Democratizzazione della finanza e decentralizzazione i driver dell’innovazione nella token economy

Le blockchain sono essenzialmente una nuova architettura informatica che consente di registrare le informazioni e regolarne l’accesso. Oggi i dati sono la nuova asset class dell’economia. Così come la terra era il valore principale nell’economia agraria, le fabbriche in quella industriale, i dati sono la principale fonte di creazione di valore dell’era digitale.

Le blockchain sono essenzialmente una nuova generazione di database che trattano l’informazione e il dato come un vero e proprio asset e come tale lo proteggono e forniscono le tutele necessarie al suo proprietario, costruendo al proprio interno un sistema economico che ne esprime un valore e rendendo liquido trasferibile. Il valore del dato, dell’asset sottostante o della transazione conseguente al suo passaggio sono rappresentati dai token (le cosiddette cryptocurrencies).

Airbnb non possiede le case che vengono affittate, Spotify non possiede la musica che viene commercializzata ed entrambe non posseggono nemmeno le reti che le distribuiscono. Posseggono unicamente i dati che consentono queste transazioni: li concentrano, li combinano, erogano un servizio di intermediazione e con questo processo producono un’immensa ricchezza, potenza e valore monetario.

Con la digitalizzazione di massa del pianeta, abbiamo assistito negli ultimi anni alla crescita esponenziale dei dati prodotti, registrati e disponibili per essere lavorati da nuovi intermediari. E così le mega tech companies che fanno da aggregatori, trasformatori e distributori della nuova materia prima hanno ammassato ricchezze gigantesche in poco tempo, diventando anche estremamente potenti. Google, Amazon, Alibaba, Facebook, Airbnb sono solo alcuni esempi di come oggi il possesso delle informazioni abilita la conquista e riconfigurazione di interi mercati.

Ma questi sistemi in grado di produrre immense ricchezze stanno sempre più mostrando vulnerabilità e crescenti problemi che stanno allarmando governi e consumatori con la conseguenza di un calo nella fiducia rispetto ai nuovi intermediari digitali.

Cambridge Analytica, fake news, pirateria informatica, furti massivi di dati di consumatori poi commercializzati su Silk Road si stanno ripetendo con crescente frequenza causando allarme nei consumatori. Il potere monopolistico delle mega tech company sta asciugando il contesto competitivo di intere filiere e accentrando potere e ricchezza enormi in poche mani provocando la necessità di interventi regolatori.

Sono tre i grandi temi al centro dell’attenzione dell’attuale architettura di Internet

  • Sicurezza e vulnerabilità ad attacchi informatici;
  • Opacità dei processi e delle transazioni sulle informazioni (ie privacy)
  • Accentramento del potere nelle mani di pochi operatori

E così nel 2008 Satoshi Nakamoto pubblica il suo whitepaper, nasce Bitcoin, la blockchain e le DLT (digital ledger technologies).

La promessa delle blockchain è di ribaltare l’attuale impostazione centralizzata delle tecnologie Internet client-server per passare ad un approccio opposto in cui sono le transazioni digitali sono totalmente decentralizzate, peer to peer, anonime ed intrinsecamente sicure grazie ad una catena crittografica di validazione.

Un sistema di questo tipo rende inoltre possibile la creazione di moneta elettronica e di asset digitali basati sulla scarsità, superando il problema della doppia spese ed eliminando la necessità di autorità centralizzate e intermediari.

Come molti fenomeni delle reti, la nuova tecnologia è nata come una sorta di movimento ‘politico’ con l’idea di riportare Internet alle promesse iniziali: disintermediazione, distribuzione di valore, libero accesso ai dati e alle informazioni, protezione della libertà individuale. Sulla base di questi valori la blockchain ha avuto una adozione lenta ma costante da parte di hacker e sviluppatori in tutto il mondo fino a raggiungere un tipping point e iniziare una crescita esponenziale nel 2016.

