corsi di studio:

1) Voglio fare il commercialista. Ragioneria I, Ragioneria II, micro e macro-economia, etc.
2) Vorrei non fare il commercialista ma mi sa che farò il commercialista. Se mi va bene faccio il notaio, se mi va male il revisore. Il secondo piano di studio, con qualche variazione sul tema del controllo di gestione. accenni – scarsi – di marketing.
3) Varie ed eventuali. Togli alcuni fondamentali e mixa con robe varie, tra cui per fare un esempio ‘Storia economica’ (se non ricordo male ho preso un 28 perchè sapevo tutto dell’industria della bachicoltura nel ‘700 nelle valli lombarde e piemontesi).

Francamente non ricordo quali dei tre scelsi, ma ricordo che ad un certo punto era diventato possibile presentare un piano di studio personalizzato, con materie ad esempio prese da scienze politiche, o ingegneria per dire ma senza esagerare (tipo…il DAMS? No quello no…).

Un timido accenno vero la multidiscilinarietà…

Questo corso infatti era a Scienze Politiche: Sociologia dei mezzi di comunicazione di massa. Un gran bel corso, di cui ricordo il tema dell’agenda dei media. Di come la comunicazione dei mass media si ‘allinei’ sulle priorità del dibattito sociale, con dei meccanismi secondo me ancora non completamente chiari ma comunque frutto delle interazioni sociali.

I media come filtri delle priorità collettive. Ho come la sensazione che ‘è caduto il governo’ sarà in tutte le sue varianti nella top ten dell’agenda dei media dei prossimi mesi.

Siamo a Gennaio. Son cose.

E all’estero il Financial Times titola: investire in Italia è come guidare con il freno a mano.

Alcune chicche tradotte:

Certo, se è vero che da un lato la cultura di business e il contesto legale sono parte del problema, è anche vero che tutti i progetti di investimento hanno una persistente abitudine a cadere a pezzi in Italia.

Mario Resca, Presidente di McDonad’s Italia racconta le difficoltà dei primi 10 anni di McDonalds in Italia.

McDonald’s ora ha una rete prefittevole di 360 punti vendita in Italia, ma per tutto il suo percorso (in Italia) ha dovuto combattere con la burocrazia, l’anti-imperialismo e la corruzione.

L’Italia ha la più piccola percentuale di investimenti stranieri (13%), di qualunque mercato borsistico in Europa. La nazione è indietro sia nel private equity che nell’attività di venture capital.

La CNN intanto racconta del fatto che non siamo capaci di raccogliere e riciclare la nostra spazzatura.

E siamo solo a Gennaio. Son cose.


Stanford: una fabbrica di innovazione

Una delle giornate più interessanti del viaggio a Palo Alto è stata una visita organizzata dal team dell’Ambasciatore Ronald Spogli all’Università di Stanford. Alla giornata abbiamo partecipato in una cinquantina di italiani, un gruppo fatto prevalentemente di investitori, imprenditori e esponenti del mondo universitario.

E’ stata una giornata fitta di incontri, con un’oretta di pausa per pranzare alla mensa del Campus nella quale abbiamo avuto modo di scoprire il modo in cui ragiona una delle più avanzate Università al mondo nel campo della tecnologia, negli Stati Uniti seconda solo all’MIT.

Siamo stati accolti da una delle persone più influenti a Stanford: Jim Plummer, Dean della Facoltà di Ingegneria. Negli ultimi anni sotto la sua direzione l’Università ha organizzato i programmi graduate (la specializzazione universitaria che segue i primi 4 anni di università) in 4 grandi gruppi:

1) Information technologies: dai semiconduttori al software. La sua vision è ‘computers everwhere’, un mondo in cui ci saranno 10 alla quarta CPUs per persona. I temi di cui si occupa quest’area di studio sono quelli del real world computing, dei sensori ed attuattori. Ambienti in cui massiccie quantità di dati vengono distribuiti ed embeddati, dati necessari a prendere decisioni, in tempo reale. Un mondo che richiede nuove architetture se si pensa solo ai temi della privacy.

2) Nanotecnologia, il mondo del microscopico. Un campo che può offrire nei prossimi anni grandi innovazioni al mondo del medicale, dei materiali e delle microstrutture. Oggetti in grado di essere assembleati per costruire altri oggetti. Di dimensioni talmente piccole che sono in grado di penetrare negli spazi tra le molecole. La loro strategia in quest’area è stata quella di costruire ed equipaggiare una serie di laboratori altamente flessibili per sperimentare la nanoscienza.

3) La bio-ingegneria. Un mondo che sta nell’intersezione tra la matematica, fisica, chimica e la biologia, scienza che sta diventando sempre più quantitativa: bio-ingegneria appunto. Un programma per ora solo graduate fatto di 12 professori.

4) Energia e ambiente. L’Università gestisce un programma chiamato Global Climate and Energy Project per fare ricerca pre-commerciale necessarie allo sviluppo di questo settore. 225 milioni di dollari investiti interamente da privati su un periodo di 10 anni da sponsor come ExxonMobil, Toyota, GE, Schlumberger. La missione di GCEP è di condurre ricerca fondamentale per sviluppare le nuove tecnologie energetiche e ambientali.

La cosa che mi ha colpito è la forte sensazione di un’Università che si pone al centro dell’innovazione, nei settori più importanti e strategici oggi. Una specie di laboratorio ‘aperto’ in cui convivono con reciproca soddisfazione scuola, ricerca e business. Qui sono nate 1200 aziende fondate da studenti e professori e tra queste Yahoo, Google, Lenovo, Nike. I professori e i ricercatori talvolta lasciano il mondo accademico per fondare una startup tecnologica e magari negli anni successivi tornano ad insegnare. A qualche isolato dal campus ci sono gli uffici di centinaia di fondi di venture capital che seguono da vicino il lavoro e la ricerca che avvengono nell’Università.