Il 2017 è stato l’anno di esplosione delle ICO, una bolla che ha toccato il culmine con una raccolta complessiva di 2,5 miliardi di dollari solo nel mese di Febbraio 2018. Nei primi 5 mesi di quest’anno le ICO hanno raccolto un totale di circa 8 miliardi di dollari. Ma ad  uno sguardo più ravvicinato però la metà dei capitali sono state raccolte da 10 vendite di token e la metà di queste ICO riguardano tecnologie di infrastrutturazione. Il mercato sta già facendo le sue scommesse selettive sui vincitori della token economy.

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Ma qual è lo stato dell’arte delle blockchain? A che punto siamo nello sviluppo delle nuove infrastrutture e servizi? Quali sono i principali problemi che devono affrontare?

Nonostante il clamore mediatico generato da Bitcoin e dalle cryptovalute e l’hype finanziaria che hanno creato, la verità è che l’uso concreto delle applicazioni di queste tecnologie oggi è estremamente limitato. Siamo nelle fasi iniziali di un fenomeno trasformativo.

Devono essere risolti moltissimi problemi tecnici: temi di scalabilità, solidità delle tecnologie, costo delle transazioni, di efficienza dei processi e di interconnessione dei sistemi. La visione di Internet come un mega computer interconnesso e distribuito è chiara, ma la modalità con cui ci si arriverà e le tecnologie che si affermeranno come colonne portanti del sistema sono ancora largamente in fase di sviluppo.

Innanzitutto bisogna considerare che questo miglioramento drammatico in termini di sicurezza, affidabilità e possibilità ha un costo, un costo tra l’altro molto significativo. Le blockchain da un punto di vista computazionale e di consumo computazionale ed energetico sono dei sistemi informatici largamente inefficienti rispetto alle tecnologie che tutti noi abbiamo utilizzato negli ultimi vent’anni e tuttora utilizziamo. D’altra parte non è detto che abbia senso per qualunque applicazione avere un ledger ridondato su milioni di computer. Anche per questo la quantità di cryptovalute che si stanno sviluppando è ampia e diversa per caratteristiche, funzionalità, scopi, sicurezza.

Ad oggi ancora non si vedono applicazioni su larga scala che hanno raggiunto masse significative di consumatori con impatti tangibili. L’unica applicazione su larga scala che effettivamente ha raggiunto questo obiettivo oggi è Bitcoin stessa. Non è solamente un tema di user adoption.

Ci sono da un lato ostacoli tecnici sulla performance ancora molto rilevanti da superare: Bitcoin processa 3/4 transazioni al secondo e più o meno questo è il suo limite tecnico, Ethereum 5/6 al secondo. Paypal processa qualche centinaio di transazioni al secondo, Visa o Mastercard processano alcune migliaia di transazioni al secondo, un mercato borsistico alcune decine di migliaia al secondo.

In questo momento la sfida è nel costruire un ecosistema di blockchain in grado di superare limiti tecnici e capacità applicative. Trasformare Internet in un mega computer distribuito e interconnesso in cui i dati si spostano ai bordi della rete e sono nelle mani di chi li produce.

Un secondo elemento che determina ancora un limitato sviluppo è il fatto che sta effettivamente nascendo un ecosistema di attori:

  • Protocolli (Bitcoin, Ethereum, Hyperledger, etc.)
  • Infrastrutture di trading (exchanges come Coinbase, compliance, custodia come Xapo, etc.)
  • Infrastrutture tecnologiche (tool di sviluppo, infrastrutture di delivery, etc.)
  • Gestioni di dati (exchange di dati, identity tools, etc.)
  • Applicazioni

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E’ un ecosistema ancora largamente incompleto e la gran parte dei progetti in corso sono ancora in fase di sviluppo, in alfa o in beta. E comunque si tratta ancora largamente di applicazioni non pronte per il mercato di massa.

Probabilmente ci vorranno ancora diversi anni, prima che questi problemi tecnologici vengano risolti e servizi e applicazioni decentralizzate vedano un’adozione di massa.

Ma  la cosa che personalmente come investitore trovo più interessante di tutto ciò è che la tecnologia blockchain abilita nuove funzionalità, consentendo di fare delle cose che semplicemente non erano tecnicamente fattibili con le  tecnologie precedenti. Oppure rende possibile fare cose che si possono già fare con la tecnologia odierna, ma renderle molto più semplici, fluide e scalabili.

Nella token economy il dato diventa valore economico, con un suo prezzo espresso dalla dinamica di domanda e offerta e pure essendo un fatto digitale è trasferibile e non duplicabile. Questo abilita nuovi modelli di business, nuovi modalità di transare tra diverse controparti. Le applicazioni sulle blockchain consentono quindi nuovi tipologie di interazione tra gli uomini, tra uomini e oggetti e tra gli oggetti stessi (si pensi ad esempio all’impatto sull’IOT di questo tipo di architetture).

Nella token economy infatti possono essere remunerati comportamenti desiderabili con token che vengono scambiati in cambio di diritti o asset. Questi nuovi modelli di business si sviluppano combinando tre fattori:

  • I token, ovvero delle monete elettroniche con un valore di mercato
  • Dei benefici tangibili dagli utenti
  • Risultati tangibili in termini di modifiche di comportamento

I token consentono le microtransazioni, aprendo nuovi scenari per la monetizzazione dei contenuti o rendendo possibile ad esempio ad un utente la monetizzazione del proprio tempo o della propria attenzione (come alternativa alla pubblicità). E’ possibile immaginare un mondo in cui produttori di contenuti e consumatori di contenuti transano tra loro direttamente senza l’intermediazione della pubblicità.

Infine c’è un altro fenomeno che personamente trovo estremamente interessante come investore e come venture capitalist: le blockchain introducono un nuovo modo di finanziare l’innovazione, di far nascere nuovi servizi e di consentire al consumatore un accesso diretto al valore che viene creato dalla aziende.

Le cryptovalute sono una nuova asset class, che esprime un valore di mercato per il dato, il servizio offerto o per l’organizzazione che lo propone. E questo valore è liquido, scambiabile e continuamente monitorabile su dei marketplace. Concetti come il crowdfunding, il venture capital e le ICO stanno convergendo e rapidamente collassando verso una nuova tipologia di finanza per lo sviluppo. E con l’evoluzione delle ICO da utility tokens raccolti sotto forma di ‘reward based crowdfunding’ alle security ICOs raccolte secondo gli schemi classici della finanza o dell’equity crowdfunding molto probabilmente stiamo entrando in una nuova fase del venture capital.

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Ci sono voluti 10 anni perché il Web raggiungesse 1 miliardo di utenti.

Ad oggi ci sono circa 30 milioni di wallet di cryptovalute, la vera domanda quindi è dove ci troviamo oggi nella curva di adozione delle blockchain?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Bene lo startup act, ora il focus è sulla filiera del venture

Si è conclusa alla Camera la presentazione e il dibattito in merito alla valutazione dello Startup Act Italiano, condotta da OCSE e Bankitalia. A fare gli onori di casa l’Onorevole Luca Carabetta, che sta conducendo l’iniziativa del Governo sul tema delle startup. C’erano praticamente quasi tutti gli operatori principali dell’ecosistema Italiano, molti amici e colleghi e una certa curiosità in sala rispetto a quello che è uno dei temi non secondari dell’agenda politica del momento.

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Vorrei fare subito una premessa: personalmente ho trovato la presentazione dello studio e il dibattito del panel che ne è seguito estremamente interessante e mi sono trovato a condividere praticamente la totalità delle considerazioni che sono state fatte sul palco da persone ben più autorevoli di me. Speravo di poter aggiungere qualcosa di originale al dibattito ma francamente quello che  è stato detto rappresenta molto bene secondo me la situazione, le luci le ombre dello stato attuale dell’ecosistema.