Ma soprattutto colpisce come lo sforzo principale di Stanford è di costruire un ambiente in cui coltivare i migliori talenti di tutto il mondo e spingerli a pensare aprendo la propria mente (il motto della Silicon Valley è ‘anything is possible’). Le scelte sono cadute sui grandi temi che hanno un impatto di portata globale, però gli studenti a Stanford non scelgono il major e si costruiscono cammin facendo un loro percorso formativo individuale. Il risultato è un fortissima interdisciplinarietà che porta a combinare la tecnologia (feasibility), il business (viability) con i valori umani (usability/desirability).

Le classi sono molto informali e con un forte coinvolgimento degli studenti. Qui prevale la cultura del fare. Il 70% dei professori hanno meno di 50 anni (in Italia il 70% dei professori ha più di 65 anni), e tra le classi e i laboratori ‘bazzicano’ autentiche icone del pensiero tecnologico: gente come David Kelley, Guy Kawasaki e Vinod Kosla.

Sono rientrato a Milano. Mentre in sottofondo la TV blatera di Mastella, spazzatura e del governo Prodi appena caduto mi guardo un video del mitico Vinod. Son cose.

http://edcorner.stanford.edu/swf/mediaplayer.swf


La Camera dei Deputati? Errore

Leggevo divertito www.degradarte.org e per curiosità volevo andarmi a vedere lo stato dei lavori parlamentari in materia.

Ridiamo per non piangere.

La degradarte, ci potrà salvare dal degrado di chi si fa la punta al cervello per introdurre interessanti iniziative come quella legge S1861?

Clicca l’immagine qui sotto per scoprire la risposta.

Camera_dei_deputati_2


Live chat con Fabrizio Capobianco: 16/1@15.00

Mercoledi 16 Gennaio alle ore 15, Marco Palombi, fondatore di Splinder, intervisterà Fabrizio Capobianco, fondatore e CEO di Funanbol su Face2Face.

E’ una live chat per cui chiunque può partecipare e fargli delle domande.

Fabrizio, 37 anni, è uno dei nuovi imprenditori italiani di maggior successo nella Silicon Valley. Come un crescente numero di giovani che aspirano a fare una startup tecnologica è emigrato all’estero per riuscire a realizzare il proprio sogno.

Oggi Funanbol è una delle realtà open source di maggior successo al mondo.

Sarò in aereo ma mi piacerebbe fargli una domanda: Fabrizio, se fossi rimasto in Italia saresti riuscito a realizzare Funanbol? Cosa hai trovato in Silicon Valley che non c’è in Italia?


Radiohead, diamo i numeri

E’ ancora presto per tirare le fila dei numeri di InRainbows, e i Radiohead stessi hanno smentito le stime di Comscore.

Il giorno che i Radiohead hanno messo online l’album in digitale 1,2 milioni di fan hanno visitato il sito. Una buona parte di loro ha scaricato l’album. Diciamo che 1 visitatore su 4 ha scaricato: 300.000 download.

Secondo NME i fan hanno pagato circa 5£ per album, Comscore stima 6$ e ha misurato che il 38% ha comunque pagato qualcosa.

Giochiamo con i numeri e per stare prudenti stiamo su una media di 5$ per album. 570.000 $ di ricavi.

Ma la cosa veramente interessante è che tolti i pochi costi diretti (carta di credito e hosting) i soldi dei fans si sono tradotti più o meno direttamente in mezzo milione di dollari di royalties. Riprendendo i ragionamenti di David Byrne su Wired, per ogni album venduto direttamente in digitale dalla band in termini di royalties i Radiohead ne avrebbero dovuti vendere 7 su iTunes oppure 10 CD.

Senza considerare il 13% di fan sfegatati che secondo Comscore hanno pagato circa 80$ per il box-set (anch’esso venduto direttamente dal sito).

Dopo 3 mesi il CD è nei punti vendita, in UK è l’album è salito al #1 delle chart inglesi. Nella prima settimana di vendite negli Stati Uniti l’album ha venduto 122.000 copie, più o meno 1 milione di $ di ricavi ‘street price’, che si traducono in circa 100.000 euro in royalties per la band.

Se si preannunciano tempi difficili per i discografici, con i CD in crollo verticale, probabilmente si aprono scenari positivi per i musicisti.

Quando fondammo Vitaminic disegnavamo agli analisti la ‘coda lunga’ come una ‘piramide larga’, la cui base si sta progressivamente allargando a una crescente base di artisti. Negli anni su Vitaminic 150.000 band e diverse migliaia di case discografiche indipendenti e majors avevano caricato circa 5 milioni di brani digitali metà gratis e metà a pagamento, tutti in mp3 senza DRM.

Staremo a vedere.

Intanto godiamoceli (grazie YouTube!)


Ncomputing: PC da 70$ in Macedonia

Mentre le polemiche stanno gradualmente affossando One Laptop Per Child, Ncomputing ha raccolto 28 milioni di dollari con un secondo round di venture capital. Una piccola idea geniale: utilizzando la tecnologia di virtualizzazione, una piccola black box consente di utilizzare lo stesso computer a più persone.

NComputing ha già venduto 180.000 computer in macedonia con montagne di software open source disponibili gratuitamente per tutti. Mentre i Macedoni superano il digital divide, le scuole italiane (incluse le università) sono mediamente attrezzate con poco più che lavagna e gessetto, in fondo basterebbe poco per migliorare molto la situazione.

Per non parlare di milioni di cartacei libri di testo decisamente poco intriganti e amazzonia-unfriendly che ancora inquinano gli zainetti di milioni di studenti.

Son cose…