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Si è anche parlato delle linee che il Governo intende seguire ma senza grandi annunci o anticipazioni, se non due-tre punti chiave che sono i cardini dell’azione che il Governo intende intraprendere.

Innanzitutto una considerazione che ha fatto Nick Johnstone dell’OCSE: non capita di frequente nemmeno all’OCSE di essere chiamati dai Governi a farsi dare le pagelle sulle proprie policy. E questo è un punto a favore dello Startup Act, che già al momento del suo varo da parte del Governo Monti è stato pensato per poter essere misurato e analizzato in termini di risultato e di impatto.

Non voglio dilungarmi sullo studio, anche perchè è disponibile online, ognuno può scaricarlo e farsi una sua opinione dei dati e delle analisi contenute. In sintesi condivido quanto è stato detto che sembra emergere dai numeri.

Lo Startup Act ha raggiunto alcuni obiettivi: ha dato voce ad un fenomeno – quello delle startup – che prima di allora giaceva sottotraccia nell’agenda politica ed economica Italiana. Ha creato un contesto normativo (il registro startup) che ha consentito di varare intorno ad esso quasi una ventina di policy per rendere il contesto operativo delle startup più fluido, competitivo e per creare le basi del cosiddetto ecosistema. Grazie a questo, la policy è stata poi negli anni ripresa in vari punti, aggiornata ed arricchita praticamente da tutti i Governi che sono seguiti e dopo un inizio un pò in sordina comunque oggi conta quasi 10.000 startup con un valore aggiunto, occupazione diretta e indiretta con numeri a contorno non irrilevanti.

Il dato che più mi ha colpito è stato che questa policy ha avuto un costo assolutamente irrisorio pari a 30 milioni di Euro. Praticamente nulla se rapportato all’impatto non solo diretto ma anche in termini di esternalità – ancora più importanti.

Da questo punto di vista quindi la policy per quanto migliorabile e con tutte le sue imperfezioni è stata indubbiamente un successo in termini di costi benefici.

Su una cosa lo Startup Act ha fallito clamorosamente. Non ha smosso il mercato dei capitali, non ha creato un’infrastruttura di venture capital in grado di competere con l’estero, non è riuscito a far affluire risorse significative alle startup.

Non ha fatto fare come è stato detto quel click necessario a incidere veramente sul tessuto economico Italiano. E questo nonostante l’impegno – che purtroppo è rimasto sostanzialmente solitario –  di Cassa Depositi e Prestiti, che attraverso Fondo Italiano e un manipoli di coraggiosi investitori istituzionali, ha messo praticamente la stragrande maggioranza delle risorse in equity che negli ultimi cinque anni sono arrivate alle startup Italiane tramite il venture capital Italiano.  Ma nemmeno questo sforzo è stato sufficiente a smuovere l’industria dei capitali istituzionali, l’unica in grado veramente di far partire il mercato del venture capital in Italia. Assente il corporate venture e inesistente l’impegno delle grandi corporation Italiane.

Sono arrivate ingenti risorse finanziarie (rispetto all’equity) dal debito tramite il fondo garanzia per i prestiti alle startup innovative. Ma il debito come si vede anche dallo studio dell’OCSE è ben diverso dall’equity in termini di effetti e di impatto. E non consente di capitalizzare come necessario la punta avanzata delle startup: le cosiddette scaleup ad alta crescita ed alto impatto. Anzi la raccomandazione OCSE su questo punto è stata di monitorare con attenzione nei prossimi anni l’andamento di questo stock vista il suo peso relativo sull’ecosistema oggi.

D’altra parte, è stato detto, la policy non è stata pensata per sviluppare il mercato dei capitali. E non sono certo 30 milioni di Euro una dimensione finanziaria credibile per pensare che questo potesse avvenire. E d’altra parte i numeri degli investimenti sono li a testimoniare la situazione drammatica, che per fortuna quest’anno ha cominciato a mostrare segni di inversione di tendenza.

Tutti sul palco concordavano su una cosa. Siamo entrati in una fase due, una fase in cui il focus è di far partire il mercato del venture capital in Italia. Come ha giustamente ricordato Carlo Mammola, AD di Fondo Italiano d’Investimento SGR il venture è una filiera. Servono risorse finanziarie, certamente ma serve anche la sensibilità di capire come sviluppare in modo organico questa filiera. Serve capire i gap di mercato e individuare strumenti adatti in grado di colmarli senza distruggere una macchina delicata e complessa come l’ecosistema dell’innovazione. E’ necessario sviluppare strumenti ‘di mercato’ in grado di funzionare nel lungo termine.

L’Onorevole Carabetta ha dato alcune indicazioni di quella che sarà l’azione del Governo nei prossimi mesi. Innanzitutto da adesso inizia una fase d’ascolto in cui verranno sentiti tutti gli stakeholder e verrà razionalizzato il pensiero in modo da avere una visione completa dei punti di vista nel mercato. Verrà privilegiata l’azione indiretta nello sviluppare una piattaforma in grado di attivare il mercato. Quindi direi chiaro che non si sta parlando di fare un fondo pubblico di investimento diretto come qualcuno ha detto, ma un’operazione più organica che sia in grado di catalizzare i grandi capitali istituzionali attraverso un’azione di moral suasion e attraverso come ha proposto Mammola policies di ‘bastone e carota’. Parole che possono sembrare eteree per chi non conosce questa industry ma che in realtà tracciano linee guida abbastanza chiare di come intende muoversi il Governo.

Si respirava un’aria positiva oggi alla Camera, non so se fosse solo una mia sensazione, un dibattito tutto sommato abbastanza condiviso, un segno di maturità dell’ecosistema, forse questo il più importante output dello Startup Act.  Vedremo ora se e come si passerà delle intenzioni.

(Photos by Roberto Magnifico)


BBC News ha scritto una pagina nel giornalismo digitale

Sta girando molto velocemente sui social media un’inchiesta incredibile di BBC News (grazie Arcangelo Rociola per la segnalazione). La storia è raccapricciante: sette soldati del Cameroon trascinano due donne e due bambini in una radura e li uccidono. Storie orrende, storie che capitano tutti i giorni purtroppo, storie che molto difficilmente conosceremmo.

Ma la cosa veramente incredibile è che i giornalisti di  sono riusciti ad utilizzare una grande quantità di informazioni disponibili online per smascherare i colpevoli (nomi e cognomi), individuare il luogo dove si è svolto il fatto, la data presumibile in cui  è successo.

Il tutto narrato direttamente su Twitter in un thread che potete leggere qui. La location è stata individuata combinando le soffiate di informatori con le foto di Google Maps dal satellite e foto da terra. I soldati sono stati individuati tramite Facebook, le divise e le armi riconosciute come dotazioni ufficiali dell’esercito.

Il governo del Cameroon, che all’inizio ha provato a smentire la notizia dicendo che era falsa, alla fine ha dovuto ammettere il contrario ed annunciare che 7 soldati sono indagati per l’eccidio. C’è solo da sperare che giustizia sia fatta e che BBC non molli la presa tenendoli sotto pressione.

Ripostate gente, ripostate.

Warning: i contenuti sono pesanti.

 

 

 


Nuovi modelli di sviluppo per la gig economy

Airnb ha mandato una lettera di richiesta alla SEC, nella quale chiede di modificare le norme sulle securities and in particolare la regola 701 secondo la quale un’azienda quotata (si stima che oggi Airbnb valga 38 miliardi di dollari, in pratica una manovra finanziaria dello Stato Italiano) può vendere azioni solo ad investitori o ai propri dipendenti. Airbnb vuole dare azioni anche ai propri host, per due ottime ragioni:

  • marketing. Poter dare azioni agli host aumenterebbe in modo significativo la fedeltà alla piattaforma;
  • remunerazione. Consentirebbe agli host di ricevere un’ulteriore forma di compensazione per il proprio impegno;

Se la SEC autorizzare e l’IRS (il fisco americano) fosse d’accordo questa soluzione aprirebbe una strada nuova per lo sviluppo della gig economy. Analoghe tipologie di richieste sono state fatte da Uber e da altre aziende della gig economy. Questa impostazione consentirebbe di immaginare una possibile soluzione a molti dei problemi che limitano oggi lo sviluppo radicale della sharing economy.

Potrebbe essere esteso il concetto anche al welfare. In altri termini un lavoratore di Deliveroo potrebbe ricevere nel tempo tre diverse forme di compensazione: remunerazione per le consegne e l’efficienza del proprio lavoro (fissi e variabili) + profit sharing sul successo complessivo della piattaforma + accantonamenti e contribuzioni defiscalizzati per la costruzione di un monte pensionistico.

Andando oltre nell’immaginazione, una classe di quote ad hoc per i contributori esterni potrebbe essere anche dotata di diritti di governance speciali, magari esercitabili online direttamente dalla piattaforma, consentendo agli host o ai lavoratori di prendere parte a decisioni aziendali.

Andiamo verso un mondo in cui le transazioni saranno sempre più intermediate da piattaforme, non solo gli acquisti, le vendite di beni e servizi, ma anche del proprio lavoro e prestazioni, dei propri oggetti, del denaro e del proprio tempo. E’ evidente che dovremo trovare nuove soluzioni per affrontare temi come i diritti, le regole, i doveri, il welfare. Questa è certamente una strada praticabile.

 

 


La più importante delle riforme: l’educazione

Sono in molti che come me condividono la sensazione che c’è qualcosa che non funziona nel nostro sistema educativo. E non parlo tanto della nostra scuola Italiana, che anzi molto spesso nonostante le difficoltà è un vero baluardo della nostra società.

Parlo del sistema educativo su cui è basato la scuola a livello globale. E’ un sistema basato su concetti che in qualche modo sono figli di una società ormai probabilmente superata dalla tecnologia. Non è un caso se alcuni dei grandi imprenditori digitali si sono dedicati all’educazione o lo stanno facendo. Last but not least il grande Jack Ma, che ha recentemente dichiarato di lasciare la sua creatura Alibaba, per dedicarsi all’education.

O Jeff Bezos che vuole dedicare una parte importante delle sue attività no profit all’educazione nelle comunità più svantaggiate.

In fondo la scuola è basata su modelli che potevano funzionare in un’economia Taylorista, in cui lo scopo dell’istituzione educativa è di formare buoni cittadini, efficienti lavoratori, persone che si possono incanalare nei flussi in qualche modo preordinati di una società in cui ognuno in fondo ha lo scopo di trovare la propria casella.

Ma tra robotica e intelligenza artificiale è presumibile che nei prossimi cento anno l”umanità cambierà radicalmente il proprio rapporto con il ‘lavoro’ e con il proprio ruolo nella società. E’ inutile insegnare ai nostri bambini come essere più competitivi dei computer. E’ inutile insegnare ai nostri figli nozioni e conoscenza, al di là delle cose fondamentali. In ogni caso oggi con l’accesso all’informazione disponibile hanno tutti gli strumenti per approfondire quello che gli interessa fino a livelli estremi. Possono imparare a suonare la batteria dai migliori batteristi al mondo, o imparare le frontiere della fisica quantistica dai ricercatori sulle frontiere più avanzate. Inutile insistere sul passare loro e accumulare ‘informazioni’. Queste sono cose che le macchine sapranno fare meglio di loro. Dovremmo insegnare loro pensiero laterale, valori etici, capacità di ragionamento autonomo, forza creativa, abilità nel lavorare in team,

Esattamente quello che il sistema educativo oggi tende a NON fare. Nel 2006 Sir Ken Robinson ha tenuto questo Ted Talk che lo ha reso una vera celebrità tra i cultori di questa istituzione digitale. Nessun talk è riuscito a esprimere con maggior forza questo tema meglio di lui e non lo avete mai visto, questo è un must see.

 

 

 

 

 

 

 

 


La nuova era del retail sta nascendo in Cina non in Silicon Valley

Non si parla mai abbastanza delle tech company Cinesi, aziende che stanno sviluppando modelli di business completamente nuovi e totalmente diversi da quelli nati nel mondo occidentale e nella Silicon Valley. E’ anche vero che è più difficile avere informazioni sul mercato digitale in Cina, chiuso dietro i firewall che lo isolano dal resto del mondo e lo rendono un’ecosistema a sé stante.

In questo Ted Talk da ‘mascella per terra’ Angela Wang – consulente di BSG sul retail in Cina – trasmette chiaramente come il retail del nuovo millennio stia nascendo in Cina più che in Silicon Valley o a Seattle. Le mega tech company Cinesi come Ali Baba e Tencent sono gruppi integrati che mescolano al loro interno retail, contenuti, piattaforme, gaming, comunicazione, messaging, social. Sono anche i principali venture capitalist Cinesi, e stanno finanziando decine di nuovi Unicorn. Queste aziende che solo pochi anni fa non esistevano sono i prossimi candidati a diventare trillion dollar companies dopo Apple e Amazon.

Tutto nasce così anche perchè la Cina sta vivendo un momento unico sulla terra che al contempo combina la nascita di una gigantesca classe media e benestante con la massiva digitalizzazione dell’economia. Tutto sta succedendo molto rapidamente: nel giro degli ultimi 5 anni, 500 milioni di consumatori hanno iniziato a comprare online in Cina. Un numero che è pari alla somma della popolazione di USA, Germania e UK messi insieme.

Ma soprattutto è una nuova generazione di consumatori che è mobile only e paga esclusivamente digitalmente. Il punto di ingresso e di uscita per ogni acquisto è lo schermo di uno smartphone.

Questo fenomeno ha implicazioni impressionanti sull’esperienza d’acquisto e il vissuto che i clienti hanno con i prodotti, ma si ripercuote anche pesantemente sulla logistica e sulla produzione stessa.

Hema è forse il condensato più avanzato di cosa questo significa. Il concetto di ‘omni-channel’ per come lo viviamo qui in Europa qui è radicalmente diverso. Non ci sono casse: acquistare da casa, dalla metro, in una sessione di chat o nel punto vendita sono esattamente lo stesso processo. Gli acquisti avvengono sempre e solo con un click sulla app o una scan del barcode al negozio.

I punti vendita sono centri logistici ed esperienziali in cui i commessi aiutano semplicemente i clienti, raccolgono la merce e completano la packing list . Ogni negozio serve un raggio di un paio di chilometri e gli ordini vengono consegnati entro 30 minuti indipendentemente dal fatto che siano avvenuti in negozio o in mobilità.

Altro piccolo dettaglio non banale: Hema è a break even.

Forse più che omni-channel questa modalità retail andrebbe chiamata in modo più appropriato uni-channel.

 

 

 

 

 


Vietare le armi letali a guida autonoma

Si sta sviluppando in rete un dibattito sui LAW (Lethal Autonomous Weapons): robot, droni e altri dispositivi che in modo autonomo e guidati da intelligenza artificiale sono in grado di uccidere umani.

Ci siamo ormai quasi abituati ai droni militari, sono anni che girano. Ma i LAW di cui si parla adesso sono una nuova generazione inquietante di dispositivi, ben descritta da questo video.

Il punto è stato anche sollevato da alcuni guru del digitale come Elon Musk, alla luce del fatto che i progressi e la ricerca sull’intelligenza artificiale ci mostrano cose che fino a qualche anno fa non erano immaginabili. Robot che cambiano atteggiamento, si inventano linguaggi per comunicare tra loro incomprensibili agli umani, algoritmi che modificano le proprie tattiche o che si mettono a competere tra loro.

Il dibattito nasce anche dalla pubblicazione di un appello per il divieto di queste tecnologie che vanno considerate un uso inaccettabile dell’AI.